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Etienne Pierart – SAPIENS. Una Umanità, molte vie evolutive
Attraverso il popolo Dani della Nuova Guinea, la mostra SAPIENS di Etienne Pierart sfida i paradigmi occidentali. Oltre il mito del “primitivo”, l’opera celebra la pluralità delle vie evolutive e invita a una riflessione urgente su progresso, sostenibilità e legame profondo con l’ambiente.
Comunicato stampa
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ETIENNE PIERART
"SAPIENS. Una umanità, molte vie evolutive"
Un viaggio fotografico tra il popolo Dani della Papua Occidentale
A cura di Giada Rodani - OPC Arte|Scienza
Dal 9 maggio al 27 settembre 2026 | Opening: sabato 9 maggio 2026
OPC - Osservatorio Polifunzionale del Chianti
________________________________________
"Ho imparato che non esistono popoli primitivi, ma solo modi diversi di essere umani di fronte alle stesse grandi domande: come mangiare, come convivere, come morire".
Karl Heider, antropologo
Attraverso l’obiettivo del fotoreporter belga Etienne Pierart, la mostra Sapiens propone un percorso di antropologia riflessiva che trasforma l’incontro con il popolo Dani in un dispositivo critico capace di interrogare la cultura occidentale contemporanea.
Eredi diretti di alcune delle prime ondate migratorie di Homo sapiens fuori dall’Africa (circa 60.000 anni fa), i Dani abitano nella Valle del Baliem, sugli altopiani centrali della Papua Occidentale indonesiana, a 1.600 metri di altitudine. Con 312 tribù e oltre mille idiomi, costituiscono uno dei gruppi etno-linguistici più complessi della Terra. Questa valle, rimasta a lungo isolata, è stata scoperta dagli occidentali solo alla fine degli anni Trenta, mentre studi sistematici iniziarono negli anni Sessanta grazie a un team di studiosi dell’Università di Harvard, che rivelò quanto fino ad allora la civiltà Dani fosse rimasta praticamente invariata da millenni.
Nel 2023, Etienne Pierart ha trascorso un mese immerso nella vita di una tribù Dani, condividendone spazi, gesti quotidiani e rituali, e osservando da vicino le sorprendenti differenze e contraddizioni con il mondo occidentale. Questo intenso percorso di convivenza e osservazione si è tradotto in un reportage fotografico che, nel 2025, gli ha valso la Medaglia d’Oro per la Fotografia della prestigiosa Société des Artistes Français, riconoscimento della sua “capacità di raccontare l’umanità nella sua complessità e profondità”.
L’esposizione va oltre il semplice reportage etnografico per configurarsi come uno spazio di confronto tra sguardi, dove l’immagine fotografica diventa strumento di conoscenza e, al tempo stesso, di messa in discussione dell’idea di “primitivo”, non di rado attribuita in modo riduttivo alle società indigene.
Spesso descritti come “neolitici” per l’utilizzo di strumenti in pietra, osso e legno, i Dani hanno in realtà sviluppato un sistema sociale complesso e altamente specializzato. La loro economia si fonda sulla coltivazione della patata dolce, su un equilibrio ecologico rigoroso e su quella che viene definita “cultura dello spago”: l’impiego sofisticato di fibre vegetali come infrastruttura materiale e simbolica della vita quotidiana e rituale.
"Sapiens" muove da un presupposto scientifico fondamentale: non esistono differenze biologiche tra un occidentale e un Dani. Entrambi appartengono alla medesima specie, Homo sapiens. Ciò che li distingue non è la natura, ma il percorso: l’insieme di scelte adattive, culturali, sociali e simboliche attraverso cui ciascuna comunità ha interpretato l’ambiente, organizzato la convivenza e attribuito significato al mondo. Non si tratta dunque di una distanza evolutiva, ma di traiettorie storiche differenti. Modi diversi di essere umani, ugualmente complessi, ugualmente contemporanei.
Se l’Occidente ha perseguito il dominio tecnologico e l’espansione produttiva, i Dani hanno affinato una forma di simbiosi profonda con l’ambiente, costruendo una società fondata sulla stabilità e sull’equilibrio.
Come accaduto a molte altre comunità indigene, in epoche e luoghi diversi del pianeta, anche la cultura Dani è oggi a rischio di progressiva scomparsa. L’insistente pressione della civiltà occidentale dominante ne sta compromettendo profondamente l’identità, alterandone usi, tradizioni e sistemi di valori. In un’ottica sempre più globalizzata, pratiche ancestrali e saperi millenari vengono spesso ridotti a semplice spettacolo folkloristico, trasformati in intrattenimento per visitatori e turisti, svuotati del loro significato autentico.
Il confronto visivo proposto da Etienne Pierart si trasforma in una potente riflessione sul significato stesso di progresso e di civiltà. In un’epoca attraversata da crisi ambientali, fragilità sistemiche e trasformazioni sempre più rapide, la mostra non si limita a osservare, ma sollecita una domanda urgente: quale idea di sviluppo può dirsi davvero sostenibile nel lungo periodo? È un invito a riconsiderare le nostre certezze, a mettere in discussione i paradigmi dominanti e a immaginare un futuro capace di coniugare innovazione, equilibrio e responsabilità.
In questo passaggio epocale decisivo per la nostra umanità, tornare alle radici della nostra storia evolutiva significa riscoprire la ricchezza delle molteplici strade che l’essere umano ha saputo percorrere. Le antiche culture indigene ci restituiscono l’immagine di un’umanità capace di vivere in relazione profonda con il proprio ecosistema, in sintonia con la natura e con l’ambiente circostante. Accogliere questa memoria vuol dire liberarsi di una visione che etichetta come “primitivo” ciò che non comprende. Significa, piuttosto, attingere a un sapere spesso dimenticato, riconoscendo in queste culture una fonte di insegnamenti preziosi: la centralità della comunità, il rispetto per le risorse, la profondità del legame spirituale con il mondo. Un patrimonio di conoscenze che può aiutarci a immaginare una prospettiva per un futuro più consapevole e sostenibile. Perché il rischio che incombe non è soltanto ambientale, ma anche profondamente antropologico: costruire un futuro tecnologicamente straordinario, ma incapace di custodire la “misura dell’Uomo”. Sembra proprio questa la grande sfida del nostro tempo, quella di cavalcare l’onda del progresso rimanendo umani.
(Giada Rodani)
"SAPIENS. Una umanità, molte vie evolutive"
Un viaggio fotografico tra il popolo Dani della Papua Occidentale
A cura di Giada Rodani - OPC Arte|Scienza
Dal 9 maggio al 27 settembre 2026 | Opening: sabato 9 maggio 2026
OPC - Osservatorio Polifunzionale del Chianti
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"Ho imparato che non esistono popoli primitivi, ma solo modi diversi di essere umani di fronte alle stesse grandi domande: come mangiare, come convivere, come morire".
Karl Heider, antropologo
Attraverso l’obiettivo del fotoreporter belga Etienne Pierart, la mostra Sapiens propone un percorso di antropologia riflessiva che trasforma l’incontro con il popolo Dani in un dispositivo critico capace di interrogare la cultura occidentale contemporanea.
Eredi diretti di alcune delle prime ondate migratorie di Homo sapiens fuori dall’Africa (circa 60.000 anni fa), i Dani abitano nella Valle del Baliem, sugli altopiani centrali della Papua Occidentale indonesiana, a 1.600 metri di altitudine. Con 312 tribù e oltre mille idiomi, costituiscono uno dei gruppi etno-linguistici più complessi della Terra. Questa valle, rimasta a lungo isolata, è stata scoperta dagli occidentali solo alla fine degli anni Trenta, mentre studi sistematici iniziarono negli anni Sessanta grazie a un team di studiosi dell’Università di Harvard, che rivelò quanto fino ad allora la civiltà Dani fosse rimasta praticamente invariata da millenni.
Nel 2023, Etienne Pierart ha trascorso un mese immerso nella vita di una tribù Dani, condividendone spazi, gesti quotidiani e rituali, e osservando da vicino le sorprendenti differenze e contraddizioni con il mondo occidentale. Questo intenso percorso di convivenza e osservazione si è tradotto in un reportage fotografico che, nel 2025, gli ha valso la Medaglia d’Oro per la Fotografia della prestigiosa Société des Artistes Français, riconoscimento della sua “capacità di raccontare l’umanità nella sua complessità e profondità”.
L’esposizione va oltre il semplice reportage etnografico per configurarsi come uno spazio di confronto tra sguardi, dove l’immagine fotografica diventa strumento di conoscenza e, al tempo stesso, di messa in discussione dell’idea di “primitivo”, non di rado attribuita in modo riduttivo alle società indigene.
Spesso descritti come “neolitici” per l’utilizzo di strumenti in pietra, osso e legno, i Dani hanno in realtà sviluppato un sistema sociale complesso e altamente specializzato. La loro economia si fonda sulla coltivazione della patata dolce, su un equilibrio ecologico rigoroso e su quella che viene definita “cultura dello spago”: l’impiego sofisticato di fibre vegetali come infrastruttura materiale e simbolica della vita quotidiana e rituale.
"Sapiens" muove da un presupposto scientifico fondamentale: non esistono differenze biologiche tra un occidentale e un Dani. Entrambi appartengono alla medesima specie, Homo sapiens. Ciò che li distingue non è la natura, ma il percorso: l’insieme di scelte adattive, culturali, sociali e simboliche attraverso cui ciascuna comunità ha interpretato l’ambiente, organizzato la convivenza e attribuito significato al mondo. Non si tratta dunque di una distanza evolutiva, ma di traiettorie storiche differenti. Modi diversi di essere umani, ugualmente complessi, ugualmente contemporanei.
Se l’Occidente ha perseguito il dominio tecnologico e l’espansione produttiva, i Dani hanno affinato una forma di simbiosi profonda con l’ambiente, costruendo una società fondata sulla stabilità e sull’equilibrio.
Come accaduto a molte altre comunità indigene, in epoche e luoghi diversi del pianeta, anche la cultura Dani è oggi a rischio di progressiva scomparsa. L’insistente pressione della civiltà occidentale dominante ne sta compromettendo profondamente l’identità, alterandone usi, tradizioni e sistemi di valori. In un’ottica sempre più globalizzata, pratiche ancestrali e saperi millenari vengono spesso ridotti a semplice spettacolo folkloristico, trasformati in intrattenimento per visitatori e turisti, svuotati del loro significato autentico.
Il confronto visivo proposto da Etienne Pierart si trasforma in una potente riflessione sul significato stesso di progresso e di civiltà. In un’epoca attraversata da crisi ambientali, fragilità sistemiche e trasformazioni sempre più rapide, la mostra non si limita a osservare, ma sollecita una domanda urgente: quale idea di sviluppo può dirsi davvero sostenibile nel lungo periodo? È un invito a riconsiderare le nostre certezze, a mettere in discussione i paradigmi dominanti e a immaginare un futuro capace di coniugare innovazione, equilibrio e responsabilità.
In questo passaggio epocale decisivo per la nostra umanità, tornare alle radici della nostra storia evolutiva significa riscoprire la ricchezza delle molteplici strade che l’essere umano ha saputo percorrere. Le antiche culture indigene ci restituiscono l’immagine di un’umanità capace di vivere in relazione profonda con il proprio ecosistema, in sintonia con la natura e con l’ambiente circostante. Accogliere questa memoria vuol dire liberarsi di una visione che etichetta come “primitivo” ciò che non comprende. Significa, piuttosto, attingere a un sapere spesso dimenticato, riconoscendo in queste culture una fonte di insegnamenti preziosi: la centralità della comunità, il rispetto per le risorse, la profondità del legame spirituale con il mondo. Un patrimonio di conoscenze che può aiutarci a immaginare una prospettiva per un futuro più consapevole e sostenibile. Perché il rischio che incombe non è soltanto ambientale, ma anche profondamente antropologico: costruire un futuro tecnologicamente straordinario, ma incapace di custodire la “misura dell’Uomo”. Sembra proprio questa la grande sfida del nostro tempo, quella di cavalcare l’onda del progresso rimanendo umani.
(Giada Rodani)
09
maggio 2026
Etienne Pierart – SAPIENS. Una Umanità, molte vie evolutive
Dal 09 maggio al 27 settembre 2026
fotografia
Location
OSSERVATORIO POLIFUNZIONALE DEL CHIANTI
Barberino Val D'elsa, Strada Provinciale Castellina In Chianti, (Firenze)
Barberino Val D'elsa, Strada Provinciale Castellina In Chianti, (Firenze)
Orario di apertura
Su prenotazione o in occasione delle aperture pubbliche dell'OPC
Vernissage
9 Maggio 2026, h. 17.00
Sito web
Autore
Curatore
Autore testo critico
Patrocini






