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Giorgio De Chirico – Il mito metafisico
una mostra che nel suo piccolo espone racconta tutti i temi cari a questo straordinario protagonista dell’arte e delle avanguardie artistiche del primo Novecento
Comunicato stampa
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DICHIARAZIONI
“Giorgio de Chirico è probabilmente l’artista italiano del Novecento più influente e noto nel mondo – sostiene Monica Zioni, Assessore alla Cultura di Alassio –. E mentre il Giappone gli dedica una retrospettiva con 105 dipinti, noi abbiamo preparato una mostra che nel suo piccolo espone racconta tutti i temi cari a questo straordinario protagonista dell’arte e delle avanguardie artistiche del primo Novecento. Una esposizione di raffinate incisioni, statue e dipinti che toccano i punti salienti di tutta la sua opera. La mostra avrà anch un suo spirito divulgativo e pedagogico, con apparati critici e biografici rivolti al pubblico delle scuole che mi auguro venga numeroso”.
“Più si studia l’arte di Giorgio de Chirico – sostiene Nicola Davide Angerame, curatore della mostra – più ci si accorge che la sua “metafisica” non è tanto uno stile pittorico o uno dei molteplici modi della visione, come l’impressionismo o il cubismo, ma rappresenta una intuizione fondamentale dell’esistenza e del mondo. Questa mostra si propone di evidenziare questo aspetto attraverso una selezione di opere che presentano i principali soggetti che hanno alimentato l’arte di Giorgio de Chirico. Si potrà così ammirare la sbrigliata fantasia, al visionarietà autentica e l’abilità nel disegno del Pictor Optimus”.
LA MOSTRA
La mostra “Giorgio de Chirico: dal mito alla metafisica” espone 33 opere, tra sculture, litografie, acqueforti, incisioni e un dipinto, che coprono un ampio arco di tempo che va dal 1941 al 1974 e propone un viaggio nei temi più noti dell’opera dechirichiana, permettendo di cogliere il senso dei concetti e dei sensazioni profonde di cui si nutre l’arte del Pictor Optimus, vero ispiratore di molte delle avanguardie storiche del Novecento, dai Surrealisti ai Dadaisti agli esponenti di Valori Plastici in Italia e della Nuova Oggettività in Germania.
La mostra si apre su un dipinto del 1959, Manichini coloniali, opera della maturità che sintetizza l’autentica dedizione di de Chirico verso l’antichità, da lui intesa come integrità di uno spirito antimoderno e come ritorno ad una pittura filosofica, densa di simboli, fatta di rigoroso “mestiere” e di costruzione della materia pittorica. In questo periodo de Chirico torna periodicamente ai temi metafisici, ma la sfida che lancia alla modernità è la sua ostinazione nel dipingere nature morte, paesaggi, ritratti ed interni in costante opposizione con le tendenze dell'arte contemporanea.
L’attività grafica di de Chirico grafico non è una manifestazione secondaria della sua arte né un ripiego commerciale. Anzi, in certi casi, proprio alla grafica è affidato un nuovo messaggio, l’espressione più piena di un determinato ciclo inventivo, come quello dei cosiddetti «Bagni Misteriosi» (1934), dei Calligrammes (1929-30) o dell’Apocalisse (1941), di cui vi è una litografia in mostra. Nel 1941 de Chirico illustra l’Apocalisse un vero unicum, in cui si sentono ancora forti le influenze della grafica tedesca sulla quale il giovane de Chirico a Monaco ha formato il proprio gusto e il proprio credo, studiando i testi pittorici di Böcklin e Klinger e gli scritti filosofici di Schopenhauer, Nietzsche e Weininger. In questa opera l’Apocalisse, che significa “disvelamento”, “rivelazione”, de Chirico gioca con la linearità di espressione, la trasparenza delle immagini e una luminosità vitrea che si traduce attraverso la sottigliezza del segno e che si adatta perfettamente alla visionarietà del testo. Si tratta forse della convergenza più singolare che il laico de Chirico abbia sperimentato su un testo visionario e surreale prodotto da una cultura di fede. L’ascendenza tedesca del gusto grafico di de Chirico, o almeno del suo primitivo filone, si può desumere dal segno duro e lineare che caratterizza alcune sue opere. Qui una litografia tratta dalla serie che illustra l’Apocalisse, del 1941, mostra la durezza quasi xilografica, più «disegnata» che litografata, con un tratto secco e düreriano. Come dice Antonio Vastano, il critico che ha curato il catalogo generale della grafica di Giorgio de Chirico (edito da Bora Edizioni), “a questo filone di gusto germanico se ne intreccia un altro, che invece risente delle morbidezze francesi, con una pastosità di segno memore della tradizione litografica di un Carle Vernet, di uno Steinlen o di un Forain”. Le magistrali cartelle dei Cavalli e di Cavalli e Ville, esemplate nella mostra alassina da tre litografie a colori, denotano come de Chirico sappia sfruttare tutte le possibilità del mezzo espressivo dandoci il meglio della sua ispirazione: il sogno romantico della natura e del paesaggio punteggiato dalle costruzioni dell’uomo e percorso da liberi animali e figure, così come l’avevano vissuto il Lorenese e Poussin, Vernet e Delacroix. De Chirico istituisce un rapporto tra il cavallo e la follia e tra il cavallo e il genio aristocratico, ambientando i suoi cavalli in spiagge deserte sparse di rovine, che aggiunge un senso di nostalgica evocazione del passato. Da un lato la follia insensata e la vitalità senza scopo dell’esistenza, dall’altro il morire del tempo che travolge tutte le memorie e le fa diventare rovina.
Come scrive il fratello Savinio in una bella pagina: “Quando, nell’anno decimosesto del regno di Antonino il filosofo Pausania visitò la Grecia, gli dei erano morti da lunga fiata. Voce non rimaneva se non di mare e di vento, I templi offrivano al cielo le loro carie illustri. I tamburi delle colonne erano grani per terra di colossali collane rotte. Cavalli bradi erravano sui lidi deserti, si fermavano ad ascoltare, giravano intorno l’occhio pazzo e rosso di sangue, poi fuggivano al galoppo spaventati dall’immenso nulla”.
Nel 1916 de Chirico torna in Italia da Parigi per prestare servizio militare a Ferrara. L'impressione in lui prodotta dall'ambiente urbano ed architettonico della città è fondamentale per lo sviluppo della sua visione. Qui dipinge capolavori come Le muse inquietanti, Ettore e Andromaca, Trovatore e una serie di interni metafisici. Tutte opere che confluiscono nelle litografie esposte in mostra ad Alassio e che danno vita alla breve stagione della “pittura metafisica”, alla quale partecipano Carlo Carrà, il fratello Savinio e Filippo de Pisis. Nel 1917 de Chirico crea la più famosa figura di manichino, quella del Trovatorei (in mostra), che non riguarda l’omonimo melodramma di Giuseppe Verdi, ma il Troubadour ovvero l’immagine più famosa del poeta medioevale, il cantore, l’aedo delle corti. In questa figura converge tutta la tradizione della poesia, da quella dei cantori omerici a quella dei bardi celtici, ciechi alle cose dell’oggi perché dotati di visione profetica. De Chirico ricorre al termine trovatore probabilmente sotto l’influenza di Nietzsche, che nel canto con cui chiude La gaia scienza (altro titolo di origine poetica provenzale: gay sabér), fa dei trovatori i simboli di una nuova arte più libera, più danzante e gioconda, più trasgressiva perché consapevole di aver abbattuto tutti gli idoli.
Sempre nella serie dei manichini rientra la coppia probabilmente più celebre della pittura di de chirico Ettore e Andromaca (in mostra), l’unico caso di coppia mista maschile e femminile, ispirata al famoso passo dell’Iliade in cui Andromaca si reca sulle mura ad abbracciare Ettore avviato al suo scontro fatale con Achille. Pare che la deroga allo stretto maschilismo della simbologia intellettuale dei manichini sia stata dettata dall’impressione che facevano su de Chirico a Ferrara gli addii dei soldati avviati al fronte alle mogli, alle fidanzate, alle madri.
Nel 1966 de Chirico incide La solitudine dell’uomo politico (in mostra), che segna la sostituzione della famosa statua di Ariana nelle Piazze d’Italia. La figura del politco volto di spalle richiama noti esempi della pittura romantica, in cui gli eroi-pensatori sono posti di fronte ai misteri del mondo. De Chirico reinterpreta un motivo già trattato da C.D. Friedrich e dai simbolisti tedeschi. Ad ispirare questa immagine sarebbero stati i numerosi monumenti torinesi di politici e scienziati, per de Chirico eroi laici e positivi egli ai quali egli assimila sia l’immagine paterna dell’ingegnere costruttore di ferrovie sia quella dell’uomo politico piemontese che più si identifica con il Risorgimento, Cavour. Nell’immagine dell’uomo politico statuificato de Chirico vede una metafora dello spirito creatore dionisiaco come esso si manifesta nel mondo moderno.
Gli archeologi del 1970, qui esposti, rappresentano la continuazione del tema del manichino. Essi simboleggiano l’uomo filosofico, interprete dei misteri del mondo, ma vi sono sostanziali modifiche nell’iconografia. Spesso sono rappresentati in coppia, per ricordare l’amicizia e la collaborazione di ben note coppie mitologiche, come i gemelli Castore e Pollùce (Dioscuri, vedi) o i cugini Oreste e Pilade, nella cui fratellanza de Chirico amava identificare e far rivivere artisticamente il suo fecondo rapporto col fratello Alberto Savinio. Rispetto ai manichini geometrizzati degli anni ’10, aumentano i dettagli antropomorfici – soprattutto gambe e braccia – e variano gli elementi che ne riempiono il corpo: rovine, vegetazioni, simboli araldici, metafore di una memoria collettiva della storia umana e del tempo che l’uomo porta dentro di sé e che deve decifrare.
La mostra prosegue con un Autoritrato in costume del 1953 che narra della rivoluzione interiore di de Chirico e della sua matura scelta di seguire i più alti esempi dell’arte del Rinascimento, sia nello studio sulla creazione dei colori, sia nel disegno e nella composizione dei dipinti.
La mostra accoglie anche 4 statue bronzee che riprendono il tema celebre delle Muse e dei Cavalli. Il rapporto con la scultura de chirico lo inizia intorno agli anni Sessanta, quindi in epoca tarda. Ma al bronzo spesso aggiunge patinature di argento e di oro che rendono le opere più lucenti, delineate, affilate, quasi, come illuminate dalla “luce della ragione” da quel mito illuministico che rientra facilmente nella personale mitoligia di de Chirico, artista
IL CONCERTO
La mostra potrà vantare, nella serata del 31 marzo 2006, a partire dalle ore 21,15 alla Chiesa Anglicana di Alassio, il “Concerto per Giorgio de Chirico” che la pianista Eleonora Mantovani ha progettato con Nicola D. Angerame in occasione della mostra. Il recital pianistico comprenderà brani di compositori vissuti nell’epoca di Giorgio De Chirico e brani per pianoforte del fratello Andrea de Chirico, in arte conosciuto come Alberto Savinio, figura centrale delle avanguardie anche letterarie e musicali del novecento europeo.
“Giorgio de Chirico è probabilmente l’artista italiano del Novecento più influente e noto nel mondo – sostiene Monica Zioni, Assessore alla Cultura di Alassio –. E mentre il Giappone gli dedica una retrospettiva con 105 dipinti, noi abbiamo preparato una mostra che nel suo piccolo espone racconta tutti i temi cari a questo straordinario protagonista dell’arte e delle avanguardie artistiche del primo Novecento. Una esposizione di raffinate incisioni, statue e dipinti che toccano i punti salienti di tutta la sua opera. La mostra avrà anch un suo spirito divulgativo e pedagogico, con apparati critici e biografici rivolti al pubblico delle scuole che mi auguro venga numeroso”.
“Più si studia l’arte di Giorgio de Chirico – sostiene Nicola Davide Angerame, curatore della mostra – più ci si accorge che la sua “metafisica” non è tanto uno stile pittorico o uno dei molteplici modi della visione, come l’impressionismo o il cubismo, ma rappresenta una intuizione fondamentale dell’esistenza e del mondo. Questa mostra si propone di evidenziare questo aspetto attraverso una selezione di opere che presentano i principali soggetti che hanno alimentato l’arte di Giorgio de Chirico. Si potrà così ammirare la sbrigliata fantasia, al visionarietà autentica e l’abilità nel disegno del Pictor Optimus”.
LA MOSTRA
La mostra “Giorgio de Chirico: dal mito alla metafisica” espone 33 opere, tra sculture, litografie, acqueforti, incisioni e un dipinto, che coprono un ampio arco di tempo che va dal 1941 al 1974 e propone un viaggio nei temi più noti dell’opera dechirichiana, permettendo di cogliere il senso dei concetti e dei sensazioni profonde di cui si nutre l’arte del Pictor Optimus, vero ispiratore di molte delle avanguardie storiche del Novecento, dai Surrealisti ai Dadaisti agli esponenti di Valori Plastici in Italia e della Nuova Oggettività in Germania.
La mostra si apre su un dipinto del 1959, Manichini coloniali, opera della maturità che sintetizza l’autentica dedizione di de Chirico verso l’antichità, da lui intesa come integrità di uno spirito antimoderno e come ritorno ad una pittura filosofica, densa di simboli, fatta di rigoroso “mestiere” e di costruzione della materia pittorica. In questo periodo de Chirico torna periodicamente ai temi metafisici, ma la sfida che lancia alla modernità è la sua ostinazione nel dipingere nature morte, paesaggi, ritratti ed interni in costante opposizione con le tendenze dell'arte contemporanea.
L’attività grafica di de Chirico grafico non è una manifestazione secondaria della sua arte né un ripiego commerciale. Anzi, in certi casi, proprio alla grafica è affidato un nuovo messaggio, l’espressione più piena di un determinato ciclo inventivo, come quello dei cosiddetti «Bagni Misteriosi» (1934), dei Calligrammes (1929-30) o dell’Apocalisse (1941), di cui vi è una litografia in mostra. Nel 1941 de Chirico illustra l’Apocalisse un vero unicum, in cui si sentono ancora forti le influenze della grafica tedesca sulla quale il giovane de Chirico a Monaco ha formato il proprio gusto e il proprio credo, studiando i testi pittorici di Böcklin e Klinger e gli scritti filosofici di Schopenhauer, Nietzsche e Weininger. In questa opera l’Apocalisse, che significa “disvelamento”, “rivelazione”, de Chirico gioca con la linearità di espressione, la trasparenza delle immagini e una luminosità vitrea che si traduce attraverso la sottigliezza del segno e che si adatta perfettamente alla visionarietà del testo. Si tratta forse della convergenza più singolare che il laico de Chirico abbia sperimentato su un testo visionario e surreale prodotto da una cultura di fede. L’ascendenza tedesca del gusto grafico di de Chirico, o almeno del suo primitivo filone, si può desumere dal segno duro e lineare che caratterizza alcune sue opere. Qui una litografia tratta dalla serie che illustra l’Apocalisse, del 1941, mostra la durezza quasi xilografica, più «disegnata» che litografata, con un tratto secco e düreriano. Come dice Antonio Vastano, il critico che ha curato il catalogo generale della grafica di Giorgio de Chirico (edito da Bora Edizioni), “a questo filone di gusto germanico se ne intreccia un altro, che invece risente delle morbidezze francesi, con una pastosità di segno memore della tradizione litografica di un Carle Vernet, di uno Steinlen o di un Forain”. Le magistrali cartelle dei Cavalli e di Cavalli e Ville, esemplate nella mostra alassina da tre litografie a colori, denotano come de Chirico sappia sfruttare tutte le possibilità del mezzo espressivo dandoci il meglio della sua ispirazione: il sogno romantico della natura e del paesaggio punteggiato dalle costruzioni dell’uomo e percorso da liberi animali e figure, così come l’avevano vissuto il Lorenese e Poussin, Vernet e Delacroix. De Chirico istituisce un rapporto tra il cavallo e la follia e tra il cavallo e il genio aristocratico, ambientando i suoi cavalli in spiagge deserte sparse di rovine, che aggiunge un senso di nostalgica evocazione del passato. Da un lato la follia insensata e la vitalità senza scopo dell’esistenza, dall’altro il morire del tempo che travolge tutte le memorie e le fa diventare rovina.
Come scrive il fratello Savinio in una bella pagina: “Quando, nell’anno decimosesto del regno di Antonino il filosofo Pausania visitò la Grecia, gli dei erano morti da lunga fiata. Voce non rimaneva se non di mare e di vento, I templi offrivano al cielo le loro carie illustri. I tamburi delle colonne erano grani per terra di colossali collane rotte. Cavalli bradi erravano sui lidi deserti, si fermavano ad ascoltare, giravano intorno l’occhio pazzo e rosso di sangue, poi fuggivano al galoppo spaventati dall’immenso nulla”.
Nel 1916 de Chirico torna in Italia da Parigi per prestare servizio militare a Ferrara. L'impressione in lui prodotta dall'ambiente urbano ed architettonico della città è fondamentale per lo sviluppo della sua visione. Qui dipinge capolavori come Le muse inquietanti, Ettore e Andromaca, Trovatore e una serie di interni metafisici. Tutte opere che confluiscono nelle litografie esposte in mostra ad Alassio e che danno vita alla breve stagione della “pittura metafisica”, alla quale partecipano Carlo Carrà, il fratello Savinio e Filippo de Pisis. Nel 1917 de Chirico crea la più famosa figura di manichino, quella del Trovatorei (in mostra), che non riguarda l’omonimo melodramma di Giuseppe Verdi, ma il Troubadour ovvero l’immagine più famosa del poeta medioevale, il cantore, l’aedo delle corti. In questa figura converge tutta la tradizione della poesia, da quella dei cantori omerici a quella dei bardi celtici, ciechi alle cose dell’oggi perché dotati di visione profetica. De Chirico ricorre al termine trovatore probabilmente sotto l’influenza di Nietzsche, che nel canto con cui chiude La gaia scienza (altro titolo di origine poetica provenzale: gay sabér), fa dei trovatori i simboli di una nuova arte più libera, più danzante e gioconda, più trasgressiva perché consapevole di aver abbattuto tutti gli idoli.
Sempre nella serie dei manichini rientra la coppia probabilmente più celebre della pittura di de chirico Ettore e Andromaca (in mostra), l’unico caso di coppia mista maschile e femminile, ispirata al famoso passo dell’Iliade in cui Andromaca si reca sulle mura ad abbracciare Ettore avviato al suo scontro fatale con Achille. Pare che la deroga allo stretto maschilismo della simbologia intellettuale dei manichini sia stata dettata dall’impressione che facevano su de Chirico a Ferrara gli addii dei soldati avviati al fronte alle mogli, alle fidanzate, alle madri.
Nel 1966 de Chirico incide La solitudine dell’uomo politico (in mostra), che segna la sostituzione della famosa statua di Ariana nelle Piazze d’Italia. La figura del politco volto di spalle richiama noti esempi della pittura romantica, in cui gli eroi-pensatori sono posti di fronte ai misteri del mondo. De Chirico reinterpreta un motivo già trattato da C.D. Friedrich e dai simbolisti tedeschi. Ad ispirare questa immagine sarebbero stati i numerosi monumenti torinesi di politici e scienziati, per de Chirico eroi laici e positivi egli ai quali egli assimila sia l’immagine paterna dell’ingegnere costruttore di ferrovie sia quella dell’uomo politico piemontese che più si identifica con il Risorgimento, Cavour. Nell’immagine dell’uomo politico statuificato de Chirico vede una metafora dello spirito creatore dionisiaco come esso si manifesta nel mondo moderno.
Gli archeologi del 1970, qui esposti, rappresentano la continuazione del tema del manichino. Essi simboleggiano l’uomo filosofico, interprete dei misteri del mondo, ma vi sono sostanziali modifiche nell’iconografia. Spesso sono rappresentati in coppia, per ricordare l’amicizia e la collaborazione di ben note coppie mitologiche, come i gemelli Castore e Pollùce (Dioscuri, vedi) o i cugini Oreste e Pilade, nella cui fratellanza de Chirico amava identificare e far rivivere artisticamente il suo fecondo rapporto col fratello Alberto Savinio. Rispetto ai manichini geometrizzati degli anni ’10, aumentano i dettagli antropomorfici – soprattutto gambe e braccia – e variano gli elementi che ne riempiono il corpo: rovine, vegetazioni, simboli araldici, metafore di una memoria collettiva della storia umana e del tempo che l’uomo porta dentro di sé e che deve decifrare.
La mostra prosegue con un Autoritrato in costume del 1953 che narra della rivoluzione interiore di de Chirico e della sua matura scelta di seguire i più alti esempi dell’arte del Rinascimento, sia nello studio sulla creazione dei colori, sia nel disegno e nella composizione dei dipinti.
La mostra accoglie anche 4 statue bronzee che riprendono il tema celebre delle Muse e dei Cavalli. Il rapporto con la scultura de chirico lo inizia intorno agli anni Sessanta, quindi in epoca tarda. Ma al bronzo spesso aggiunge patinature di argento e di oro che rendono le opere più lucenti, delineate, affilate, quasi, come illuminate dalla “luce della ragione” da quel mito illuministico che rientra facilmente nella personale mitoligia di de Chirico, artista
IL CONCERTO
La mostra potrà vantare, nella serata del 31 marzo 2006, a partire dalle ore 21,15 alla Chiesa Anglicana di Alassio, il “Concerto per Giorgio de Chirico” che la pianista Eleonora Mantovani ha progettato con Nicola D. Angerame in occasione della mostra. Il recital pianistico comprenderà brani di compositori vissuti nell’epoca di Giorgio De Chirico e brani per pianoforte del fratello Andrea de Chirico, in arte conosciuto come Alberto Savinio, figura centrale delle avanguardie anche letterarie e musicali del novecento europeo.
19
febbraio 2006
Giorgio De Chirico – Il mito metafisico
Dal 19 febbraio al 09 aprile 2006
arte contemporanea
Location
EX CHIESA ANGLICANA
Alassio, Via Adelasia, 10, (Savona)
Alassio, Via Adelasia, 10, (Savona)
Orario di apertura
da giovedì a domenica 15-19
Vernissage
19 Febbraio 2006, ore 17,30
Autore
Curatore

