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La lentezza della luce
LA LENTEZZA DELLA LUCE
La lentezza della luce è la esposizione di immagini create da quattro soggetti che sono sempre vissuti di arte, ed ancora oggi vivono con l’arte ……
Comunicato stampa
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LA LENTEZZA DELLA LUCE
La lentezza della luce è la esposizione di immagini create da quattro soggetti che sono sempre vissuti di arte, ed ancora oggi vivono con l’arte e per l’arte. Tre pittori ed un astrofilo musicista scrittore. Non belle illustrazioni esplicative o didattiche, ma fotografie e dipinti che mostrandoci qualcosa parlano di qualcosa d’altro. Chi le guarda è spinto completare storie suggerite e a vedere cose inaspettate, anche non volute dall’autore, slegate dal titolo stesso dell’opera. Tutte queste immagini di luci lontane-orizzonti di paesaggio lontanissime nebulose di galassie-contengono storie infinite. Sono quadri nel quadro. La luce dietro la linea dell’orizzonte e la luce dentro al telescopio. Nelle lontanissime luci cosmiche rimaniamo basiti, anche sgomenti e, comunque meravigliati. Nel paesaggio terrestre con luminoso, lontano, orizzonte proviamo speranza, talvolta inquieta speranza. Ma oltre a tutto questo cosa possiamo trovare nel così lontano? Cosa si trova oltre quella montagna? Dopo l’ansa del fiume? A fianco di quella nebulosa? E’ la curiosità di Ulisse. Una spinta al verificare di persona, un invito al lavoro di ricerca, affrontando anche tempi lunghi. Speranza e non certezze perentorie. Una spinta,tramite il piacere degli occhi verso il profitto dell’anima.
Davide Antolini
Davide Antolini
SUBLIMI LONTANANZE
Le immagini di questa esposizione consistono in veri e propri oggetti che si possono toccare, tangibili non virtuali. A seconda di come li spostiamo o come ci muoviamo, riflettono la loro luce in mille modi stimolando così la nostra immaginazione.
Immaginazione che viene ulteriormente arricchita dall’altra luce: quella del racconto pittorico. Le lontane luci degli orizzonti e delle galassie si avvicinano a noi nel continuo trasformarsi di luci e colori in un misterioso processo creativo che richiede lentezza e, perché no?, anche ironia. Questi miei lavori nascono anche dal bisogno incoercibile di produrre forme fisiche che non si possano resettare con un semplice clic del mouse. Forme che, ci avvicinino ad un lento metabolismo delle sensazioni, delle riflessioni, dei
sentimenti. La veloce luce elettrica, diventa la luce cosmica della lenta creazione biblica.
EVVIVA
Olinsky!
C’e’ chi fa arte con il cervello, e sono rarissimi, chi dipinge con le mani, e sono pochi, e chi imbratta con viscere, lugubri fibromi e scorie,
e oggi sono i più dei più.
Inettitudine, incapacità e pseudointellettualismo proliferano, dilagano e invadono.
Olinsky non c’è e questa è già una garanzia.
Olinsky è puramente una mano golosa che prende tela e colori e dipinge. Olinsky non ha il cervello e questa è la sua salvezza. La mano illustra, consapevolmente, delle storie che esistono, se esistono, solo per essere tali e senza bisogno di metafore, escludono proprio, e felicemente, il cervello.
Olinsky è fuori dal tempo e dalla storia.
Olinsky non esiste e proprio per questo evviva Olinsky!
Getulio Alviani
Sergio Pausig
Medito l’arte di Sergio Pausig e qualche volta ne scrivo. La sua lunga carriera, costantemente in bilico tra suggestioni danubiane, immaginazioni lagunari,‘città di rame’ amerindie e caldi sogni siciliani, ci restituisce un notevole retaggio collezionistico pubblico e privato, ma soprattutto ci instrada in direzione di un ben preciso finis terrae. Se ci poniamo davanti a un suo quadro a una certa distanza, possiamo godere della bellezza pomeridiana come dalla terrazza di un giardino botanico verso il mare al tramonto; ma se avviciniamo lo sguardo, allora siamo catturati da una strana e particolare potenza attrattiva che ci risucchia dentro il groviglio vegetale e animale di gran parte della sua opera. Allora, come in un sogno, facciamo fatica a volgerci indietro, tanto bella, suggestiva e minuta è la visione. Dal punto di vista pittorico la lezione è fiamminga; velatura su velatura l’occhio si perde in una prospettiva lenticolare che ti fa apprezzare anche i più minuti aspetti del panorama. La pennellata è profondamente meditata e attenta, lenta, lentissima, sovente a punta finissima di pennello. I colori sono impastati e stesi con la maestria di un laccatore cinese, in una gamma afosa, subtropicale, che ricorda il lento galleggiare delle caracche in un piatto mare orientale. Baudelaire era sicuramente a bordo quando in Pausig si formava la prima idea di quel paesaggio mentalizzato; l’uccello totemico che vive perennemente nei sui dipinti è nato spontaneo da un frottage di Max Ernst; i vedutisti lagunari hanno soffiato nell’atmosfera come un mastro vetraio in certi capolavori muranesi; Klimt detta la linea decorativa dei fondi d’oro; Braudel orchestra il complesso di traiettorie mediterranee. Si rimane beatamente attoniti scoprendo di esser parte di una conversazione poetica, non sapendo più come uscirne, non volendo più uscirne. Artaud aveva ragione, Breton aveva ragione,Aragon aveva ragione,Borghes aveva ragione: non si esce dalla condizione perenne di sogno in cui viviamo se no per cadere in sogni più attrattivi e complessi. Spaesamento e ‘deriva’ sono i due termini della perdita verso un ignoto che ci è però familiare. Non si teme né si rischia nulla davanti a un dipinto di Sergio Pausig, purché ci si trovi pronti alla navigazione. Giù, in fondo a quella piccola radura e si fa spazio tra i rami di una giungla sempre più dolce, alla randa, ormeggiata, dorme una nave soffusa “di giacinto e d’oro”.
Vittorio Ugo Vicari
Storico dell’arte
Accademia di Belle Arti di Catania
Enzo santin
Cos’è per me l’astrofotografia
Fare astrofotografia è come fotografare un paesaggio alieno. Un paesaggio composto da nubi rossastre di idrogeno, addensamenti di luce verde azzurra emessa dall’ossigeno ionizzato, polveri interstellari oscure che solcano il campo inquadrato come fiumi, nebulose dalle forme bizzarre e delicate scolpite dai venti stellari. Quando si fotografa il profondo cielo si viaggia nello spazio, ma si viaggia anche nel tempo: la luce ha una velocità finita, ci mette del tempo per raggiungerci e siccome le distanze in gioco sono realmente (non metaforicamente) astronomiche, ecco che si verifica un fatto straordinario: se per esempio stiamo fotografando la galassia di Andromeda, che è lontana due milioni e mezzo di anni luce, in realtà stiamo osservando la galassia com’era due milioni e mezzo di anni fa. Quindi l’immagine che otteniamo quando fotografiamo il cielo è una stratificazione di piani luminosi molto lontani tra loro, sia nello spazio che nel tempo.
Le immagini che si realizzano sono spesso ricche di colori, di luce e contrasti, ma in realtà stiamo fotografando fenomeni luminosi lontanissimi, la cui luminosità apparente è così fioca che sono necessarie anche decine di ore di esposizione per poter essere registrati. Perciò, ciò che mi appassiona nel fare astrofotografia sono il mistero dello spazio e del tempo, la natura elusiva della luce, lo stupore per il cielo stellato e… la sfida: sondare lontananze inaccessibili e rendere visibile l’impercepibile, fotografando oggetti la cui luce è talmente debole da non essere visibile ad occhio nudo.
La lentezza della luce è la esposizione di immagini create da quattro soggetti che sono sempre vissuti di arte, ed ancora oggi vivono con l’arte e per l’arte. Tre pittori ed un astrofilo musicista scrittore. Non belle illustrazioni esplicative o didattiche, ma fotografie e dipinti che mostrandoci qualcosa parlano di qualcosa d’altro. Chi le guarda è spinto completare storie suggerite e a vedere cose inaspettate, anche non volute dall’autore, slegate dal titolo stesso dell’opera. Tutte queste immagini di luci lontane-orizzonti di paesaggio lontanissime nebulose di galassie-contengono storie infinite. Sono quadri nel quadro. La luce dietro la linea dell’orizzonte e la luce dentro al telescopio. Nelle lontanissime luci cosmiche rimaniamo basiti, anche sgomenti e, comunque meravigliati. Nel paesaggio terrestre con luminoso, lontano, orizzonte proviamo speranza, talvolta inquieta speranza. Ma oltre a tutto questo cosa possiamo trovare nel così lontano? Cosa si trova oltre quella montagna? Dopo l’ansa del fiume? A fianco di quella nebulosa? E’ la curiosità di Ulisse. Una spinta al verificare di persona, un invito al lavoro di ricerca, affrontando anche tempi lunghi. Speranza e non certezze perentorie. Una spinta,tramite il piacere degli occhi verso il profitto dell’anima.
Davide Antolini
Davide Antolini
SUBLIMI LONTANANZE
Le immagini di questa esposizione consistono in veri e propri oggetti che si possono toccare, tangibili non virtuali. A seconda di come li spostiamo o come ci muoviamo, riflettono la loro luce in mille modi stimolando così la nostra immaginazione.
Immaginazione che viene ulteriormente arricchita dall’altra luce: quella del racconto pittorico. Le lontane luci degli orizzonti e delle galassie si avvicinano a noi nel continuo trasformarsi di luci e colori in un misterioso processo creativo che richiede lentezza e, perché no?, anche ironia. Questi miei lavori nascono anche dal bisogno incoercibile di produrre forme fisiche che non si possano resettare con un semplice clic del mouse. Forme che, ci avvicinino ad un lento metabolismo delle sensazioni, delle riflessioni, dei
sentimenti. La veloce luce elettrica, diventa la luce cosmica della lenta creazione biblica.
EVVIVA
Olinsky!
C’e’ chi fa arte con il cervello, e sono rarissimi, chi dipinge con le mani, e sono pochi, e chi imbratta con viscere, lugubri fibromi e scorie,
e oggi sono i più dei più.
Inettitudine, incapacità e pseudointellettualismo proliferano, dilagano e invadono.
Olinsky non c’è e questa è già una garanzia.
Olinsky è puramente una mano golosa che prende tela e colori e dipinge. Olinsky non ha il cervello e questa è la sua salvezza. La mano illustra, consapevolmente, delle storie che esistono, se esistono, solo per essere tali e senza bisogno di metafore, escludono proprio, e felicemente, il cervello.
Olinsky è fuori dal tempo e dalla storia.
Olinsky non esiste e proprio per questo evviva Olinsky!
Getulio Alviani
Sergio Pausig
Medito l’arte di Sergio Pausig e qualche volta ne scrivo. La sua lunga carriera, costantemente in bilico tra suggestioni danubiane, immaginazioni lagunari,‘città di rame’ amerindie e caldi sogni siciliani, ci restituisce un notevole retaggio collezionistico pubblico e privato, ma soprattutto ci instrada in direzione di un ben preciso finis terrae. Se ci poniamo davanti a un suo quadro a una certa distanza, possiamo godere della bellezza pomeridiana come dalla terrazza di un giardino botanico verso il mare al tramonto; ma se avviciniamo lo sguardo, allora siamo catturati da una strana e particolare potenza attrattiva che ci risucchia dentro il groviglio vegetale e animale di gran parte della sua opera. Allora, come in un sogno, facciamo fatica a volgerci indietro, tanto bella, suggestiva e minuta è la visione. Dal punto di vista pittorico la lezione è fiamminga; velatura su velatura l’occhio si perde in una prospettiva lenticolare che ti fa apprezzare anche i più minuti aspetti del panorama. La pennellata è profondamente meditata e attenta, lenta, lentissima, sovente a punta finissima di pennello. I colori sono impastati e stesi con la maestria di un laccatore cinese, in una gamma afosa, subtropicale, che ricorda il lento galleggiare delle caracche in un piatto mare orientale. Baudelaire era sicuramente a bordo quando in Pausig si formava la prima idea di quel paesaggio mentalizzato; l’uccello totemico che vive perennemente nei sui dipinti è nato spontaneo da un frottage di Max Ernst; i vedutisti lagunari hanno soffiato nell’atmosfera come un mastro vetraio in certi capolavori muranesi; Klimt detta la linea decorativa dei fondi d’oro; Braudel orchestra il complesso di traiettorie mediterranee. Si rimane beatamente attoniti scoprendo di esser parte di una conversazione poetica, non sapendo più come uscirne, non volendo più uscirne. Artaud aveva ragione, Breton aveva ragione,Aragon aveva ragione,Borghes aveva ragione: non si esce dalla condizione perenne di sogno in cui viviamo se no per cadere in sogni più attrattivi e complessi. Spaesamento e ‘deriva’ sono i due termini della perdita verso un ignoto che ci è però familiare. Non si teme né si rischia nulla davanti a un dipinto di Sergio Pausig, purché ci si trovi pronti alla navigazione. Giù, in fondo a quella piccola radura e si fa spazio tra i rami di una giungla sempre più dolce, alla randa, ormeggiata, dorme una nave soffusa “di giacinto e d’oro”.
Vittorio Ugo Vicari
Storico dell’arte
Accademia di Belle Arti di Catania
Enzo santin
Cos’è per me l’astrofotografia
Fare astrofotografia è come fotografare un paesaggio alieno. Un paesaggio composto da nubi rossastre di idrogeno, addensamenti di luce verde azzurra emessa dall’ossigeno ionizzato, polveri interstellari oscure che solcano il campo inquadrato come fiumi, nebulose dalle forme bizzarre e delicate scolpite dai venti stellari. Quando si fotografa il profondo cielo si viaggia nello spazio, ma si viaggia anche nel tempo: la luce ha una velocità finita, ci mette del tempo per raggiungerci e siccome le distanze in gioco sono realmente (non metaforicamente) astronomiche, ecco che si verifica un fatto straordinario: se per esempio stiamo fotografando la galassia di Andromeda, che è lontana due milioni e mezzo di anni luce, in realtà stiamo osservando la galassia com’era due milioni e mezzo di anni fa. Quindi l’immagine che otteniamo quando fotografiamo il cielo è una stratificazione di piani luminosi molto lontani tra loro, sia nello spazio che nel tempo.
Le immagini che si realizzano sono spesso ricche di colori, di luce e contrasti, ma in realtà stiamo fotografando fenomeni luminosi lontanissimi, la cui luminosità apparente è così fioca che sono necessarie anche decine di ore di esposizione per poter essere registrati. Perciò, ciò che mi appassiona nel fare astrofotografia sono il mistero dello spazio e del tempo, la natura elusiva della luce, lo stupore per il cielo stellato e… la sfida: sondare lontananze inaccessibili e rendere visibile l’impercepibile, fotografando oggetti la cui luce è talmente debole da non essere visibile ad occhio nudo.
10
gennaio 2026
La lentezza della luce
Dal 10 gennaio al 07 febbraio 2026
arte contemporanea
Location
Galleria Spazio6
Verona, Via Santa Maria in Organo, 6, (VR)
Verona, Via Santa Maria in Organo, 6, (VR)
Orario di apertura
da martedì a sabato ore 16,30-19,30
Vernissage
10 Gennaio 2026, 18.00
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