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ARTE DAL SOL LEVANTE ALL’ISOLA DEL SOLE
le 48 opere di 16 artisti giapponesi presenti per la prima volta in Italia, presentano uno spaccato dell’arte contemporanea nipponica in cui si coniuga la tradizione del Sol Levante con gli impulsi dell’arte occidentale.
Comunicato stampa
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UN GIARDINO D’ARTE
ANGELA MANGANARO
Cosa accomuna i sedici artisti giapponesi di questa esposizione oltre alla loro origine? Cosa trasforma sedici piccole personali in una mostra? Non certo l’elemento tecnico perché ogni artista si muove su terreni diversi misurandosi con diverse tecniche espressive. Neppure la cifra cromatica è la stessa. Né la forma espressiva che va dall’aniconico a una sorta di figurativo ludico per passare all’astratto, fino all’arte concettuale. Eppure la mostra del Sol Levante ruota intorno a un elemento comune: la consapevolezza di una indissolubile appartenenza all’universo, e quindi la capacità di vivere artisticamente il tempo nella sua dilatazione, come un riverbero dei giardini zen, insieme alla capacità di lavorare la materia come un distillato dell’assoluto che offre la propria sacralità all’umile potenza dell’arte.
Sacralità rintracciabile tra i corpi celesti disseminati sulla terra con un ordine geometricamente divino che attendono che sia svelato il mistero dell’universo. Come un solenne custode della memoria, l’opera di Izumi Hidenori si dispone in attesa di mostrare l’imperscrutabile meccanismo che consente di preservare la materia in cui è impresso il ricordo dell’origine, in cui è racchiuso il futuro polverizzato del moto universale. Così l’opera di Hidenori ruota intorno alla circolarità dell’assoluto di cui si nutre.
Momenti sfilacciati sulle grandi superfici di Omori Midori dominate da gialli infuocati, calde distese in cui il passaggio del tempo si stratifica in trame in cui s’intreccia l’eventualità di trasformare una grata nelle larghe maglie di una possibilità aperta, ammorbidita da un segno grasso che si muove in cerca di un volume improbabile.
E poi le geometrie seriali di Sajiki Izumi che, intercalate da esplosioni di segni in mutevole senso di colori, si susseguono proponendosi come possibilità mancate e quindi pronte ad inverarsi per il bene del nostro cuore malato. Così il segno di Izumi s’impone sul nostro bisogno di sicurezza e cavalca l’imprevedibile.
Imprevedibile, meglio indecifrabile come il colore-segno di Misawa Kazuko che ammicca a tracce di presenze che planano impalpabili in un cielo solido restituendoci intatta la voglia di perderci nell’azzurro.
Ancora infinito dunque. Quell’infinito che si stende compiaciuto della propria assoluta eternità sulle acriliche geometrie di Kono Mari. E qui, in un delicato equilibrio tra forza e fragilità, il poligono incontra il lato migliore di sé, in una ricerca cromatica in cui il colore in un religioso silenzio tenta di indagare il mistero del viaggio che lo attende.
L’attrazione per gli spazi infiniti e gli abissi profondi impregna di sé i momigami di Komoda Azusa, speciali carte fatte di fibre molto resistenti su cui il pennello lascia tracce indelebili attraverso un’antica tecnica pittorica giapponese in cui spuntano sinuosi dei gigli d’acqua, arcaici abitanti dei fondali marini la cui primordiale struttura fa da camminamento tra l’artista e il mistero della vita, tra la concreta pesantezza del fare e l’impalpabile leggerezza dell’essere.
Come antichi scudi istoriati, le opere di Yokoe Eichi raccontano per segni l’inappagato bisogno di perdersi nel cielo. Opere cesellate con ingegno e raffina semplicità per costruire percorsi mitici e al tempo stesso mappe sublimi in cui cercare il tesoro che è nascosto in ognuno di noi.
Nel mondo rarefatto di Date Kazuko le forme indistinte distintamente s’impongono alla nostra attenzione per parlarci di mondi struggenti che vivono di vita propria nonostante la pesantezza dei nostri sguardi. Un mondo di segni dove il grigio riflette l’essenza delle cose e illumina la nostra cecità.
Come le creature fantastiche che popolano i racconti di Pen Pen che a grandi falcate s’insinuano nel nostro immaginario perdendosi tra i colori con smemorata inconsapevolezza tra favole sognate ad occhi aperti in cui perdersi è d’obbligo.
Il silenzio sommesso di Kishida Masumi in cui la figurazione si moltiplica per negare al segno una scontata riconoscibilità. E così una montagna non è una montagna, e un prato non sempre è un prato, e una foglia quasi mai lo è. In arte è inevitabile.
Nell’amalgama di colori pastello in cui si fondono le morbide e accoglienti forme degli animali e delle piante l’artista Sakakibara Megumi, attraverso le sue visioni, cerca la chiave per entrare in armonia con l’universo nella perenne ricerca dell’assoluto attraverso il congiungimento con il tutto.
E in questo tutto la natura rimane l’elemento ispiratore primario delle creazioni dell’uomo: da qui la scelta di Sughimoto Takeko di misurarsi con la creta grezza, emblema della vitalità connaturata nella natura stessa. Ecco allora che l’argilla prende l’iniziativa e si dà un luogo nello spazio: è lei che dà corpo alla forma modellandosi sul pensiero dell’artista, nella commistione di materiali segnati dalla possente presenza del bianco a volte scheggiato da ideogrammi astrali di installazioni che sono una sapiente sintesi tra scultura e pittura.
Nel visionario mondo di Otsuka Atsuko il segno graffiato sulle campiture dove il cielo ha preso il posto della terra rimanda a forme archetipe come i graffiti nelle grotte dei primi uomini. Il segno diventa forma informata a un pensiero che viaggia carico di rimandi a sentimenti a volte arrotondati, qualche volta spigolosi se non addirittura puntuti come saette che s’incuneano a velocità nel nostro sguardo indifeso.
Quando uno dei sensi manca, come nel caso di Takayasu Jun, gli altri sensi sopravanzano fino a raggiungere una potenza misteriosa: allora il colore diventa lo strumento per sentire l’infrangersi dell’onda. È l’alfabeto di un emozionante linguaggio astratto libero da “forme soffocanti”. La luce che emana dalle opere di Jun produce “una forma nel colore” che ti prende per mano e ti accompagna in un tuffo personale negli spazi siderei, là dove la forma non ha contorni, e il colore è una categoria dello spirito.
Colore che si specchia nel non colore. Così nelle campiture di Yamada Akiko il colore va degradando naturalmente come se, non l’artista, ma il tempo abbia impercettibilmente lavorato di bulino: steli silenziose e commosse attendono il fluire del tempo come guardiani indomiti del nostro futuro convulso a cui dovremo, prima o poi, abiurare.
Infine le opere dell’artista Tochihara Toshiko, di origine cinese, raccontano storie apparentemente leggere attraverso un piano sfalsato: ponendo la cornice su un piano differente , con un orientamento diverso come per rendere le storie difficilmente delimitabili. Storie aperte dove il segno simula un aeroplano che un bimbo ha lasciato sulla tela, così per ricordo. Perché quando, travolti dalla natura in rivolta, si riesce a sopravvivere, allora è quasi impossibile non “imparare ad accettare quello che non possiamo evitare”.
E ricominciare a raccontare l’amore per la vita.
ANGELA MANGANARO
Cosa accomuna i sedici artisti giapponesi di questa esposizione oltre alla loro origine? Cosa trasforma sedici piccole personali in una mostra? Non certo l’elemento tecnico perché ogni artista si muove su terreni diversi misurandosi con diverse tecniche espressive. Neppure la cifra cromatica è la stessa. Né la forma espressiva che va dall’aniconico a una sorta di figurativo ludico per passare all’astratto, fino all’arte concettuale. Eppure la mostra del Sol Levante ruota intorno a un elemento comune: la consapevolezza di una indissolubile appartenenza all’universo, e quindi la capacità di vivere artisticamente il tempo nella sua dilatazione, come un riverbero dei giardini zen, insieme alla capacità di lavorare la materia come un distillato dell’assoluto che offre la propria sacralità all’umile potenza dell’arte.
Sacralità rintracciabile tra i corpi celesti disseminati sulla terra con un ordine geometricamente divino che attendono che sia svelato il mistero dell’universo. Come un solenne custode della memoria, l’opera di Izumi Hidenori si dispone in attesa di mostrare l’imperscrutabile meccanismo che consente di preservare la materia in cui è impresso il ricordo dell’origine, in cui è racchiuso il futuro polverizzato del moto universale. Così l’opera di Hidenori ruota intorno alla circolarità dell’assoluto di cui si nutre.
Momenti sfilacciati sulle grandi superfici di Omori Midori dominate da gialli infuocati, calde distese in cui il passaggio del tempo si stratifica in trame in cui s’intreccia l’eventualità di trasformare una grata nelle larghe maglie di una possibilità aperta, ammorbidita da un segno grasso che si muove in cerca di un volume improbabile.
E poi le geometrie seriali di Sajiki Izumi che, intercalate da esplosioni di segni in mutevole senso di colori, si susseguono proponendosi come possibilità mancate e quindi pronte ad inverarsi per il bene del nostro cuore malato. Così il segno di Izumi s’impone sul nostro bisogno di sicurezza e cavalca l’imprevedibile.
Imprevedibile, meglio indecifrabile come il colore-segno di Misawa Kazuko che ammicca a tracce di presenze che planano impalpabili in un cielo solido restituendoci intatta la voglia di perderci nell’azzurro.
Ancora infinito dunque. Quell’infinito che si stende compiaciuto della propria assoluta eternità sulle acriliche geometrie di Kono Mari. E qui, in un delicato equilibrio tra forza e fragilità, il poligono incontra il lato migliore di sé, in una ricerca cromatica in cui il colore in un religioso silenzio tenta di indagare il mistero del viaggio che lo attende.
L’attrazione per gli spazi infiniti e gli abissi profondi impregna di sé i momigami di Komoda Azusa, speciali carte fatte di fibre molto resistenti su cui il pennello lascia tracce indelebili attraverso un’antica tecnica pittorica giapponese in cui spuntano sinuosi dei gigli d’acqua, arcaici abitanti dei fondali marini la cui primordiale struttura fa da camminamento tra l’artista e il mistero della vita, tra la concreta pesantezza del fare e l’impalpabile leggerezza dell’essere.
Come antichi scudi istoriati, le opere di Yokoe Eichi raccontano per segni l’inappagato bisogno di perdersi nel cielo. Opere cesellate con ingegno e raffina semplicità per costruire percorsi mitici e al tempo stesso mappe sublimi in cui cercare il tesoro che è nascosto in ognuno di noi.
Nel mondo rarefatto di Date Kazuko le forme indistinte distintamente s’impongono alla nostra attenzione per parlarci di mondi struggenti che vivono di vita propria nonostante la pesantezza dei nostri sguardi. Un mondo di segni dove il grigio riflette l’essenza delle cose e illumina la nostra cecità.
Come le creature fantastiche che popolano i racconti di Pen Pen che a grandi falcate s’insinuano nel nostro immaginario perdendosi tra i colori con smemorata inconsapevolezza tra favole sognate ad occhi aperti in cui perdersi è d’obbligo.
Il silenzio sommesso di Kishida Masumi in cui la figurazione si moltiplica per negare al segno una scontata riconoscibilità. E così una montagna non è una montagna, e un prato non sempre è un prato, e una foglia quasi mai lo è. In arte è inevitabile.
Nell’amalgama di colori pastello in cui si fondono le morbide e accoglienti forme degli animali e delle piante l’artista Sakakibara Megumi, attraverso le sue visioni, cerca la chiave per entrare in armonia con l’universo nella perenne ricerca dell’assoluto attraverso il congiungimento con il tutto.
E in questo tutto la natura rimane l’elemento ispiratore primario delle creazioni dell’uomo: da qui la scelta di Sughimoto Takeko di misurarsi con la creta grezza, emblema della vitalità connaturata nella natura stessa. Ecco allora che l’argilla prende l’iniziativa e si dà un luogo nello spazio: è lei che dà corpo alla forma modellandosi sul pensiero dell’artista, nella commistione di materiali segnati dalla possente presenza del bianco a volte scheggiato da ideogrammi astrali di installazioni che sono una sapiente sintesi tra scultura e pittura.
Nel visionario mondo di Otsuka Atsuko il segno graffiato sulle campiture dove il cielo ha preso il posto della terra rimanda a forme archetipe come i graffiti nelle grotte dei primi uomini. Il segno diventa forma informata a un pensiero che viaggia carico di rimandi a sentimenti a volte arrotondati, qualche volta spigolosi se non addirittura puntuti come saette che s’incuneano a velocità nel nostro sguardo indifeso.
Quando uno dei sensi manca, come nel caso di Takayasu Jun, gli altri sensi sopravanzano fino a raggiungere una potenza misteriosa: allora il colore diventa lo strumento per sentire l’infrangersi dell’onda. È l’alfabeto di un emozionante linguaggio astratto libero da “forme soffocanti”. La luce che emana dalle opere di Jun produce “una forma nel colore” che ti prende per mano e ti accompagna in un tuffo personale negli spazi siderei, là dove la forma non ha contorni, e il colore è una categoria dello spirito.
Colore che si specchia nel non colore. Così nelle campiture di Yamada Akiko il colore va degradando naturalmente come se, non l’artista, ma il tempo abbia impercettibilmente lavorato di bulino: steli silenziose e commosse attendono il fluire del tempo come guardiani indomiti del nostro futuro convulso a cui dovremo, prima o poi, abiurare.
Infine le opere dell’artista Tochihara Toshiko, di origine cinese, raccontano storie apparentemente leggere attraverso un piano sfalsato: ponendo la cornice su un piano differente , con un orientamento diverso come per rendere le storie difficilmente delimitabili. Storie aperte dove il segno simula un aeroplano che un bimbo ha lasciato sulla tela, così per ricordo. Perché quando, travolti dalla natura in rivolta, si riesce a sopravvivere, allora è quasi impossibile non “imparare ad accettare quello che non possiamo evitare”.
E ricominciare a raccontare l’amore per la vita.
03
agosto 2013
ARTE DAL SOL LEVANTE ALL’ISOLA DEL SOLE
Dal 03 agosto al 07 settembre 2013
arte contemporanea
Location
FORTE PETRAZZA
Messina, (Messina)
Messina, (Messina)
Orario di apertura
da lunedì a domenica ore 18.00-23.00
Vernissage
3 Agosto 2013, h 20
Sito web
www.museodelfango.it
Autore
Curatore




