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Elena Cappellini – Radici di libertà
La Galleria Vittoria presenta Radici di Libertà, prima mostra personale di Elena Cappellini, a cura di Tiziana Todi. La mostra sarà visitabile fino al 6 marzo 2026. Il progetto riunisce una selezione di opere informali realizzate tra 2017 e 2024
Comunicato stampa
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La Galleria Vittoria presenta Radici di Libertà, prima mostra personale di Elena Cappellini, a cura di Tiziana Todi. La mostra sarà visitabile fino al 6 marzo 2026. Il progetto riunisce una selezione di opere informali realizzate tra 2017 e 2024, costruendo un percorso in cui la pittura non nasce dall’urgenza di “raccontare” qualcosa, ma dal bisogno di far emergere ciò che resta, tracce, residui, ritorni e stratificazioni.
La memoria, in questa mostra, non è nostalgia decorativa. È un dispositivo concreto, si deposita nella materia, si registra nel gesto, riemerge nella superficie come densità e ritmo. Cappellini arriva qui dopo un passaggio netto, dichiarato con lucidità, la sua ricerca nasce dalla necessità di “distruggere quella sicurezza” che stava dietro una rappresentazione fedele e piacevole, per lasciare spazio a un sentimento più interno e meno addomesticato, rivelando un’attrazione per il Romanticismo e per lo Sturm und Drang come origine culturale di un processo di individualizzazione, sposta l’asse del lavoro, dal mondo visto al mondo vissuto, da ciò che appare a ciò che non esiste. La tela diventa così un campo unitario, abitato interamente, in cui la distinzione tra fondo e figura tende a dissolversi, e l’immagine si costruisce per accumulo, abrasione, sedimentazione. Un elemento strutturante è il nero, un non “colore d’atmosfera”, ma ossatura capace di addensare lo spazio e di rendere la superficie psicologicamente attiva. L’artista descrive una grammatica maturata nel tempo, dove il segno si è spinto verso una libertà estrema, spesso attraversando la scala cromatica lasciando emergere accensioni più cupe. Come scrive Cappellini: “Oggi… l’equilibrio sarà il fine ultimo e supremo… una ricerca che si focalizzerà sulla composizione e la sintesi visiva.”
Per Tiziana Todi, la mostra mette a fuoco proprio questa qualità: la memoria non viene illustrata, ma costruita. “Qui la materia non serve a fare effetto: conserva la storia del gesto e la trasforma in struttura. La pittura diventa un luogo di resistenza silenziosa, dove l’opera resta autonoma perché necessaria, non perché chiusa.”
Il percorso espositivo attraversa lavori che già nel titolo dichiarano un rapporto diretto con il tempo e con ciò che persiste: Dreams from the Past (2017), Disconnected Memories (2020), La persistenza del ricordo (2023), fino a opere recenti come La funzione del presente (2024), dove la tecnica mista accentua l’idea di superficie come archivio, non come semplice immagine.
Radici di libertà restituisce così una pittura che non cerca conferme, ma misura: trattiene, scava, stratifica. Nel confronto ravvicinato con le opere, la materia si comporta come un archivio vivo, dove ogni passaggio del gesto resta come traccia e diventa struttura, e il nero non “oscura” ma rende visibile una profondità interiore. La mostra mette in campo un’idea di libertà non dichiarata, ma praticata: quella di un’immagine che non illustra il reale, lo attraversa e lo riscrive.
Bio di Elena Cappelini:
Nata a Roma nel 1987 e cresciuta a Colonna (Castelli Romani), Cappellini vive e lavora a Roma; si forma al Liceo Artistico Giorgio de Chirico e all’Accademia di Belle Arti di Roma, conseguendo la laurea specialistica in Pittura. rtecipando anche a progetti espositivi e a rassegne collegate alle sue attività.
Radici di libertà
Testo di Tiziana Todi
La ricerca artistica di Elena Cappellini si colloca all’interno di una espressività consapevolmente svincolata dal vero percepito, da una realtà empirica spesso avvertita come dolorosa e perturbante. L’artista orienta il proprio linguaggio verso un rapporto diretto e primario con la materia, facendo di essa non un semplice mezzo, ma il fulcro stesso della costruzione formale e concettuale dell’opera. In questo senso, la sua produzione si inscrive in una continuità critica con le esperienze dell’informale, in particolare nelle declinazioni materiche e segnico-gestuali, intese non come categorie dogmatiche ma come ambiti di ricerca aperti.
L’informale, lungi dall’apparire indebolito o superato, si manifesta nelle opere di Elena come espressione ancora vitale, capace di rinnovarsi attraverso strumenti e sensibilità proprie della contemporaneità. La manipolazione della materia e la verifica costante del gesto pittorico costituiscono il nucleo di una ricerca che si configura come processo generativo, in grado di fornire linfa allo sviluppo dell’opera oltre ogni intento rappresentativo.
All’interno di questo orizzonte, Elena rifiuta l’urlo e l’enfasi. La sua pittura non si affida alla violenza del segno né alla spettacolarizzazione del gesto, ma si struttura secondo un’astrazione lirica controllata, silenziosa e profondamente riflessiva. La sua ribellione non è gridata, ma intimamente romantica: un romanticismo che si traduce in una tensione filosofica e spirituale, in cui le passioni si contrappongono alla rigidità del reale e alle sue strutture normative.
L’opera, in questa prospettiva, non si presenta come raffigurazione sterile, bensì come entità autonoma e loquace. Nella materia trova la propria voce. La superficie della tela viene integralmente occupata, annullando la distinzione tradizionale tra fondo e figura, tra forma e spazio, secondo una concezione unitaria del campo pittorico.
Nelle opere della Cappellini emergono il sentimento e l’istinto come categorie conoscitive, in opposizione a una visione analitica e scientifica del reale. Una forza vitale, talvolta caotica, attraversa la composizione, affermandola come soggetto creatore libero, guidato da una necessità interiore più che da sistemi precostituiti. Il desiderio di libertà diviene così principio fondante del percorso artistico e umano, spesso affidato a un codice visivo che privilegia il silenzio alla dichiarazione esplicita. In questo contesto, la pittura si fa spessore, sedimento, traccia, una presenza che trattiene il gesto e ne conserva la memoria. L’uso dei neri assume un ruolo strutturale. Essi si infiltrano nella materia, attraversano la superficie dell’opera e restituendole densità e profondità , rendendo visibile una dimensione interiore e spirituale che si pone come controcampo della realtà fenomenica.
La sua espressione si configura come atto introspettivo, conoscitivo e liberatorio, radicata nella materia che diventa luogo di sintesi tra segno, pensiero e visione, riaffermando l’autonomia dell’arte come spazio di resistenza e di possibilità.
La memoria, in questa mostra, non è nostalgia decorativa. È un dispositivo concreto, si deposita nella materia, si registra nel gesto, riemerge nella superficie come densità e ritmo. Cappellini arriva qui dopo un passaggio netto, dichiarato con lucidità, la sua ricerca nasce dalla necessità di “distruggere quella sicurezza” che stava dietro una rappresentazione fedele e piacevole, per lasciare spazio a un sentimento più interno e meno addomesticato, rivelando un’attrazione per il Romanticismo e per lo Sturm und Drang come origine culturale di un processo di individualizzazione, sposta l’asse del lavoro, dal mondo visto al mondo vissuto, da ciò che appare a ciò che non esiste. La tela diventa così un campo unitario, abitato interamente, in cui la distinzione tra fondo e figura tende a dissolversi, e l’immagine si costruisce per accumulo, abrasione, sedimentazione. Un elemento strutturante è il nero, un non “colore d’atmosfera”, ma ossatura capace di addensare lo spazio e di rendere la superficie psicologicamente attiva. L’artista descrive una grammatica maturata nel tempo, dove il segno si è spinto verso una libertà estrema, spesso attraversando la scala cromatica lasciando emergere accensioni più cupe. Come scrive Cappellini: “Oggi… l’equilibrio sarà il fine ultimo e supremo… una ricerca che si focalizzerà sulla composizione e la sintesi visiva.”
Per Tiziana Todi, la mostra mette a fuoco proprio questa qualità: la memoria non viene illustrata, ma costruita. “Qui la materia non serve a fare effetto: conserva la storia del gesto e la trasforma in struttura. La pittura diventa un luogo di resistenza silenziosa, dove l’opera resta autonoma perché necessaria, non perché chiusa.”
Il percorso espositivo attraversa lavori che già nel titolo dichiarano un rapporto diretto con il tempo e con ciò che persiste: Dreams from the Past (2017), Disconnected Memories (2020), La persistenza del ricordo (2023), fino a opere recenti come La funzione del presente (2024), dove la tecnica mista accentua l’idea di superficie come archivio, non come semplice immagine.
Radici di libertà restituisce così una pittura che non cerca conferme, ma misura: trattiene, scava, stratifica. Nel confronto ravvicinato con le opere, la materia si comporta come un archivio vivo, dove ogni passaggio del gesto resta come traccia e diventa struttura, e il nero non “oscura” ma rende visibile una profondità interiore. La mostra mette in campo un’idea di libertà non dichiarata, ma praticata: quella di un’immagine che non illustra il reale, lo attraversa e lo riscrive.
Bio di Elena Cappelini:
Nata a Roma nel 1987 e cresciuta a Colonna (Castelli Romani), Cappellini vive e lavora a Roma; si forma al Liceo Artistico Giorgio de Chirico e all’Accademia di Belle Arti di Roma, conseguendo la laurea specialistica in Pittura. rtecipando anche a progetti espositivi e a rassegne collegate alle sue attività.
Radici di libertà
Testo di Tiziana Todi
La ricerca artistica di Elena Cappellini si colloca all’interno di una espressività consapevolmente svincolata dal vero percepito, da una realtà empirica spesso avvertita come dolorosa e perturbante. L’artista orienta il proprio linguaggio verso un rapporto diretto e primario con la materia, facendo di essa non un semplice mezzo, ma il fulcro stesso della costruzione formale e concettuale dell’opera. In questo senso, la sua produzione si inscrive in una continuità critica con le esperienze dell’informale, in particolare nelle declinazioni materiche e segnico-gestuali, intese non come categorie dogmatiche ma come ambiti di ricerca aperti.
L’informale, lungi dall’apparire indebolito o superato, si manifesta nelle opere di Elena come espressione ancora vitale, capace di rinnovarsi attraverso strumenti e sensibilità proprie della contemporaneità. La manipolazione della materia e la verifica costante del gesto pittorico costituiscono il nucleo di una ricerca che si configura come processo generativo, in grado di fornire linfa allo sviluppo dell’opera oltre ogni intento rappresentativo.
All’interno di questo orizzonte, Elena rifiuta l’urlo e l’enfasi. La sua pittura non si affida alla violenza del segno né alla spettacolarizzazione del gesto, ma si struttura secondo un’astrazione lirica controllata, silenziosa e profondamente riflessiva. La sua ribellione non è gridata, ma intimamente romantica: un romanticismo che si traduce in una tensione filosofica e spirituale, in cui le passioni si contrappongono alla rigidità del reale e alle sue strutture normative.
L’opera, in questa prospettiva, non si presenta come raffigurazione sterile, bensì come entità autonoma e loquace. Nella materia trova la propria voce. La superficie della tela viene integralmente occupata, annullando la distinzione tradizionale tra fondo e figura, tra forma e spazio, secondo una concezione unitaria del campo pittorico.
Nelle opere della Cappellini emergono il sentimento e l’istinto come categorie conoscitive, in opposizione a una visione analitica e scientifica del reale. Una forza vitale, talvolta caotica, attraversa la composizione, affermandola come soggetto creatore libero, guidato da una necessità interiore più che da sistemi precostituiti. Il desiderio di libertà diviene così principio fondante del percorso artistico e umano, spesso affidato a un codice visivo che privilegia il silenzio alla dichiarazione esplicita. In questo contesto, la pittura si fa spessore, sedimento, traccia, una presenza che trattiene il gesto e ne conserva la memoria. L’uso dei neri assume un ruolo strutturale. Essi si infiltrano nella materia, attraversano la superficie dell’opera e restituendole densità e profondità , rendendo visibile una dimensione interiore e spirituale che si pone come controcampo della realtà fenomenica.
La sua espressione si configura come atto introspettivo, conoscitivo e liberatorio, radicata nella materia che diventa luogo di sintesi tra segno, pensiero e visione, riaffermando l’autonomia dell’arte come spazio di resistenza e di possibilità.
18
febbraio 2026
Elena Cappellini – Radici di libertà
Dal 18 febbraio al 06 marzo 2026
arte contemporanea
Location
GALLERIA VITTORIA
Roma, Via Margutta, 103, (Roma)
Roma, Via Margutta, 103, (Roma)
Orario di apertura
Dal lunedì al venerdì dalle 15.00 alle 19.00 (sabato solo su appuntamento)
Vernissage
18 Febbraio 2026, ore 18-20
Sito web
Autore
Curatore
Autore testo critico






