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Lust For Life
Tim Van Laere Gallery Rome presenta Lust For Life, mostra collettiva con opere di Carroll Dunham, Gelitin, George Grosz, Sarah Lucas, Ben Sledsens, Rinus Van de Velde, Franz West e Rose Wylie. Ispirata al brano di Iggy Pop, è una risposta alla tensione e all’incertezza del presente.
Comunicato stampa
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Tim Van Laere Gallery Rome è lieta di presentare Lust for Life, una mostra collettiva con opere di Carroll Dunham, Gelitin, George Grosz, Sarah Lucas, Ben Sledsens, Rinus Van de Velde, Franz West e Rose Wylie. Prendendo in prestito il titolo dall’iconico brano di Iggy Pop, Lust for Life si propone come una risposta alla tensione e all’incertezza del presente. Invece di chiudersi in sé, la mostra pone l’accento su energia, desiderio, ironia, spirito di sfida e sull’irriducibile impulso a creare. Attraverso generazioni e sensibilità differenti, questi artisti condividono un interesse per l’esperienza intensa e quasi esplosiva dell’essere vivi, e concepiscono l’arte come uno spazio in cui tale vitalità può essere esplorata, celebrata e percepita.
Le opere The Invasion e Waiting for Better Times di George Grosz occupano una posizione centrale all’interno della mostra. Realizzate rispettivamente nel 1947 e nel 1933, queste opere risuonano con forza nel nostro presente. Esse mostrano la voglia di vivere rovesciata: cosa accade quando quella forza vitale viene bloccata, corrotta o arruolata dall’ideologia e dal potere. Grosz rappresenta un mondo in cui i corpi continuano a muoversi e ad agire, ma la vitalità è stata svuotata di piacere, tenerezza e possibilità di scelta. Il desiderio non è scomparso: è stato trasformato in un’arma. La vita prosegue, ma in uno stato di malnutrizione morale e spirituale. Le figure in The Invasion appaiono spinte da una forza esterna più che realmente vive. Marciano, brandiscono, pungolano e seguono, come se fossero intrappolate in una trance collettiva. In Waiting for Better Times, Grosz ritrae due persone in uno stato quasi congelato. L’impassibilità non è assenza di attività, ma assenza di presenza. Grosz mette a nudo una società in cui l’intensità esiste sotto forma di violenza, frenesia e spettacolo, ma è recisa da ogni cura, ironia o sensualità: un’intensità senza intimità. È il prezzo di un mondo che reprime il desiderio invece di permettergli di essere disordinato, reciproco e umano. Là dove altri insistono sul restare sensibili, Grosz mostra cosa accade quando la sensazione viene appiattita in obbedienza e crudeltà. Eppure questi disegni sono ferocemente vivi. Le linee nervose, i colori acidi, il dettaglio maniacale: tutto pulsa di urgenza. Grosz rifiuta la passività come artista proprio mentre la raffigura come condizione sociale. Questa tensione è fondamentale: le opere non anestetizzano lo spettatore, lo scuotono. Mantengono la percezione vigile. Questi lavori segnano il tono più oscuro della mostra e ci ricordano che la voglia di vivere non è garantita: va difesa. Quando alla vitalità viene negato lo spazio per essere goffa, erotica, ironica o tenera, essa non scompare, ma muta. Grosz ci mostra questa mutazione con brutale chiarezza, rendendo le sue opere non delle eccezioni, ma l’ombra che conferisce senso e urgenza all’intera esposizione. Esse riflettono il bisogno umano di mantenere sempre viva la speranza che possano arrivare tempi migliori.
La mostra si muove tra pittura, scultura e opere su carta e si sviluppa come una serie di incontri, talvolta teneri, talvolta abrasivi e spesso irriverenti, in cui corpi, fantasie, memorie e icone culturali entrano in collisione. La figurazione scivola nella caricatura, l’intimità vira verso il grottesco e l’avanguardia si confronta all’immaginario popolare. Ne risulta un linguaggio visivo dichiaratamente umano: disordinato, ironico, erotico, malinconico e intensamente vivo. All’interno della galleria, i gesti oscillano tra vulnerabilità e spavalderia, mentre linee delicate e colori saturi convivono con una fisicità diretta e con l’eccesso materiale. Si avverte un persistente senso di gioco, ma anche di resistenza: contro il decoro, contro la disperazione, contro l’ottundimento della sensibilità. Attraverso corpi esagerati, prospettive deformate o riletture sovversive di immagini familiari, le opere rivendicano il sentire come forza vitale, dando spazio al piacere, alla goffaggine, al desiderio e alla risata.
In un’epoca in cui la vita passa sempre più attraverso schermi, metriche e linguaggi di crisi, la voglia di vivere si trasforma in una forma di resistenza. Non è ottimismo né negazione, ma un rifiuto di anestetizzarsi, una scelta di restare sensibili e di sentire desiderio, disagio, ironia, piacere e contraddizione, anche quando il mondo spinge al distacco o alla stanchezza. Questa voglia di vivere si manifesta attraverso eccesso, goffaggine e corporeità. Abita in corpi indomabili, in cariche sessuali che divertono più che apparire glamour, in forme che si gonfiano, si accasciano o si distendono invece di “comportarsi”. In una cultura ossessionata dal controllo, dall’efficienza e dalle identità levigate, questi gesti affermano il corpo come qualcosa di disordinato, libidinale e vivo. Qui il desiderio non è raffinato; è prova di vitalità. Allo stesso tempo, la voglia di vivere può essere quieta e attenta. Si manifesta nella lentezza, nella devozione agli interni, ai giardini, ai rituali quotidiani e agli atti di cura. In un mondo guidato dall’urgenza e dallo spettacolo, scegliere morbidezza e bellezza senza ironia diventa radicale. Soffermarsi, osservare da vicino, dipingere o costruire come gesto di attenzione significa proteggere la vita interiore dall’erosione provocata dall’allerta costante. C’è anche umorismo: crudele, ridicolo, collettivo, che rifiuta la serietà come unica risposta valida alla crisi. Risata, partecipazione e vicinanza fisica diventano strumenti di sopravvivenza. Nel caos e nell’assurdità di questi gesti, si reagisce all’isolamento e alla privatizzazione dell’esperienza, ricordandoci che la vita non è fatta per essere vissuta da soli o a distanza.
Lust for Life non propone l’ottimismo come soluzione al momento presente. La mostra afferma piuttosto la resistenza e sostiene che piacere, desiderio, ironia, cura ed eccesso non sono distrazioni dalla realtà, ma modi per restarvi pienamente immersi. In un mondo che trae vantaggio dall’esaurimento e dal distacco, scegliere l’intensità e decidere di rimanere sensibili, goffi e vigili diventa un atto quietamente radicale. Voler vivere oggi significa rifiutare l’idea che la disperazione sia la risposta più “intelligente” e scegliere la presenza invece della paralisi. Significa accorgersi di come la luce del sole colpisca un tavolo da cucina, o di come una canzone possa ancora togliere il respiro, e permettere a queste esperienze di contare. Non perché risolva qualcosa, ma perché ti ricorda che sei ancora qui, e che essere qui non è neutrale.
Le opere The Invasion e Waiting for Better Times di George Grosz occupano una posizione centrale all’interno della mostra. Realizzate rispettivamente nel 1947 e nel 1933, queste opere risuonano con forza nel nostro presente. Esse mostrano la voglia di vivere rovesciata: cosa accade quando quella forza vitale viene bloccata, corrotta o arruolata dall’ideologia e dal potere. Grosz rappresenta un mondo in cui i corpi continuano a muoversi e ad agire, ma la vitalità è stata svuotata di piacere, tenerezza e possibilità di scelta. Il desiderio non è scomparso: è stato trasformato in un’arma. La vita prosegue, ma in uno stato di malnutrizione morale e spirituale. Le figure in The Invasion appaiono spinte da una forza esterna più che realmente vive. Marciano, brandiscono, pungolano e seguono, come se fossero intrappolate in una trance collettiva. In Waiting for Better Times, Grosz ritrae due persone in uno stato quasi congelato. L’impassibilità non è assenza di attività, ma assenza di presenza. Grosz mette a nudo una società in cui l’intensità esiste sotto forma di violenza, frenesia e spettacolo, ma è recisa da ogni cura, ironia o sensualità: un’intensità senza intimità. È il prezzo di un mondo che reprime il desiderio invece di permettergli di essere disordinato, reciproco e umano. Là dove altri insistono sul restare sensibili, Grosz mostra cosa accade quando la sensazione viene appiattita in obbedienza e crudeltà. Eppure questi disegni sono ferocemente vivi. Le linee nervose, i colori acidi, il dettaglio maniacale: tutto pulsa di urgenza. Grosz rifiuta la passività come artista proprio mentre la raffigura come condizione sociale. Questa tensione è fondamentale: le opere non anestetizzano lo spettatore, lo scuotono. Mantengono la percezione vigile. Questi lavori segnano il tono più oscuro della mostra e ci ricordano che la voglia di vivere non è garantita: va difesa. Quando alla vitalità viene negato lo spazio per essere goffa, erotica, ironica o tenera, essa non scompare, ma muta. Grosz ci mostra questa mutazione con brutale chiarezza, rendendo le sue opere non delle eccezioni, ma l’ombra che conferisce senso e urgenza all’intera esposizione. Esse riflettono il bisogno umano di mantenere sempre viva la speranza che possano arrivare tempi migliori.
La mostra si muove tra pittura, scultura e opere su carta e si sviluppa come una serie di incontri, talvolta teneri, talvolta abrasivi e spesso irriverenti, in cui corpi, fantasie, memorie e icone culturali entrano in collisione. La figurazione scivola nella caricatura, l’intimità vira verso il grottesco e l’avanguardia si confronta all’immaginario popolare. Ne risulta un linguaggio visivo dichiaratamente umano: disordinato, ironico, erotico, malinconico e intensamente vivo. All’interno della galleria, i gesti oscillano tra vulnerabilità e spavalderia, mentre linee delicate e colori saturi convivono con una fisicità diretta e con l’eccesso materiale. Si avverte un persistente senso di gioco, ma anche di resistenza: contro il decoro, contro la disperazione, contro l’ottundimento della sensibilità. Attraverso corpi esagerati, prospettive deformate o riletture sovversive di immagini familiari, le opere rivendicano il sentire come forza vitale, dando spazio al piacere, alla goffaggine, al desiderio e alla risata.
In un’epoca in cui la vita passa sempre più attraverso schermi, metriche e linguaggi di crisi, la voglia di vivere si trasforma in una forma di resistenza. Non è ottimismo né negazione, ma un rifiuto di anestetizzarsi, una scelta di restare sensibili e di sentire desiderio, disagio, ironia, piacere e contraddizione, anche quando il mondo spinge al distacco o alla stanchezza. Questa voglia di vivere si manifesta attraverso eccesso, goffaggine e corporeità. Abita in corpi indomabili, in cariche sessuali che divertono più che apparire glamour, in forme che si gonfiano, si accasciano o si distendono invece di “comportarsi”. In una cultura ossessionata dal controllo, dall’efficienza e dalle identità levigate, questi gesti affermano il corpo come qualcosa di disordinato, libidinale e vivo. Qui il desiderio non è raffinato; è prova di vitalità. Allo stesso tempo, la voglia di vivere può essere quieta e attenta. Si manifesta nella lentezza, nella devozione agli interni, ai giardini, ai rituali quotidiani e agli atti di cura. In un mondo guidato dall’urgenza e dallo spettacolo, scegliere morbidezza e bellezza senza ironia diventa radicale. Soffermarsi, osservare da vicino, dipingere o costruire come gesto di attenzione significa proteggere la vita interiore dall’erosione provocata dall’allerta costante. C’è anche umorismo: crudele, ridicolo, collettivo, che rifiuta la serietà come unica risposta valida alla crisi. Risata, partecipazione e vicinanza fisica diventano strumenti di sopravvivenza. Nel caos e nell’assurdità di questi gesti, si reagisce all’isolamento e alla privatizzazione dell’esperienza, ricordandoci che la vita non è fatta per essere vissuta da soli o a distanza.
Lust for Life non propone l’ottimismo come soluzione al momento presente. La mostra afferma piuttosto la resistenza e sostiene che piacere, desiderio, ironia, cura ed eccesso non sono distrazioni dalla realtà, ma modi per restarvi pienamente immersi. In un mondo che trae vantaggio dall’esaurimento e dal distacco, scegliere l’intensità e decidere di rimanere sensibili, goffi e vigili diventa un atto quietamente radicale. Voler vivere oggi significa rifiutare l’idea che la disperazione sia la risposta più “intelligente” e scegliere la presenza invece della paralisi. Significa accorgersi di come la luce del sole colpisca un tavolo da cucina, o di come una canzone possa ancora togliere il respiro, e permettere a queste esperienze di contare. Non perché risolva qualcosa, ma perché ti ricorda che sei ancora qui, e che essere qui non è neutrale.
14
febbraio 2026
Lust For Life
Dal 14 febbraio al 02 maggio 2026
arte contemporanea
Location
Tim Van Laere Gallery
Roma, Via Giulia, 98, (RM)
Roma, Via Giulia, 98, (RM)
Orario di apertura
martedì - sabato: 13:00 - 18:00
Vernissage
14 Febbraio 2026, 17:00 - 20:00
Sito web
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