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István Farkas – Disegni e acquerelli
Una sessantina fra disegni e acquerelli che rappresentano la fase più intima del momento creativo del celebre pittore ungherese
Comunicato stampa
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Torna a Roma, con una mostra retrospettiva in Accademia D’Ungheria, l’arte di István Farkas, considerato il principale pittore ungherese del ‘900, che con le sue opere inquietanti e la sua storia personale tragica e avvincente ha lasciato un segno nelle storia dell’arte fra le due guerre mondiali, il periodo di massimo fermento culturale per l’Europa del XX° secolo.
Dopo l’esposizione delle sue tele più celebri al Vittoriano nel 2002, Palazzo Falconieri ospita dal 22 marzo al 19 aprile una sessantina fra disegni e acquerelli provenienti dal Museo di Kecskemét (Ungheria) e da collezioni private ungheresi e italiane, che rappresentano la fase più intima del momento creativo del celebre pittore, una sorta di viaggio introspettivo che sonda e riporta alla luce un mondo interiore animato da difficili convivenze fra sogno ed incubo, passione ed ironia, paura dell’ignoto e commozione per la bellezza più semplice e quotidiana.
Tra le opere esposte, l’album “Correspondances”, pubblicato nel 1928, composto da 10 pochoirs che ritraggono paesaggi esotici e sottomarini, ognuno affiancato da una poesia di André Salmon.
István Farkas nelle opere grafiche, il cui valore estetico secondo gli storici d’arte contemporanei equivale a quello delle sue opere pittoriche, trasmette attraverso l’immediatezza del disegno l’angoscia dei momenti precedenti il drammatico epilogo ad Auschwitz, l’ansia e lo smarrimento di fronte all’orrore della “soluzione finale” attuata dalle autorità ungheresi, in accordo con la Germania, nel 1944. Fino all’ultimo istante della sua breve permanenza nel campo di sterminio István Farkas non ha voluto riconoscere la terribile realtà del suo destino e, rifiutando alcuni espedienti che forse gli avrebbero salvato la vita, si è trincerato nell’illusione di essere un prigioniero condannato ai lavoro forzati. Lui, sacerdote dell’arte e cultore del bello, amante della vita e della sensualità, artista paragonato a Matisse dai critici dell’epoca, che mal sopportava la sua professione di editore portata avanti per ragioni immanenti, non volle probabilmente calarsi nei panni di vittima sacrificale di un folle disegno, e chiuse gli occhi di fronte all’inevitabile. La stessa fuga che in alcuni disegni e acquerelli si traduce nell’autoironia, lo strumento per resistere alle pressioni della coscienza di una realtà senza via di scampo, o nella contemplazione estatica delle bellezze naturali, della donna, di un ambiente esotico e surreale.
Artista ungherese “francesizzato”, István Farkas apparteneva al movimento d’avanguardia dell’École de Paris (in cui si annoverano anche Chagall, Modigliani, Brancusi, De Chirico), e durante il soggiorno parigino strinse amicizia con l'architetto e collezionista d’arte Le Corbusier, e i poeti André Salmon e Jean Follain. In Francia fu molto apprezzato dalla critica tra il 1925 e il 1932, mentre negli ultimi anni della sua vita in patria non ottenne il dovuto riconoscimento, e venne identificato come artista fautore del decadentismo borghese. In realtà le sue opere non sono riconducibili ad un’ideologia: Farkas è un pittore esistenzialista, che utilizza i corpi e gli oggetti del microcosmo borghese a cui appartiene trasformandoli in maschere e simboli, ora tragici, ora liberatori, della sua complessa vita interiore. Il mondo della borghesia appare, soprattutto nelle ultime opere, come una realtà al suo inesorabile tramonto.
Influenze e suggestioni di espressionismo, surrealismo, cubismo e post-impressionismo si mescolano in uno stile personale e inconfondibile.
E’ negli anni ’70 che le sue opere vengono rivalutate in Ungheria, con l’avvio di un ciclo di esposizioni in Europa e a New York.
Dopo l’esposizione delle sue tele più celebri al Vittoriano nel 2002, Palazzo Falconieri ospita dal 22 marzo al 19 aprile una sessantina fra disegni e acquerelli provenienti dal Museo di Kecskemét (Ungheria) e da collezioni private ungheresi e italiane, che rappresentano la fase più intima del momento creativo del celebre pittore, una sorta di viaggio introspettivo che sonda e riporta alla luce un mondo interiore animato da difficili convivenze fra sogno ed incubo, passione ed ironia, paura dell’ignoto e commozione per la bellezza più semplice e quotidiana.
Tra le opere esposte, l’album “Correspondances”, pubblicato nel 1928, composto da 10 pochoirs che ritraggono paesaggi esotici e sottomarini, ognuno affiancato da una poesia di André Salmon.
István Farkas nelle opere grafiche, il cui valore estetico secondo gli storici d’arte contemporanei equivale a quello delle sue opere pittoriche, trasmette attraverso l’immediatezza del disegno l’angoscia dei momenti precedenti il drammatico epilogo ad Auschwitz, l’ansia e lo smarrimento di fronte all’orrore della “soluzione finale” attuata dalle autorità ungheresi, in accordo con la Germania, nel 1944. Fino all’ultimo istante della sua breve permanenza nel campo di sterminio István Farkas non ha voluto riconoscere la terribile realtà del suo destino e, rifiutando alcuni espedienti che forse gli avrebbero salvato la vita, si è trincerato nell’illusione di essere un prigioniero condannato ai lavoro forzati. Lui, sacerdote dell’arte e cultore del bello, amante della vita e della sensualità, artista paragonato a Matisse dai critici dell’epoca, che mal sopportava la sua professione di editore portata avanti per ragioni immanenti, non volle probabilmente calarsi nei panni di vittima sacrificale di un folle disegno, e chiuse gli occhi di fronte all’inevitabile. La stessa fuga che in alcuni disegni e acquerelli si traduce nell’autoironia, lo strumento per resistere alle pressioni della coscienza di una realtà senza via di scampo, o nella contemplazione estatica delle bellezze naturali, della donna, di un ambiente esotico e surreale.
Artista ungherese “francesizzato”, István Farkas apparteneva al movimento d’avanguardia dell’École de Paris (in cui si annoverano anche Chagall, Modigliani, Brancusi, De Chirico), e durante il soggiorno parigino strinse amicizia con l'architetto e collezionista d’arte Le Corbusier, e i poeti André Salmon e Jean Follain. In Francia fu molto apprezzato dalla critica tra il 1925 e il 1932, mentre negli ultimi anni della sua vita in patria non ottenne il dovuto riconoscimento, e venne identificato come artista fautore del decadentismo borghese. In realtà le sue opere non sono riconducibili ad un’ideologia: Farkas è un pittore esistenzialista, che utilizza i corpi e gli oggetti del microcosmo borghese a cui appartiene trasformandoli in maschere e simboli, ora tragici, ora liberatori, della sua complessa vita interiore. Il mondo della borghesia appare, soprattutto nelle ultime opere, come una realtà al suo inesorabile tramonto.
Influenze e suggestioni di espressionismo, surrealismo, cubismo e post-impressionismo si mescolano in uno stile personale e inconfondibile.
E’ negli anni ’70 che le sue opere vengono rivalutate in Ungheria, con l’avvio di un ciclo di esposizioni in Europa e a New York.
22
marzo 2006
István Farkas – Disegni e acquerelli
Dal 22 marzo al 19 aprile 2006
arte contemporanea
disegno e grafica
disegno e grafica
Location
ISTITUTO BALASSI – ACCADEMIA D’UNGHERIA – PALAZZO FALCONIERI
Roma, Via Giulia, 1, (Roma)
Roma, Via Giulia, 1, (Roma)
Orario di apertura
10.00-13.00 e 16.30- 19.30, sabato 16.30 - 19.30 (domenica chiuso)
Vernissage
22 Marzo 2006, ore 19
Autore