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Giorgio Celiberti – Il silenzio del Tempo
Sorprendente, per quest’artista quasi ottuagenario, é rilevare la modernità dei temi e dei contenuti
Comunicato stampa
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Scrisse Italo Calvino:
“Caro Celiberti, la tua pittura mi piace perché é robusta e raffinata allo
stesso tempo; perché c’é dentro un senso di solitudine delle cose, una
soddisfazione della fisicità, un piacere nella fatica di esistere, e insieme
una continua ricerca della musica che scorre tra le cose, ritmo e canto. Il
mondo ha per te tutto il suo peso doloroso, la sua opaca difficoltà ma è
soprattutto attraverso a tutto questo che tu raggiungi la tua colorata
esultanza e salute’’
Così il celeberrimo scrittore si esprime e centra il nucleo della poetica di
Giorgio Celiberti: DOLORE E SOLITUDINE ma anche ESULTANZA e SALUTE.
Celiberti é un artista che nel corso della sua lunghissima “militanza” ha
mantenuto, pur evolvendo e progredendo nel cammino professionale, l’impegno
di denuncia dell’odio e di esaltazione silenziosa dell’amore, inondando di
simboli e segni innumerevoli luoghi nel mondo, dove ha esposto o lasciato
sue opere.
Portando con sé il bagaglio formato dalle esperienze maturare con lo zio
Modotto, Vedova e Tancredi, dai numerosi soggiorni di Parigi, New York e
Roma, Celiberti raggiunge una sua espressività personale ed unica in tutte
le tecniche da lui sperimentate: dagli affreschi alle sculture, dalle steli
alle terrecotte, dalle tavole ai grandi murales.
Sorprendente, per quest’artista quasi ottuagenario, é rilevare la modernità
dei temi e dei contenuti purtroppo, mai così attuali: il dolore dei bambini,
la profonda solitudine delle anime contemporanee, sono fra i leitmotiv dell’
opera di Giorgio Celiberti, il quale tuttora crede nella speranza di un
riscatto dettato dall’amore e dalla solidarietà.
Per questo, si batte a suo modo con il materiale a lui più congeniale,
convinto che l’arte possa universalmente farsi strumento di redenzione e di
pace.
In quest’esposizione, intitolata dall’artista “Il silenzio del Tempo”,
ripercorriamo un cammino di partecipata empatia ammirando le circa cinquanta
opere scelte esclusivamente per questa mostra partenopea.
CENNI BIOGRAFICI
Giorgio Celiberti nasce a Udine nel 1929.
Inizia a dipingere giovanissimo, tanto che, appena diciannovenne, partecipa
alla Biennale di Venezia del 1948. Si iscrive al Liceo Artistico di Venezia
e poi frequenta lo studio di Emilio Vedova e divide con Tancredi la
camera-studio.
Sulle orme dello zio Modotto, anch’egli pittore, nei primi anni Cinquanta si
trasferisce a Parigi dove entra in contatto con i maggiori rappresentanti
della cultura francese.
Viaggia moltissimo: nel 1956 è a Bruxelles, nel ‘57-’58 è a Londra,
soggiorna negli Stati Uniti, in Messico, a Cuba, in Venezuela e da queste
esplorazioni ne deriverà quel repertorio di segni che poi rielaborerà negli
anni successivi. Ritorna in Italia, a Roma per stabilirsi poi a Udine verso
la metà degli anni sessanta.
Nel 1965 l’artista riceve un forte impatto emotivo dalla visita al campo di
concentramento di Terezin, vicino a Praga, dove migliaia di bambini ebrei
prima di essere trucidati avevano lasciato, testimonianze toccanti della
loro tragedia. Da quest’esperienza realizza il ciclo che lo rende noto al
grande pubblico: quello dei “Lager” costituito da tele preziose per impasti
e cromie, nelle quali inserisce i segni innocenti lasciati sui muri.
Celiberti affermerà: “quello fu il momento più drammatico della mia storia
di pittore, prima dipingevo nature morte, animali, interni, esterni, in un
modo più o meno astratto; poi mi sono imbattuto in quei muri con i segni dei
bambini, in quelle tragiche finestre, in quei cuori rossi e bianchi, in
quelle cancellature, elenchi, farfalle, piccole foto, colonne di numeri”.
Ecco che le opere di Celiberti divengono testimonianza di uno spirito di
speranza e, nello stesso tempo, degli orrori perpetrati contro i più deboli,
ci obbligano a riflettere sulle violenze dei nostri giorni.
Scrive di lui Vittorio Sgarbi: “Celiberti è in realtà un figurativo dell’
anima, e cioè riesce a rappresentare in modo realistico i sentimenti della
sua profonda interiorità, qualcosa che quindi si segna sul suo cuore, mentre
si segna sul muro; pittore di memoria e pittore di emozioni. Nei suoi muri
graffiati c’è anche un altro elemento molto importante, cioè il recupero
dell’espressività primitiva.”
Seguono nel 1975, i “Muri antropomorfici” scaturiti dalla riflessione sui
reperti della necropoli di Porto, vicino a Fiumicino, della Roma
paleocristiana, di Aquileia romana e di Cividale longobarda.
Celiberti dagli anni Sessanta sperimenta diversi mezzi espressivi: sculture,
affreschi, installazioni.
Ha esposto in tutto il mondo: Strasburgo, Bruxelles, Salisburgo, Milano,
Ferrara, Londra, Torino, Düsseldorf, Roma, Madrid, Parigi, Genova, Venezia,
Bologna, Trieste, Livorno e Chicago.
Nel gennaio 1996 la prima grande antologica a Palazzo Sarcinelli, Conegliano
(Treviso), con esposizione di sessanta opere dal 1946 al 1995.
E poi nel 1997 è la volta di Villa Manin a Passariano, nel 1998 espone una
personale alla Galleria Angel Orentsanz di New York, al Museo di St. Paul de
Vence e al Museo di Zagabria.
Nei due anni successivi si svolgono sue mostre a Umago, Lubiana e Monaco di
Baviera.
Nel 2003 Celiberti vince il Premio Sulmona e nel 2004 la sua città natale,
Udine, gli dedica una ricca retrospettiva ospitata al Teatro “Giovanni da
Udine”.
Infine, si è da poco conclusa una sua antologica al Museo Breda di Padova,
che ripercorre tutta la fertile carriera dell’artista, dalla prima Biennale
di Venezia del 1948 sino ad oggi.
“Caro Celiberti, la tua pittura mi piace perché é robusta e raffinata allo
stesso tempo; perché c’é dentro un senso di solitudine delle cose, una
soddisfazione della fisicità, un piacere nella fatica di esistere, e insieme
una continua ricerca della musica che scorre tra le cose, ritmo e canto. Il
mondo ha per te tutto il suo peso doloroso, la sua opaca difficoltà ma è
soprattutto attraverso a tutto questo che tu raggiungi la tua colorata
esultanza e salute’’
Così il celeberrimo scrittore si esprime e centra il nucleo della poetica di
Giorgio Celiberti: DOLORE E SOLITUDINE ma anche ESULTANZA e SALUTE.
Celiberti é un artista che nel corso della sua lunghissima “militanza” ha
mantenuto, pur evolvendo e progredendo nel cammino professionale, l’impegno
di denuncia dell’odio e di esaltazione silenziosa dell’amore, inondando di
simboli e segni innumerevoli luoghi nel mondo, dove ha esposto o lasciato
sue opere.
Portando con sé il bagaglio formato dalle esperienze maturare con lo zio
Modotto, Vedova e Tancredi, dai numerosi soggiorni di Parigi, New York e
Roma, Celiberti raggiunge una sua espressività personale ed unica in tutte
le tecniche da lui sperimentate: dagli affreschi alle sculture, dalle steli
alle terrecotte, dalle tavole ai grandi murales.
Sorprendente, per quest’artista quasi ottuagenario, é rilevare la modernità
dei temi e dei contenuti purtroppo, mai così attuali: il dolore dei bambini,
la profonda solitudine delle anime contemporanee, sono fra i leitmotiv dell’
opera di Giorgio Celiberti, il quale tuttora crede nella speranza di un
riscatto dettato dall’amore e dalla solidarietà.
Per questo, si batte a suo modo con il materiale a lui più congeniale,
convinto che l’arte possa universalmente farsi strumento di redenzione e di
pace.
In quest’esposizione, intitolata dall’artista “Il silenzio del Tempo”,
ripercorriamo un cammino di partecipata empatia ammirando le circa cinquanta
opere scelte esclusivamente per questa mostra partenopea.
CENNI BIOGRAFICI
Giorgio Celiberti nasce a Udine nel 1929.
Inizia a dipingere giovanissimo, tanto che, appena diciannovenne, partecipa
alla Biennale di Venezia del 1948. Si iscrive al Liceo Artistico di Venezia
e poi frequenta lo studio di Emilio Vedova e divide con Tancredi la
camera-studio.
Sulle orme dello zio Modotto, anch’egli pittore, nei primi anni Cinquanta si
trasferisce a Parigi dove entra in contatto con i maggiori rappresentanti
della cultura francese.
Viaggia moltissimo: nel 1956 è a Bruxelles, nel ‘57-’58 è a Londra,
soggiorna negli Stati Uniti, in Messico, a Cuba, in Venezuela e da queste
esplorazioni ne deriverà quel repertorio di segni che poi rielaborerà negli
anni successivi. Ritorna in Italia, a Roma per stabilirsi poi a Udine verso
la metà degli anni sessanta.
Nel 1965 l’artista riceve un forte impatto emotivo dalla visita al campo di
concentramento di Terezin, vicino a Praga, dove migliaia di bambini ebrei
prima di essere trucidati avevano lasciato, testimonianze toccanti della
loro tragedia. Da quest’esperienza realizza il ciclo che lo rende noto al
grande pubblico: quello dei “Lager” costituito da tele preziose per impasti
e cromie, nelle quali inserisce i segni innocenti lasciati sui muri.
Celiberti affermerà: “quello fu il momento più drammatico della mia storia
di pittore, prima dipingevo nature morte, animali, interni, esterni, in un
modo più o meno astratto; poi mi sono imbattuto in quei muri con i segni dei
bambini, in quelle tragiche finestre, in quei cuori rossi e bianchi, in
quelle cancellature, elenchi, farfalle, piccole foto, colonne di numeri”.
Ecco che le opere di Celiberti divengono testimonianza di uno spirito di
speranza e, nello stesso tempo, degli orrori perpetrati contro i più deboli,
ci obbligano a riflettere sulle violenze dei nostri giorni.
Scrive di lui Vittorio Sgarbi: “Celiberti è in realtà un figurativo dell’
anima, e cioè riesce a rappresentare in modo realistico i sentimenti della
sua profonda interiorità, qualcosa che quindi si segna sul suo cuore, mentre
si segna sul muro; pittore di memoria e pittore di emozioni. Nei suoi muri
graffiati c’è anche un altro elemento molto importante, cioè il recupero
dell’espressività primitiva.”
Seguono nel 1975, i “Muri antropomorfici” scaturiti dalla riflessione sui
reperti della necropoli di Porto, vicino a Fiumicino, della Roma
paleocristiana, di Aquileia romana e di Cividale longobarda.
Celiberti dagli anni Sessanta sperimenta diversi mezzi espressivi: sculture,
affreschi, installazioni.
Ha esposto in tutto il mondo: Strasburgo, Bruxelles, Salisburgo, Milano,
Ferrara, Londra, Torino, Düsseldorf, Roma, Madrid, Parigi, Genova, Venezia,
Bologna, Trieste, Livorno e Chicago.
Nel gennaio 1996 la prima grande antologica a Palazzo Sarcinelli, Conegliano
(Treviso), con esposizione di sessanta opere dal 1946 al 1995.
E poi nel 1997 è la volta di Villa Manin a Passariano, nel 1998 espone una
personale alla Galleria Angel Orentsanz di New York, al Museo di St. Paul de
Vence e al Museo di Zagabria.
Nei due anni successivi si svolgono sue mostre a Umago, Lubiana e Monaco di
Baviera.
Nel 2003 Celiberti vince il Premio Sulmona e nel 2004 la sua città natale,
Udine, gli dedica una ricca retrospettiva ospitata al Teatro “Giovanni da
Udine”.
Infine, si è da poco conclusa una sua antologica al Museo Breda di Padova,
che ripercorre tutta la fertile carriera dell’artista, dalla prima Biennale
di Venezia del 1948 sino ad oggi.
19
novembre 2005
Giorgio Celiberti – Il silenzio del Tempo
Dal 19 novembre al 10 dicembre 2005
arte contemporanea
Location
SHOW ROOM TELEMARKET
Napoli, Via Gaetano Filangieri, 15, (Napoli)
Napoli, Via Gaetano Filangieri, 15, (Napoli)
Orario di apertura
dal martedì al sabato 9.30/13.30 e 16/20
Vernissage
19 Novembre 2005, ore 16
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