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Enrico Baj – Opere scelte 1956-2003
In mostra saranno esposte 25 opere tra dipinti e sculture, oltre ad una selezionata scelta di opere multiple
Comunicato stampa
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La Galleria Guastalla Centro Arte presenta una personale di Enrico Baj dal titolo “Opere scelte 1956 - 2003”: con questa esposizione si intende dare risalto ad alcuni aspetti fra i più importanti e interessanti della produzione di Enrico Baj. In mostra saranno esposte 25 opere tra dipinti e sculture, oltre ad una selezionata scelta di opere multiple, che percorrono vari periodi dell’operato di Enrico Baj. Si parte da un raro collage e ovatta su tela del 1956 dal titolo “Jeune femme”dove è già evidente quel processo che Baj opera nell’ambito del collage; rifacendosi a tale tradizione infatti Baj ne rinnova decisamente l’estensione rovesciando il rapporto pittura-oggetto a favore di un dominio quasi assoluto di quest’ultimo. In Europa forse soltanto Baj e Burri compiono a metà degli anni ’50 una così radicale utilizzazione oggettualistica del collage. Si prosegue con “Lego 4” del 1963 già esposto a Palazzo Grassi Venezia nello stesso anno in occasione della mostra “Visione e colore”: in quest’opera è già presente l’elemento del gioco infantile usato come strumento ulteriore della sua dissacrante commedia, rivolta sia contro la falsa apologia della seriosità infantile, sia contro la falsa e più pericolosa seriosità adulta. L’esposizione prosegue con una serie di opere che rispecchiano le varie tecniche e materiali usati da Baj (acrilici, collage, ovatta, passamaneria, decorazioni, oggetti, plastica, legni ecc.) e i soggetti della sua produzione più famosa quali i Personaggi, i Generali, le Maschere tribali. In mostra sarà esposta anche l’opera che Baj eseguì per la Casa Natale di Amedeo Modigliani a Livorno: in tale occasione,con la sua solita acutezza, Baj realizzò una maschera con chiari riferimenti alla casa e al personaggio Modigliani. Anche in occasione del centenario della nascita di Modigliani nel 1984 Baj eseguì per le edizioni Graphis Arte due opere multiple dimostrando l’amore che aveva per questo grande artista livornese.
L’opera di Baj si contraddistingue sicuramente per l’ironia dissacratoria che accompagna tutta la sua produzione artistica e per il continuo rinnovarsi dell’espressività e delle tecniche utilizzate.
Enrico Baj è uno degli artisti che meglio interpreta le contraddizioni dell’uomo moderno, così appunto come ora è, l’uomo cittadino, parte di una società altamente industrializzata, persino di una società internazionale con quel tanto di disinvolto anonimato che ciò comporta.
Scriveva Baj nel 1990: “con la pittura (o la scultura), lanci dei messaggi, cioè delle informazioni e quindi spero che la mia pittura fornisca essa pure delle indicazioni, delle notizie; che dica qualcosa di noi e dei nostri comportamenti, di gioie e dolori, di vita e di morte. Che si tratti della aggressività o del potere militare e delle sue parate; che mi sia interessato alla morte
dell’anarchico Pinelli oppure agli incubi di una Apocalisse per un mondo che si autodistrugge con una insensata guerra alla natura; che la si chiami dissacratoria o volgare o ironica, io credo di aver sempre svolto un arte legata alle vicende dell’uomo”.
Come osservava Gillo Dorfles nel 1964, infatti, “mentre la pop art si vale di oggetti trovati che sono i simboli della nostra vita di tutti i giorni, Baj ha seguito sin dai suoi primi Generali un criterio del tutto opposto. L’ampio uso che egli ha fatto di materiali ormai invecchiati e fuori uso: di vecchie passamanerie ottocentesche, di antiche medaglie ormai scadute, di fronzoli e di trine delle nostre nonne o bisnonne, ci dice come l’artista abbia avvertito l’importanza di dare vita a un universo che è al tempo stesso superato e ricordato; un regno della memoria, della nostra comune memoria, dove ancora vivono e si aggirano le larve d’un’epoca che sembra già lontana da noi ma nella quale tutti noi riconosciamo le nostre origini prime”.
Baj critica movimenti come la minimal art che rimanda alla visione delle città americane fatte di splendenti grattacieli, dove quando uno esce la sera si sente in una gabbia d’acciaio e in una prigione invalicabile dalla quale è vietato evadere persino con la fantasia.
“Attualmente l’arte ci sta fornendo uno spettacolo piuttosto noioso - scriveva ancora Baj – per cui viene meno anche la voglia di polemizzarci e in genere tutto viene accettato senza discutere, senza entusiasmo e con un tiepido consensualismo”.
Nell’opera di Baj invece si riscontra sempre una irriverenza, una ironia e un gusto del paradosso quasi questi siano degli anticorpi dell’uomo contemporaneo contro l’oppressione e la massificazione.
Brevi cenni biografici:
Enrico Baj nasce a Milano nel 1924. Partecipa in primo piano alle avanguardie degli anni’50, fondando il movimento nucleare; da un lato gli specchi, i mobili, i meccani, le dame, i d’apres costituiscono il filone ludico e giocoso in cui prevale il piacere di far pittura con ogni sorta di materiali, dall’altro le figurazioni nucleari degli anni cinquanta testimoniano le paure seguite a Hiroshima e proiettate nel futuro, e manifestano un forte impegno civile contro ogni tipo di aggressività che, attraverso i generali e le parate militari degli anni ’60, approda negli anni’70 a tre grandi opere: I funerali dell’anarchico Pinelli, Nixon Parade, L’apocalisse. Da qui in avanti la critica della contemporaneità, dell’uso indiscriminato delle tecnologie, della robotizzazione dell’uomo nella società attuale, del prevalere della forma sulla sostanza, della spettacolarizzazione e del consumo di ogni cosa, è presente nell’opera di Baj. Nasce così a stigmatizzare l’abuso tecnologico il “Manifesto del futurismo statico”, e i “Manichini”, figure senza volto dove sono evidenti i riferimenti al manierismo e alla metafisica. Poi, attraverso le “metamorfosi” e “metafore” sviluppa una figurazione dell’immaginario e del fantastico che porterà alla sua massima espressione nelle “opere kitsch “ degli anni successivi. Nel 1993 inizia il ciclo delle maschere tribali, immagini di un moderno primitivismo con cui la società opulenta vuole rifarsi un look istintuale e selvaggio riciclando come simboli gli oggetti del consumo quotidiano. Nella stessa linea si collocano i feltri e i totem. Tra le maschere e i totem si colloca Berluskaiser, composizioni di sagome con cui Baj fa satira sulla conquista del potere attraverso i media. Dopo i feltri del 1999, il senso del tempo perduto e della fin de siècle porta Baj sulle tracce di Proust da cui nascono oltre 160 ritratti ispirati ai Guermantes, agli intrighi dell’affaire Dreyfus, a quel mondo raffinato decadente e spesso grottesco. Il 2002 vede una nuova produzione di opere “idrauliche” dove impiega tubi, rubinetti, sifoni. Muore a Vergiate il 16 Giugno 2003.
L’opera di Baj si contraddistingue sicuramente per l’ironia dissacratoria che accompagna tutta la sua produzione artistica e per il continuo rinnovarsi dell’espressività e delle tecniche utilizzate.
Enrico Baj è uno degli artisti che meglio interpreta le contraddizioni dell’uomo moderno, così appunto come ora è, l’uomo cittadino, parte di una società altamente industrializzata, persino di una società internazionale con quel tanto di disinvolto anonimato che ciò comporta.
Scriveva Baj nel 1990: “con la pittura (o la scultura), lanci dei messaggi, cioè delle informazioni e quindi spero che la mia pittura fornisca essa pure delle indicazioni, delle notizie; che dica qualcosa di noi e dei nostri comportamenti, di gioie e dolori, di vita e di morte. Che si tratti della aggressività o del potere militare e delle sue parate; che mi sia interessato alla morte
dell’anarchico Pinelli oppure agli incubi di una Apocalisse per un mondo che si autodistrugge con una insensata guerra alla natura; che la si chiami dissacratoria o volgare o ironica, io credo di aver sempre svolto un arte legata alle vicende dell’uomo”.
Come osservava Gillo Dorfles nel 1964, infatti, “mentre la pop art si vale di oggetti trovati che sono i simboli della nostra vita di tutti i giorni, Baj ha seguito sin dai suoi primi Generali un criterio del tutto opposto. L’ampio uso che egli ha fatto di materiali ormai invecchiati e fuori uso: di vecchie passamanerie ottocentesche, di antiche medaglie ormai scadute, di fronzoli e di trine delle nostre nonne o bisnonne, ci dice come l’artista abbia avvertito l’importanza di dare vita a un universo che è al tempo stesso superato e ricordato; un regno della memoria, della nostra comune memoria, dove ancora vivono e si aggirano le larve d’un’epoca che sembra già lontana da noi ma nella quale tutti noi riconosciamo le nostre origini prime”.
Baj critica movimenti come la minimal art che rimanda alla visione delle città americane fatte di splendenti grattacieli, dove quando uno esce la sera si sente in una gabbia d’acciaio e in una prigione invalicabile dalla quale è vietato evadere persino con la fantasia.
“Attualmente l’arte ci sta fornendo uno spettacolo piuttosto noioso - scriveva ancora Baj – per cui viene meno anche la voglia di polemizzarci e in genere tutto viene accettato senza discutere, senza entusiasmo e con un tiepido consensualismo”.
Nell’opera di Baj invece si riscontra sempre una irriverenza, una ironia e un gusto del paradosso quasi questi siano degli anticorpi dell’uomo contemporaneo contro l’oppressione e la massificazione.
Brevi cenni biografici:
Enrico Baj nasce a Milano nel 1924. Partecipa in primo piano alle avanguardie degli anni’50, fondando il movimento nucleare; da un lato gli specchi, i mobili, i meccani, le dame, i d’apres costituiscono il filone ludico e giocoso in cui prevale il piacere di far pittura con ogni sorta di materiali, dall’altro le figurazioni nucleari degli anni cinquanta testimoniano le paure seguite a Hiroshima e proiettate nel futuro, e manifestano un forte impegno civile contro ogni tipo di aggressività che, attraverso i generali e le parate militari degli anni ’60, approda negli anni’70 a tre grandi opere: I funerali dell’anarchico Pinelli, Nixon Parade, L’apocalisse. Da qui in avanti la critica della contemporaneità, dell’uso indiscriminato delle tecnologie, della robotizzazione dell’uomo nella società attuale, del prevalere della forma sulla sostanza, della spettacolarizzazione e del consumo di ogni cosa, è presente nell’opera di Baj. Nasce così a stigmatizzare l’abuso tecnologico il “Manifesto del futurismo statico”, e i “Manichini”, figure senza volto dove sono evidenti i riferimenti al manierismo e alla metafisica. Poi, attraverso le “metamorfosi” e “metafore” sviluppa una figurazione dell’immaginario e del fantastico che porterà alla sua massima espressione nelle “opere kitsch “ degli anni successivi. Nel 1993 inizia il ciclo delle maschere tribali, immagini di un moderno primitivismo con cui la società opulenta vuole rifarsi un look istintuale e selvaggio riciclando come simboli gli oggetti del consumo quotidiano. Nella stessa linea si collocano i feltri e i totem. Tra le maschere e i totem si colloca Berluskaiser, composizioni di sagome con cui Baj fa satira sulla conquista del potere attraverso i media. Dopo i feltri del 1999, il senso del tempo perduto e della fin de siècle porta Baj sulle tracce di Proust da cui nascono oltre 160 ritratti ispirati ai Guermantes, agli intrighi dell’affaire Dreyfus, a quel mondo raffinato decadente e spesso grottesco. Il 2002 vede una nuova produzione di opere “idrauliche” dove impiega tubi, rubinetti, sifoni. Muore a Vergiate il 16 Giugno 2003.
06
maggio 2006
Enrico Baj – Opere scelte 1956-2003
Dal 06 maggio al 30 giugno 2006
arte contemporanea
Location
GUASTALLA CENTROARTE
Livorno, Via Roma, 47, (Livorno)
Livorno, Via Roma, 47, (Livorno)
Orario di apertura
tutti i giorni 10–13 e 16,30–20 escluso il sabato pomeriggio e la domenica
Vernissage
6 Maggio 2006, ore 18
Autore


