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Fabio Bolinelli – Places of dreams
Tra simbolismo e surrealismo va in scena un’operazione di decontestualizzazione visiva che si sublima in una sintesi dell’esperienza vissuta attraverso il sogno.
Comunicato stampa
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Places of dreams
A cura di Marcello Benetti e Maria Luisa Trevisan
Artista: Fabio Bolinelli
Inaugurazione: 7 marzo 2026 dalle ore 18
Periodo: dal 7 marzo al 28 marzo 2026
Sede : Castellantico 15
Indirizzo: Via Castellantico 15 – 30035 Mirano (VE)
Orario sabato e domenica 10.30-12.30 17.30 – 19.30
In collaborazione con
PaRDeS – Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea
La mostra “Places of dreams” di Fabio Bolinelli a cura di Marcello Benetti e Maria Luisa Trevisan si tiene a Mirano presso lo spazio espositivo Castellantico 15 dal 7 al 28 marzo 2026.
“Places of dreams” prevede l’esposizione di una ventina di fotografie per lo più in bianco e nero, tranne alcune dedicate a Venezia e a Mirano in cui aggiunge eccezionalmente il colore. Tra queste ultime Venezia d’oro è ispirata alla grande decorazione rococò veneziana di Gian Battista Crosato a Ca’ Rezzonico dove nel soffitto del Salone da Ballo è affrescato Apollo sul carro del sole che squarcia le tenebre (1753-1755), un'allegoria della luce della ragione e del prestigio della casata. Come lo splendore dell’arte rococò veneziana è ritenuto l’ultimo canto del cigno della Serenissima, come a dire l’apice prima della caduta, così nell’opera di Bolinelli vi è un’ambivalenza data dall’oro che invade di luce il Bacino di San Marco e l’inondazione della piazzetta, Palazzo Ducale, Marciana e Punta della Dogana.
Dreaming Mirano prende spunto dal simbolismo dell’Isola dei Morti di Arnold Böcklin, ma ricorda anche un po’ l’Isola di San Giorgio di Venezia e i suoi secolari cipressi, mentre Mirano L’impero delle luci viene direttamente dal surrealismo di René Magritte, da cui prende anche il titolo e l’ambiguità tra giorno e notte: un tema caro all’artista belga che lo ha ripetuto almeno in tre tele (una prima versione del 1949, un'altra conservata nella collezione Peggy Guggenheim di Venezia e «un'altra in una collocazione ignota negli USA »; un'altra versione del 1954 si trova a Bruxelles nel Museo reale delle belle arti del Belgio).
Dunque a ben guardare quelle ideate da Bolinelli sono sicuramente immagini misteriose, oniriche e stranianti, che ci fanno un po’ sussultare e creano qualche pensiero sul futuro, come suggeriscono anche le virgolette del titolo. C’è ‘un prima’, che conosciamo, e ‘un dopo’, quello che ci mostra il nostro immaginifico artista, e, anche se non ci è dato di sapere, nel mezzo è successo qualcosa che ha cambiato totalmente l’assetto iniziale riportando comunque il soggetto a una situazione di stabilità, positività e a una nuova armonia.
Partendo dalla storia dell’arte ma anche dal cinema (come Interstellar, 2014), elabora idee nostalgiche che vagano nella sua mente e poi si cristallizzano nella fotografia. Tra gli artisti che hanno sicuramente ispirato il suo percorso artistico e questo sviluppo fortemente immaginifico ci sono anche Jean Auguste Dominique Ingres, Giorgio De Chirico, Salvador Dalì. Bolinelli attua una sintesi dell’esperienza vissuta a trecentosessanta gradi, sia da sveglio che nel sonno, attraverso il sogno, in cui tutto appare collegato come nella meccanica quantistica, dove il tempo non è lineare, ma circolare, sferico; è un parametro esterno, assoluto e universale che differisce dalla dimensione relativistica. La mente ci dà la possibilità di viaggiare, così egli sogna degli spazi che si dilatano parecchio e danno vita a composizioni oniriche, in cui rovine archeologiche e archi di trionfo sono catapultati negli spazi siderali, in cui il tempo può andare avanti ma anche indietro (Orologio quantistico, Aquileia quantistica).
Lungo il solco delle avanguardie dalla metafisica al surrealismo (Mausoleo Daliniano), Fabio Bolinelli fa un’operazione di decontestualizzazione dell’oggetto. L’osservatore/fruitore inizialmente rimane in un primo momento affascinato ma poi riflettendo e analizzando l’immagine ci si accorge della denuncia che l’artista grida a gran voce. Il primo a scomparire è proprio l’essere umano. Nelle sue vedute non c’è anima viva, come nella metafisica, ma solo architetture, statue e monumenti.
Poi fora gli edifici in corrispondenza di arcate e finestre lasciando solo una sorta di scheletro che comunque li rende perfettamente riconoscibili e poi li pone in luoghi aridi, lunari, marziani utilizzando le immagini dei Magredi friulani, come in Villa Almerico Capra che sembra sorgere direttamente da un Cretto di Burri. In altri allaga gli spazi facendo galleggiare le architetture che si rispecchiano sull’acqua in modo che, come scriveva Palladio, la bellezza venga raddoppiata. Attraverso questa operazione di isolamento di alcuni particolari evidenzia i tratti distintivi dei monumenti e ha come effetto quello di esaltarne maggiormente le forme. Le sue fotografie sono la materializzazione di sogni ricorrenti con spazi che possono essere all’interno o anche in esterno. Le nostre bellezze sono catapultate in una realtà che esprime quell’atmosfera da ‘quiete dopo la tempesta’. La devastazione è avvenuta e, spazzata via ogni forma di vita, rimangono le pietre, i marmi, le architetture che ci parlano di un benessere che l’essere umano aveva raggiunto, della comodità dell’abitare in villa (Poiana, La Rotonda, Pisani, Giustinian Morosini, Margherita), delle attività civiche e di quelle religiose (Basilica Palladiana, Basilica della Salute, Chiesa di San Vincenzo), della storia (Fori Imperiali, Aquileia, Arco della Pace a Milano) e della storia dell’arte (Perugino, Palladio, Longhena, Crosato, Bonin, Selva, Cagnola, Mengoni, Böcklin, Magritte, Dalì).
Fabio Bolinelli con serenità e grazia ma anche, come direbbe Winckelmann, “nobile semplicità e quietà grandezza” ci mostra immagini scure e plumbee che possono suscitare qualche inquietudine, ma anche altre più chiare con i cieli azzurri, in cui la percezione è di serenità e, sebbene siano luoghi isolati, sono anche ambienti positivi e paradisiaci.
Le sue opere rappresentano l'equilibrio ideale tra l'espressione di passioni intense e un controllo superiore, simile alla calma profonda del mare nonostante la tempesta in superficie.
A cura di Marcello Benetti e Maria Luisa Trevisan
Artista: Fabio Bolinelli
Inaugurazione: 7 marzo 2026 dalle ore 18
Periodo: dal 7 marzo al 28 marzo 2026
Sede : Castellantico 15
Indirizzo: Via Castellantico 15 – 30035 Mirano (VE)
Orario sabato e domenica 10.30-12.30 17.30 – 19.30
In collaborazione con
PaRDeS – Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea
La mostra “Places of dreams” di Fabio Bolinelli a cura di Marcello Benetti e Maria Luisa Trevisan si tiene a Mirano presso lo spazio espositivo Castellantico 15 dal 7 al 28 marzo 2026.
“Places of dreams” prevede l’esposizione di una ventina di fotografie per lo più in bianco e nero, tranne alcune dedicate a Venezia e a Mirano in cui aggiunge eccezionalmente il colore. Tra queste ultime Venezia d’oro è ispirata alla grande decorazione rococò veneziana di Gian Battista Crosato a Ca’ Rezzonico dove nel soffitto del Salone da Ballo è affrescato Apollo sul carro del sole che squarcia le tenebre (1753-1755), un'allegoria della luce della ragione e del prestigio della casata. Come lo splendore dell’arte rococò veneziana è ritenuto l’ultimo canto del cigno della Serenissima, come a dire l’apice prima della caduta, così nell’opera di Bolinelli vi è un’ambivalenza data dall’oro che invade di luce il Bacino di San Marco e l’inondazione della piazzetta, Palazzo Ducale, Marciana e Punta della Dogana.
Dreaming Mirano prende spunto dal simbolismo dell’Isola dei Morti di Arnold Böcklin, ma ricorda anche un po’ l’Isola di San Giorgio di Venezia e i suoi secolari cipressi, mentre Mirano L’impero delle luci viene direttamente dal surrealismo di René Magritte, da cui prende anche il titolo e l’ambiguità tra giorno e notte: un tema caro all’artista belga che lo ha ripetuto almeno in tre tele (una prima versione del 1949, un'altra conservata nella collezione Peggy Guggenheim di Venezia e «un'altra in una collocazione ignota negli USA »; un'altra versione del 1954 si trova a Bruxelles nel Museo reale delle belle arti del Belgio).
Dunque a ben guardare quelle ideate da Bolinelli sono sicuramente immagini misteriose, oniriche e stranianti, che ci fanno un po’ sussultare e creano qualche pensiero sul futuro, come suggeriscono anche le virgolette del titolo. C’è ‘un prima’, che conosciamo, e ‘un dopo’, quello che ci mostra il nostro immaginifico artista, e, anche se non ci è dato di sapere, nel mezzo è successo qualcosa che ha cambiato totalmente l’assetto iniziale riportando comunque il soggetto a una situazione di stabilità, positività e a una nuova armonia.
Partendo dalla storia dell’arte ma anche dal cinema (come Interstellar, 2014), elabora idee nostalgiche che vagano nella sua mente e poi si cristallizzano nella fotografia. Tra gli artisti che hanno sicuramente ispirato il suo percorso artistico e questo sviluppo fortemente immaginifico ci sono anche Jean Auguste Dominique Ingres, Giorgio De Chirico, Salvador Dalì. Bolinelli attua una sintesi dell’esperienza vissuta a trecentosessanta gradi, sia da sveglio che nel sonno, attraverso il sogno, in cui tutto appare collegato come nella meccanica quantistica, dove il tempo non è lineare, ma circolare, sferico; è un parametro esterno, assoluto e universale che differisce dalla dimensione relativistica. La mente ci dà la possibilità di viaggiare, così egli sogna degli spazi che si dilatano parecchio e danno vita a composizioni oniriche, in cui rovine archeologiche e archi di trionfo sono catapultati negli spazi siderali, in cui il tempo può andare avanti ma anche indietro (Orologio quantistico, Aquileia quantistica).
Lungo il solco delle avanguardie dalla metafisica al surrealismo (Mausoleo Daliniano), Fabio Bolinelli fa un’operazione di decontestualizzazione dell’oggetto. L’osservatore/fruitore inizialmente rimane in un primo momento affascinato ma poi riflettendo e analizzando l’immagine ci si accorge della denuncia che l’artista grida a gran voce. Il primo a scomparire è proprio l’essere umano. Nelle sue vedute non c’è anima viva, come nella metafisica, ma solo architetture, statue e monumenti.
Poi fora gli edifici in corrispondenza di arcate e finestre lasciando solo una sorta di scheletro che comunque li rende perfettamente riconoscibili e poi li pone in luoghi aridi, lunari, marziani utilizzando le immagini dei Magredi friulani, come in Villa Almerico Capra che sembra sorgere direttamente da un Cretto di Burri. In altri allaga gli spazi facendo galleggiare le architetture che si rispecchiano sull’acqua in modo che, come scriveva Palladio, la bellezza venga raddoppiata. Attraverso questa operazione di isolamento di alcuni particolari evidenzia i tratti distintivi dei monumenti e ha come effetto quello di esaltarne maggiormente le forme. Le sue fotografie sono la materializzazione di sogni ricorrenti con spazi che possono essere all’interno o anche in esterno. Le nostre bellezze sono catapultate in una realtà che esprime quell’atmosfera da ‘quiete dopo la tempesta’. La devastazione è avvenuta e, spazzata via ogni forma di vita, rimangono le pietre, i marmi, le architetture che ci parlano di un benessere che l’essere umano aveva raggiunto, della comodità dell’abitare in villa (Poiana, La Rotonda, Pisani, Giustinian Morosini, Margherita), delle attività civiche e di quelle religiose (Basilica Palladiana, Basilica della Salute, Chiesa di San Vincenzo), della storia (Fori Imperiali, Aquileia, Arco della Pace a Milano) e della storia dell’arte (Perugino, Palladio, Longhena, Crosato, Bonin, Selva, Cagnola, Mengoni, Böcklin, Magritte, Dalì).
Fabio Bolinelli con serenità e grazia ma anche, come direbbe Winckelmann, “nobile semplicità e quietà grandezza” ci mostra immagini scure e plumbee che possono suscitare qualche inquietudine, ma anche altre più chiare con i cieli azzurri, in cui la percezione è di serenità e, sebbene siano luoghi isolati, sono anche ambienti positivi e paradisiaci.
Le sue opere rappresentano l'equilibrio ideale tra l'espressione di passioni intense e un controllo superiore, simile alla calma profonda del mare nonostante la tempesta in superficie.
07
marzo 2026
Fabio Bolinelli – Places of dreams
Dal 07 al 28 marzo 2026
fotografia
Location
SEDI VARIE – Mirano
Mirano, (Venezia)
Mirano, (Venezia)
Orario di apertura
Sabato e Domenica 10,30-12-30 e 17,30-19-30
Vernissage
7 Marzo 2026, ore 18,00
Autore
Curatore
Autore testo critico








