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Cati Bestard Rotger – To Avoid an Infinite Loop – Act II: Recurrences
To Avoid an Infinite Loop – Act II: Recurrences, secondo capitolo della personale di Cati Bestard Rotger da Reception Rome, analizza l’impermanenza dell’immagine attraverso il dialogo tra fotografia analogica e sistemi di generazione AI, interrogando unicità, riproducibilità e statuto dell’opera.
Comunicato stampa
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Reception Rome è lieta di presentare To Avoid an Infinite Loop – Act II: Recurrences, secondo capitolo della mostra personale di Cati Bestard Rotger.
Act II: Recurrences è il secondo capitolo della mostra personale di Cati Bestard Rotger. Se Act I: Shifted introduceva una riflessione sullo spazio, sul corpo e sulla fotografia come processo, Act II: Recurrences affronta in modo più diretto il tema dell’impermanenza, mettendo in crisi l’idea dell’immagine fotografica come istante fissato e immutabile.
Contro una concezione comune della fotografia come mezzo capace di arrestare il flusso del tempo, i lavori presentati in questo secondo atto sono immagini in continua trasformazione, destinate a mutare, moltiplicarsi o scomparire. La mostra si sviluppa attorno a una tensione fondamentale: da un lato la fragilità dell’immagine analogica, dall’altro la proliferazione potenzialmente infinita dell’immagine generata artificialmente.
Lo spazio espositivo conserva le tracce della struttura in legno di Act I: Shifted, ora smontata e ricomposta. Al centro della galleria, un tavolo realizzato con lo stesso legno ospita una scatola (fabbricata dall’artista) che contiene un nuovo ciclo di lumen prints della serie fragments (2020-26) realizzate senza l’uso della macchina fotografica né fissaggio chimico. La carta fotosensibile — in parte scaduta — viene lasciata all’aperto per ore o giorni, esposta alla luce, all’umidità, agli agenti atmosferici e agli organismi presenti nell’ambiente. Le immagini risultanti non rappresentano il paesaggio, ma emergono dall’interazione tra materiali, luce e tempo, mettendo in discussione le convenzioni della rappresentazione fotografica e le assunzioni culturali che essa storicamente ha contribuito a consolidare. Le stampe vengono conservate, non fissate, all’interno della scatola. Ogni apertura comporta una perdita: l’esposizione alla luce fa sì che l’immagine svanisca progressivamente. In fragments, l’esperienza di visione coincide con la trasformazione e con la scomparsa dell’opera stessa.
In dialogo con questa fragilità, la mostra presenta una serie di immagini, intitolata recurrence (2026), generate tramite intelligenza artificiale a partire dalle scansioni delle lumen prints. Attraverso un processo di programmazione sviluppato tramite Gemini API e script personalizzati, le immagini sorgente vengono combinate e rielaborate secondo parametri variabili, generando centinaia di iterazioni a partire da un numero limitato di scansioni. Tuttavia, anche questa proliferazione è sottoposta a condizioni tecniche e algoritmiche che ne orientano forma e ricorrenza: la ripetizione di pattern, la tendenza alla saturazione, la reiterazione di soluzioni visive ricorrenti rivelano come l’idea di infinita libertà generativa sia sempre mediata da strutture predefinite.
Queste immagini mantengono un alto grado di astrazione, ma evocano al tempo stesso vedute satellitari o paesaggi dall’alto, spingendo ulteriormente la riflessione sui limiti della rappresentazione. Se in fragments l’immagine è unica, instabile e destinata a dissolversi, nelle opere generate dall’AI essa diventa replicabile, sostituibile, potenzialmente infinita. In questa sovrapproduzione, il concetto di unicità dell’opera si dissolve, così come ogni gerarchia tra originale e copia. Le immagini si equivalgono, non per il loro valore formale, ma per il processo che le genera.
In Act II: Recurrences, l’impermanenza non è solo una condizione materiale, ma una posizione critica. L’affidare l’immagine sia alla luce che all’algoritmo mette in evidenza due forme opposte ma complementari di instabilità: la sparizione e la proliferazione. In entrambi i casi, l’immagine non è mai definitiva. È traccia, residuo, possibilità. Aprendo la scatola che contiene le lumen prints o osservando il flusso continuo delle immagini artificiali lungo le pareti della galleria, il pubblico è chiamato a confrontarsi con un paradosso centrale della contemporaneità: tutto è destinato a scomparire, e allo stesso tempo tutto può rigenerarsi all’infinito, trasformandosi in un’altra forma.
Act II: Recurrences è il secondo capitolo della mostra personale di Cati Bestard Rotger. Se Act I: Shifted introduceva una riflessione sullo spazio, sul corpo e sulla fotografia come processo, Act II: Recurrences affronta in modo più diretto il tema dell’impermanenza, mettendo in crisi l’idea dell’immagine fotografica come istante fissato e immutabile.
Contro una concezione comune della fotografia come mezzo capace di arrestare il flusso del tempo, i lavori presentati in questo secondo atto sono immagini in continua trasformazione, destinate a mutare, moltiplicarsi o scomparire. La mostra si sviluppa attorno a una tensione fondamentale: da un lato la fragilità dell’immagine analogica, dall’altro la proliferazione potenzialmente infinita dell’immagine generata artificialmente.
Lo spazio espositivo conserva le tracce della struttura in legno di Act I: Shifted, ora smontata e ricomposta. Al centro della galleria, un tavolo realizzato con lo stesso legno ospita una scatola (fabbricata dall’artista) che contiene un nuovo ciclo di lumen prints della serie fragments (2020-26) realizzate senza l’uso della macchina fotografica né fissaggio chimico. La carta fotosensibile — in parte scaduta — viene lasciata all’aperto per ore o giorni, esposta alla luce, all’umidità, agli agenti atmosferici e agli organismi presenti nell’ambiente. Le immagini risultanti non rappresentano il paesaggio, ma emergono dall’interazione tra materiali, luce e tempo, mettendo in discussione le convenzioni della rappresentazione fotografica e le assunzioni culturali che essa storicamente ha contribuito a consolidare. Le stampe vengono conservate, non fissate, all’interno della scatola. Ogni apertura comporta una perdita: l’esposizione alla luce fa sì che l’immagine svanisca progressivamente. In fragments, l’esperienza di visione coincide con la trasformazione e con la scomparsa dell’opera stessa.
In dialogo con questa fragilità, la mostra presenta una serie di immagini, intitolata recurrence (2026), generate tramite intelligenza artificiale a partire dalle scansioni delle lumen prints. Attraverso un processo di programmazione sviluppato tramite Gemini API e script personalizzati, le immagini sorgente vengono combinate e rielaborate secondo parametri variabili, generando centinaia di iterazioni a partire da un numero limitato di scansioni. Tuttavia, anche questa proliferazione è sottoposta a condizioni tecniche e algoritmiche che ne orientano forma e ricorrenza: la ripetizione di pattern, la tendenza alla saturazione, la reiterazione di soluzioni visive ricorrenti rivelano come l’idea di infinita libertà generativa sia sempre mediata da strutture predefinite.
Queste immagini mantengono un alto grado di astrazione, ma evocano al tempo stesso vedute satellitari o paesaggi dall’alto, spingendo ulteriormente la riflessione sui limiti della rappresentazione. Se in fragments l’immagine è unica, instabile e destinata a dissolversi, nelle opere generate dall’AI essa diventa replicabile, sostituibile, potenzialmente infinita. In questa sovrapproduzione, il concetto di unicità dell’opera si dissolve, così come ogni gerarchia tra originale e copia. Le immagini si equivalgono, non per il loro valore formale, ma per il processo che le genera.
In Act II: Recurrences, l’impermanenza non è solo una condizione materiale, ma una posizione critica. L’affidare l’immagine sia alla luce che all’algoritmo mette in evidenza due forme opposte ma complementari di instabilità: la sparizione e la proliferazione. In entrambi i casi, l’immagine non è mai definitiva. È traccia, residuo, possibilità. Aprendo la scatola che contiene le lumen prints o osservando il flusso continuo delle immagini artificiali lungo le pareti della galleria, il pubblico è chiamato a confrontarsi con un paradosso centrale della contemporaneità: tutto è destinato a scomparire, e allo stesso tempo tutto può rigenerarsi all’infinito, trasformandosi in un’altra forma.
27
febbraio 2026
Cati Bestard Rotger – To Avoid an Infinite Loop – Act II: Recurrences
Dal 27 febbraio al 04 aprile 2026
arte contemporanea
Location
Reception Rome
Roma, Via Cosseria, 3, (RM)
Roma, Via Cosseria, 3, (RM)
Orario di apertura
da martedì a sabato su appuntamento
Vernissage
27 Febbraio 2026, 18:00 - 20:00
Sito web
Autore




