Create an account
Welcome! Register for an account
La password verrà inviata via email.
Recupero della password
Recupera la tua password
La password verrà inviata via email.
-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Giulio Di Meo
Mostra fotografica nell’ambito della Festa Nazionale de L’Unità
Comunicato stampa
Segnala l'evento
L’Arci e l’Attivarci presentano la mostra Fotografica: “RIFLESSI CUBANI” di giulio di meo.
Una Cuba lontana dagli stereotipi del sigaro di Fidel Castro, del basco con la stella del Che, del mojito di Hemingway e delle jineteros. Una Cuba più viva e più vera, intima e contraddittoria quella raccontata da Giulio Di Meo, fotografo free-lance, casertano residente a Firenze, dove collabora da due anni con l’agenzia fotogiornalistica “Dea press” e tiene corsi di Fotografia sociale.
Giulio è un fotoreporter con occhi profondi, che lo spingono verso il reportage sociale, professionista da cinque anni, da qualche tempo ha deciso di portare avanti i suoi progetti fotografici autonomamente per avere massima libertà e indipendenza. Dal 2004 lavora in stretto rapporto con l’Arci, collabora inoltre con numerose altre associazioni impegnate nel sociale: Libera, Amici Rom (Italia);E.C.O, M.S.T. “Sem Terra”, Roupasuja (Brasile); Alas de esperanza (Perù); Por Cuba (Cuba); Nshc , Sos Villaggio del Fanciullo (Serbia), UiKi Curdi (Turchia),ecc. . Per Di Meo la fotografia è prima di tutto un atto d’amore; uno strumento con cui testimoniare e trasmettere la vicinanza, l’amore verso tutti gli oppressi, gli emarginati, gli ultimi del mondo. Ma rappresenta soprattutto un mezzo di denuncia sociale, un megafono per dar voce a chi troppe volte viene ignorato, “fotogrammi” per dar luce a realtà troppo spesso oscurate. Vincitore di numerosi premi ha già all’attivo mostre analoghe su Serbia,Kosovo, Thailandia,Equador, Brasile e Perù, utilizzando scene di vita quotidiana per riflettere sulle contraddizioni, in questo caso,dell’IslaGrande.
La fotografia come atto di denuncia in grado di sensibilizzare chi vive a migliaia di chilometri di distanza. “Ma una foto non deve dare risposte, non deve emettere sentenze, il suo compito è quello di porre all’attenzione dell’osservatore situazioni stimolo da cui partano degli interrogativi, delle riflessioni”. Quelli cubani sono la prima parte di un progetto molto più vasto - “Riflessi Antagonisti”-, che riguarderà diversi paesi sudamericani. “Il titolo nasce dalla constatazione che la situazione sudamericana è la conseguenza, il riflesso, appunto, della politica di sfruttamento attuata prima dai colonizzatori europei e successivamente dai governi e dalle lobby economiche statunitensi”. Paesi con ampie zone al limite del sottosviluppo costantemente depredati delle proprie risorse naturali. In Sudamerica il 30% della popolazione è costretto a vivere con meno di un dollaro al giorno. Ho deciso di iniziare il mio progetto da Cuba come luogo simbolo di un continente che ha sempre cercato di ribellarsi.”. Cuba è un paese sottoposto da oltre 25 anni ad embargo da parte degli U.S.A., quindi sicuramente la condizione economica cubana ha subito notevoli “riflessi” e conseguenze. Nonostante quest’infamia dell’embargo, Cuba ha raggiunto importanti traguardi sociali: ha la media di vita più alta del continente (oltre 70 anni) e la più bassa mortalità infantile (9 per mille), la più alta alfabetizzazione dell’America Latina (96%, in Italia abbiamo il 98%). All’uscita dell’aeroporto dell’Avana c’è un cartello che dice “Oggi 200 milioni di bambini nel mondo dormono per strada, nessuno è cubano”. È propaganda politica, ma è un dato inconfutabile. Se il primo riflesso riguarda le drammatiche conseguenze sulla popolazione dell’embargo, il secondo ha invece una concezione più interiore: “Ogni scatto non è la realtà, ma soltanto una sua rappresentazione, è il fotografo che dà la propria interpretazione attraverso l’obiettivo, fermando nel tempo un preciso e irripetibile momento storico”. Immagini che raccontano, descrivono senza esprimere giudizi, quelle di Di Meo, che non vogliono essere la Verità, ma più semplicemente una fetta di essa. Insomma lo sguardo del fotografo deve essere la sintesi della sua professionalità, sensibilità, etica,dei suoi valori,dei suoi ideali…… della sua arte di raccontare. “ Chi guarda una mia foto non stà guardando una fetta di realtà-verità; ma più semplicemente solo il mio modo di interpretare, di raccontare, di guardare-inquadrare quella determinata realtà”. Quindi fotografie come semplici riflessi, prodotto ultimo del guardare di un fotografo, con lo scopo nobile di spingere chi le “guarda” a riflettere a sua volta…….ad osservare,interpretare,semplicemente pensare.
La mostra sarà dedicata ad Angelo Frammartino, “giovane volontario che ha pagato con un prezzo troppo alto il suo impegno per la pace e la nonviolenza, alla sua famiglia, ai suoi amici e compagni, a tutti quelli che come Angelo credono nel dialogo e nel confronto, al suo stare dalla parte degli innocenti e degli oppressi, alla sua voglia di lottare per un mondo migliore.......”
L’Arci e l’Attivarci presentano la mostra fotografica: “Tra cielo e terra”, Progetto Santa Marta di giulio di meo. Entrare nella favela di Santa Marta è come entrare in un mondo sconosciuto e affascinante. Un mondo a cui non molti hanno accesso e di cui molti hanno paura e pregiudizio. Un mondo in cui ci invita ad entrare il giovane fotografo “ruvianese” (Ce), Giulio Di Meo, professionista dal duemila, che si occupa di fotografia sociale e collabbora con diverse associazioni, tra cui l’Arci. Per molti gli abitanti delle favelas sono parassiti della società, delinquenti, ladri, spacciatori...gente da evitare. Per Di Meo invece la "favela" è il luogo in cui vive gente nornale: operai, casalinghe, anziani, studenti; gente troppo spesso dimenticata, abbandonata al proprio destino e costretta a vivere in situazioni di profondo disagio sociale.
A questa "Santa Marta", l’autore, ha cercato di dar voce e luce, raccontando con il bianco e nero delle sue fotografie, gli alti e bassi di questa quotidianità. A Rio de Janeiro, circa un terzo della popolazione vive nelle favelas, definite dal pubblico potere come insediamenti sub-normali. La favela di Santa Marta è una delle favelas più affollate e densamente abitate di Rio de Janeiro, con i suoi 7.500 abitanti, di cui il 43% circa sono giovani tra i 10 e i 29 anni. La gioventù che vive oggi nelle favelas ha sperimentato direttamente il peso del preconcetto, della violenza, della riduzione degli spazi di svago e dei posti di lavoro. Le difficoltà di accesso a una scuola di qualità, agli ambienti culturali disponibili in città e alla moderna tecnologia dell'informazione, condannano la maggior parte della gioventù delle favelas brasiliane ad una vita assai disagiata e priva di prospettive. L'Arci con il sostegno al partner brasiliano Ibase, ha attivato una campagna di informazione, sensibilizzazione e sostegno diretto alle attività di aggregazione e formazione professionale che realizza a Santa Marta per rispondere al fenomeno del disagio giovanile.
Le immagini di questa mostra sono state realizzate in questa favela, nel gennaio del 2006 durante il campo di lavoro Arci "Santa Marta", coinciso con la colonia estiva che ogni anno il gruppo ECO organizza con grandi difficoltà per circa 400 bambini. La Colonia Estiva, nata 25 anni fa quasi per gioco,è diventata un appuntamento fisso e molto atteso per questi bambini che non hanno molte occasioni di svago se non la strada e per questo il loro numero è cresciuto anno dopo anno con evidenti difficoltà di organizzazione e necessità di fondi. Con questa mostra vogliamo aiutarli, vogliamo portarvi i loro sorrisi e i loro giochi ma anche denunciare la difficile situazione in cui vivono. Testimoniare un'esperienza unica, come unici sono i loro volti, i loro sguardi, e la bellezza e semplicità di quanto sono capaci di dare...
Lo scopo di questa mostra è sopratutto quello di sensibilizzare e avvicinare a questi temi il maggior numero di individui, di invitarli ad avere occhi e cuori aperti su realtà tanto lontane da noi, ma che comunque ci appartengono. Realtà a cui ci unisce un filo immaginario, che ci fa entrare in sintonia con questi bambini, con queste donne e uomini, semplicemente protagonisti delle proprie vite.....una sola immagine a volte vale più di mille parole.......
Queste immagini sul Brasile rappresentano la seconda parte di un progetto fotografico più vasto chiamato “Riflessi Antagonisti”, che Di Meo sta potando aventi in diversi paesi sudamericani. Paesi con ampie zone al limite del sottosviluppo costantemente depredati delle proprie risorse naturali. La fotografia come atto di denuncia in grado di sensibilizzare chi vive a migliaia di chilometri di distanza. “Il titolo nasce dalla constatazione che la situazione sudamericana è la conseguenza, il riflesso, appunto, della politica di sfruttamento attuata prima dai colonizzatori europei e successivamente dai statunitensi”. “Ma -continua l’autore- una foto non deve dare risposte, non deve emettere sentenze, il suo compito è quello di porre all’attenzione dell’osservatore situazioni stimolo da cui partano degli interrogativi, delle riflessioni”.
La mostra sarà dedicata ad Angelo Frammartino, “giovane volontario che ha pagato con un prezzo troppo alto il suo impegno per la pace e la nonviolenza, alla sua famiglia, ai suoi amici e compagni, a tutti quelli che come Angelo credono nel dialogo e nel confronto, al suo stare dalla parte degli innocenti e degli oppressi, alla sua voglia di lottare per un mondo migliore.......”
Federico Mei
Una Cuba lontana dagli stereotipi del sigaro di Fidel Castro, del basco con la stella del Che, del mojito di Hemingway e delle jineteros. Una Cuba più viva e più vera, intima e contraddittoria quella raccontata da Giulio Di Meo, fotografo free-lance, casertano residente a Firenze, dove collabora da due anni con l’agenzia fotogiornalistica “Dea press” e tiene corsi di Fotografia sociale.
Giulio è un fotoreporter con occhi profondi, che lo spingono verso il reportage sociale, professionista da cinque anni, da qualche tempo ha deciso di portare avanti i suoi progetti fotografici autonomamente per avere massima libertà e indipendenza. Dal 2004 lavora in stretto rapporto con l’Arci, collabora inoltre con numerose altre associazioni impegnate nel sociale: Libera, Amici Rom (Italia);E.C.O, M.S.T. “Sem Terra”, Roupasuja (Brasile); Alas de esperanza (Perù); Por Cuba (Cuba); Nshc , Sos Villaggio del Fanciullo (Serbia), UiKi Curdi (Turchia),ecc. . Per Di Meo la fotografia è prima di tutto un atto d’amore; uno strumento con cui testimoniare e trasmettere la vicinanza, l’amore verso tutti gli oppressi, gli emarginati, gli ultimi del mondo. Ma rappresenta soprattutto un mezzo di denuncia sociale, un megafono per dar voce a chi troppe volte viene ignorato, “fotogrammi” per dar luce a realtà troppo spesso oscurate. Vincitore di numerosi premi ha già all’attivo mostre analoghe su Serbia,Kosovo, Thailandia,Equador, Brasile e Perù, utilizzando scene di vita quotidiana per riflettere sulle contraddizioni, in questo caso,dell’IslaGrande.
La fotografia come atto di denuncia in grado di sensibilizzare chi vive a migliaia di chilometri di distanza. “Ma una foto non deve dare risposte, non deve emettere sentenze, il suo compito è quello di porre all’attenzione dell’osservatore situazioni stimolo da cui partano degli interrogativi, delle riflessioni”. Quelli cubani sono la prima parte di un progetto molto più vasto - “Riflessi Antagonisti”-, che riguarderà diversi paesi sudamericani. “Il titolo nasce dalla constatazione che la situazione sudamericana è la conseguenza, il riflesso, appunto, della politica di sfruttamento attuata prima dai colonizzatori europei e successivamente dai governi e dalle lobby economiche statunitensi”. Paesi con ampie zone al limite del sottosviluppo costantemente depredati delle proprie risorse naturali. In Sudamerica il 30% della popolazione è costretto a vivere con meno di un dollaro al giorno. Ho deciso di iniziare il mio progetto da Cuba come luogo simbolo di un continente che ha sempre cercato di ribellarsi.”. Cuba è un paese sottoposto da oltre 25 anni ad embargo da parte degli U.S.A., quindi sicuramente la condizione economica cubana ha subito notevoli “riflessi” e conseguenze. Nonostante quest’infamia dell’embargo, Cuba ha raggiunto importanti traguardi sociali: ha la media di vita più alta del continente (oltre 70 anni) e la più bassa mortalità infantile (9 per mille), la più alta alfabetizzazione dell’America Latina (96%, in Italia abbiamo il 98%). All’uscita dell’aeroporto dell’Avana c’è un cartello che dice “Oggi 200 milioni di bambini nel mondo dormono per strada, nessuno è cubano”. È propaganda politica, ma è un dato inconfutabile. Se il primo riflesso riguarda le drammatiche conseguenze sulla popolazione dell’embargo, il secondo ha invece una concezione più interiore: “Ogni scatto non è la realtà, ma soltanto una sua rappresentazione, è il fotografo che dà la propria interpretazione attraverso l’obiettivo, fermando nel tempo un preciso e irripetibile momento storico”. Immagini che raccontano, descrivono senza esprimere giudizi, quelle di Di Meo, che non vogliono essere la Verità, ma più semplicemente una fetta di essa. Insomma lo sguardo del fotografo deve essere la sintesi della sua professionalità, sensibilità, etica,dei suoi valori,dei suoi ideali…… della sua arte di raccontare. “ Chi guarda una mia foto non stà guardando una fetta di realtà-verità; ma più semplicemente solo il mio modo di interpretare, di raccontare, di guardare-inquadrare quella determinata realtà”. Quindi fotografie come semplici riflessi, prodotto ultimo del guardare di un fotografo, con lo scopo nobile di spingere chi le “guarda” a riflettere a sua volta…….ad osservare,interpretare,semplicemente pensare.
La mostra sarà dedicata ad Angelo Frammartino, “giovane volontario che ha pagato con un prezzo troppo alto il suo impegno per la pace e la nonviolenza, alla sua famiglia, ai suoi amici e compagni, a tutti quelli che come Angelo credono nel dialogo e nel confronto, al suo stare dalla parte degli innocenti e degli oppressi, alla sua voglia di lottare per un mondo migliore.......”
L’Arci e l’Attivarci presentano la mostra fotografica: “Tra cielo e terra”, Progetto Santa Marta di giulio di meo. Entrare nella favela di Santa Marta è come entrare in un mondo sconosciuto e affascinante. Un mondo a cui non molti hanno accesso e di cui molti hanno paura e pregiudizio. Un mondo in cui ci invita ad entrare il giovane fotografo “ruvianese” (Ce), Giulio Di Meo, professionista dal duemila, che si occupa di fotografia sociale e collabbora con diverse associazioni, tra cui l’Arci. Per molti gli abitanti delle favelas sono parassiti della società, delinquenti, ladri, spacciatori...gente da evitare. Per Di Meo invece la "favela" è il luogo in cui vive gente nornale: operai, casalinghe, anziani, studenti; gente troppo spesso dimenticata, abbandonata al proprio destino e costretta a vivere in situazioni di profondo disagio sociale.
A questa "Santa Marta", l’autore, ha cercato di dar voce e luce, raccontando con il bianco e nero delle sue fotografie, gli alti e bassi di questa quotidianità. A Rio de Janeiro, circa un terzo della popolazione vive nelle favelas, definite dal pubblico potere come insediamenti sub-normali. La favela di Santa Marta è una delle favelas più affollate e densamente abitate di Rio de Janeiro, con i suoi 7.500 abitanti, di cui il 43% circa sono giovani tra i 10 e i 29 anni. La gioventù che vive oggi nelle favelas ha sperimentato direttamente il peso del preconcetto, della violenza, della riduzione degli spazi di svago e dei posti di lavoro. Le difficoltà di accesso a una scuola di qualità, agli ambienti culturali disponibili in città e alla moderna tecnologia dell'informazione, condannano la maggior parte della gioventù delle favelas brasiliane ad una vita assai disagiata e priva di prospettive. L'Arci con il sostegno al partner brasiliano Ibase, ha attivato una campagna di informazione, sensibilizzazione e sostegno diretto alle attività di aggregazione e formazione professionale che realizza a Santa Marta per rispondere al fenomeno del disagio giovanile.
Le immagini di questa mostra sono state realizzate in questa favela, nel gennaio del 2006 durante il campo di lavoro Arci "Santa Marta", coinciso con la colonia estiva che ogni anno il gruppo ECO organizza con grandi difficoltà per circa 400 bambini. La Colonia Estiva, nata 25 anni fa quasi per gioco,è diventata un appuntamento fisso e molto atteso per questi bambini che non hanno molte occasioni di svago se non la strada e per questo il loro numero è cresciuto anno dopo anno con evidenti difficoltà di organizzazione e necessità di fondi. Con questa mostra vogliamo aiutarli, vogliamo portarvi i loro sorrisi e i loro giochi ma anche denunciare la difficile situazione in cui vivono. Testimoniare un'esperienza unica, come unici sono i loro volti, i loro sguardi, e la bellezza e semplicità di quanto sono capaci di dare...
Lo scopo di questa mostra è sopratutto quello di sensibilizzare e avvicinare a questi temi il maggior numero di individui, di invitarli ad avere occhi e cuori aperti su realtà tanto lontane da noi, ma che comunque ci appartengono. Realtà a cui ci unisce un filo immaginario, che ci fa entrare in sintonia con questi bambini, con queste donne e uomini, semplicemente protagonisti delle proprie vite.....una sola immagine a volte vale più di mille parole.......
Queste immagini sul Brasile rappresentano la seconda parte di un progetto fotografico più vasto chiamato “Riflessi Antagonisti”, che Di Meo sta potando aventi in diversi paesi sudamericani. Paesi con ampie zone al limite del sottosviluppo costantemente depredati delle proprie risorse naturali. La fotografia come atto di denuncia in grado di sensibilizzare chi vive a migliaia di chilometri di distanza. “Il titolo nasce dalla constatazione che la situazione sudamericana è la conseguenza, il riflesso, appunto, della politica di sfruttamento attuata prima dai colonizzatori europei e successivamente dai statunitensi”. “Ma -continua l’autore- una foto non deve dare risposte, non deve emettere sentenze, il suo compito è quello di porre all’attenzione dell’osservatore situazioni stimolo da cui partano degli interrogativi, delle riflessioni”.
La mostra sarà dedicata ad Angelo Frammartino, “giovane volontario che ha pagato con un prezzo troppo alto il suo impegno per la pace e la nonviolenza, alla sua famiglia, ai suoi amici e compagni, a tutti quelli che come Angelo credono nel dialogo e nel confronto, al suo stare dalla parte degli innocenti e degli oppressi, alla sua voglia di lottare per un mondo migliore.......”
Federico Mei
31
agosto 2006
Giulio Di Meo
Dal 31 agosto al 18 settembre 2006
fotografia
Location
AREA BPA PALAS
Pesaro, Via Yuri Gagarin, (Pesaro E Urbino)
Pesaro, Via Yuri Gagarin, (Pesaro E Urbino)
Orario di apertura
18-24
Autore


