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PANORAMICA*25 // Cartografie Liminali
Cartografare oggi non significa descrivere un territorio in modo neutrale, ma riconoscere che ogni mappa è un dispositivo: seleziona, orienta, produce visioni e rimozioni. Cartografie Liminali riunisce opere che abitano soglie tra naturale e artificiale, memoria e simulazione, corpo e macchina.
Comunicato stampa
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PANORAMICA*25 // CARTOGRAFIE LIMINALI
Selezione nazionale di videoarte a cura di Alessandra Arnò
Cartografare oggi non significa descrivere un territorio in modo neutrale, ma riconoscere che ogni mappa è un dispositivo: seleziona, orienta, produce visioni e rimozioni. Cartografie Liminali riunisce opere che abitano soglie tra naturale e artificiale, memoria e simulazione, corpo e macchina, intimità e piattaforme, crisi e trasformazione. Dai paesaggi sonori e corali della Val Badia e dell’Elba alle architetture virtuali abitate da avatar, dalle narrazioni affidate all’IA alle ecologie postumane ricostruite in dati e pixel, fino alla città di Milano osservata come campo di sorveglianza e alla guerra che invade il rumore di fondo del presente: il “luogo” diventa materia politica, percettiva ed emotiva.
La selezione restituisce pratiche che non si limitano a rappresentare, ma costruiscono condizioni di visione, spostano il punto di vista su una mappa critica del presente: non per chiudere un discorso, ma per tenere aperte le contraddizioni, rendere visibili le soglie e misurare — nell’immagine in movimento — ciò che oggi ci attraversa.
Citron/Lunardi - Kingdom Plantae - 4'03", 2025
Lorenzo Papanti - Costretto nel parziale, abito la mia contraddizione - 3'12", 2025
Nicola Bertoglio - You hurt me - 1'44", 2025
Marco Gentilini & Veronica Orrù - Inevitabile - 3'00", 2025
Plurale (Leonardo Avesani/ Chiara Ventura) - Gesto 7 - 17'11", 2025
Atefeh Khas - Happy Holidays - 2'42", 2025
Massimiliano Marianni - Normal Litio - 11', 2025
Gianni Barelli - Il Paesaggio non è innocente - 8'42", 2025
Francesca Longo - What It Was To Be Me - 5'27", 2025
Cosimo Iannunzio - Suspension of belief - 7'13", 2025
La visione si apre con Kingdom Plantae (Citron/Lunardi), speculazione visiva che immagina un dopo: un ecosistema ibrido, ricostruito in dati e pixel, dove la natura sopravvive come simulacro luminescente sostenuto da un generatore. Non è una fantascienza decorativa: è un paesaggio in cui la biodiversità appare già tecnicamente segnata, e ogni forma di vita sembra portare addosso la memoria dell’antropizzazione.
A questo scenario risponde, per contrasto interno, Costretto nel parziale, abito la mia contraddizione (Lorenzo Papanti): figure evocate dall’immaginario pittorico restano imprigionate in uno spazio liminale continuo, in cui ogni tentativo di superamento ricade in una nuova immobilità. La contraddizione non si risolve, si abita; la tensione tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere diventa forma, ritmo, sospensione.
Con You hurt me (Nicola Bettoglio) la soglia si sposta nell’intimità: due avatar dialogano in chat dentro un giardino virtuale, mentre si avverte un livello ulteriore—un’entità che digita, che orchestra, che possiede la scena. Corpi trasformati in immagini operative, ambienti costruiti come set navigabili, una relazione che torna come spazio progettato: il sentimento si deposita dentro l’infrastruttura, e l’infrastruttura entra nel sentimento.
Inevitabile (Marco Gentilini & Veronica Orrù) prosegue questo slittamento del punto di vista affidando a un’intelligenza artificiale la narrazione dell’albero del Ténéré, come se fosse una specie capace di vedere oltre il nostro antropocentrismo. Ma proprio nel tentativo di produrre distanza affiora l’impossibilità di un racconto neutrale: ciò che torna è un filtro, una traduzione, un’immagine sempre già segnata dalle condizioni della sua generazione.
Con Gesto 7 (Plurale – Leonardo Avesani / Chiara Ventura) la percezione cambia registro: il paesaggio non viene “mostrato”, viene composto come organismo sonoro e corale. Voci sintetizzate delle montagne ladine, field recording, oggetti trovati, fischi effimeri, interviste, samples e frammenti di coro e musicisti locali generano un racconto sensibile della Val Badia come appartenenza e continuità transgenerazionale. Qui il luogo emerge come relazione: non uno sfondo, ma una presenza stratificata che vibra di comunità.
In questo flusso si inserisce Happy Holidays (Atefeh Khas) come interruzione: un titolo che suona augurale e insieme straniante, capace di aprire un controtempo dentro la sequenza, come se la festa—o la promessa del paradiso—diventasse superficie fragile, ambigua che resta fuori campo. È una soglia sottile ma incisiva: un varco che sposta l’attenzione dal reale al racconto sacro.
Normal Litio (Massimiliano Marianni) riporta la traiettoria nell’interiorità, facendone un paesaggio narrativo. Il film nasce da una stasi creativa ed emotiva che assume forma di prigione mentale; il percorso si sviluppa come ricerca di una casa interiore, fino al confronto con il lato oscuro che trattiene nell’apatia. Il racconto non chiude i simboli (donna, uovo, cavallo): li lascia agire come elementi di un’opera aperta, dove la catarsi non è soluzione ma attraversamento.
Con Il Paesaggio non è innocente (Gianni Barelli) la dimensione territoriale torna in primo piano, ma come attivazione: la terra elbana emerge attraverso l’attraversamento del corpo e la capacità del paesaggio di produrre narrazione nel presente. Il mito e l’archetipo non funzionano come fuga, ma come livelli che affiorano mentre si cammina: il luogo diventa un deposito vivo, una superficie che restituisce storia e immaginario senza separarsi dall’esperienza.
What It Was To Be Me (Francesca Longo) lavora invece sull’archivio personale come materia instabile: un vecchio Nintendo, fotografie conservate male, errori dovuti al tempo e ai supporti. L’immagine domestica non garantisce più accesso al passato; al contrario, lo rende perturbante, dislocato. La voce fuori campo intreccia pensiero e frammenti di memoria, trasformando il recupero in un paesaggio mentale dove perdita e nostalgia non sono sentimento, ma struttura.
In chiusura, Suspension of belief (Cosimo Iannunzio) porta lo sguardo dentro un dispositivo percettivo urbano: Milano ripresa in infrarosso appare spogliata di colore, come un territorio operativo. Il suono intreccia rumori ordinari e frammenti audio legati alla guerra, producendo uno scarto continuo tra prossimità e distanza, tra empatia e anestesia. Non si tratta di un altrove: la violenza entra negli stessi canali attraverso cui passano musica, messaggi, abitudini, fino a confondersi con il rumore di fondo del presente.
Questa sequenza costruisce una traiettoria netta: dal postumano al psicologico, dal digitale al corale, dall’archivio intimo alla città come campo sensibile. Cartografie Liminali non offre un’unica direzione interpretativa: mette in tensione forme e registri, rende visibili le soglie e misura—nell’immagine in movimento—le condizioni contemporanee del vedere, del ricordare, dell’abitare.
Selezione nazionale di videoarte a cura di Alessandra Arnò
Cartografare oggi non significa descrivere un territorio in modo neutrale, ma riconoscere che ogni mappa è un dispositivo: seleziona, orienta, produce visioni e rimozioni. Cartografie Liminali riunisce opere che abitano soglie tra naturale e artificiale, memoria e simulazione, corpo e macchina, intimità e piattaforme, crisi e trasformazione. Dai paesaggi sonori e corali della Val Badia e dell’Elba alle architetture virtuali abitate da avatar, dalle narrazioni affidate all’IA alle ecologie postumane ricostruite in dati e pixel, fino alla città di Milano osservata come campo di sorveglianza e alla guerra che invade il rumore di fondo del presente: il “luogo” diventa materia politica, percettiva ed emotiva.
La selezione restituisce pratiche che non si limitano a rappresentare, ma costruiscono condizioni di visione, spostano il punto di vista su una mappa critica del presente: non per chiudere un discorso, ma per tenere aperte le contraddizioni, rendere visibili le soglie e misurare — nell’immagine in movimento — ciò che oggi ci attraversa.
Citron/Lunardi - Kingdom Plantae - 4'03", 2025
Lorenzo Papanti - Costretto nel parziale, abito la mia contraddizione - 3'12", 2025
Nicola Bertoglio - You hurt me - 1'44", 2025
Marco Gentilini & Veronica Orrù - Inevitabile - 3'00", 2025
Plurale (Leonardo Avesani/ Chiara Ventura) - Gesto 7 - 17'11", 2025
Atefeh Khas - Happy Holidays - 2'42", 2025
Massimiliano Marianni - Normal Litio - 11', 2025
Gianni Barelli - Il Paesaggio non è innocente - 8'42", 2025
Francesca Longo - What It Was To Be Me - 5'27", 2025
Cosimo Iannunzio - Suspension of belief - 7'13", 2025
La visione si apre con Kingdom Plantae (Citron/Lunardi), speculazione visiva che immagina un dopo: un ecosistema ibrido, ricostruito in dati e pixel, dove la natura sopravvive come simulacro luminescente sostenuto da un generatore. Non è una fantascienza decorativa: è un paesaggio in cui la biodiversità appare già tecnicamente segnata, e ogni forma di vita sembra portare addosso la memoria dell’antropizzazione.
A questo scenario risponde, per contrasto interno, Costretto nel parziale, abito la mia contraddizione (Lorenzo Papanti): figure evocate dall’immaginario pittorico restano imprigionate in uno spazio liminale continuo, in cui ogni tentativo di superamento ricade in una nuova immobilità. La contraddizione non si risolve, si abita; la tensione tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere diventa forma, ritmo, sospensione.
Con You hurt me (Nicola Bettoglio) la soglia si sposta nell’intimità: due avatar dialogano in chat dentro un giardino virtuale, mentre si avverte un livello ulteriore—un’entità che digita, che orchestra, che possiede la scena. Corpi trasformati in immagini operative, ambienti costruiti come set navigabili, una relazione che torna come spazio progettato: il sentimento si deposita dentro l’infrastruttura, e l’infrastruttura entra nel sentimento.
Inevitabile (Marco Gentilini & Veronica Orrù) prosegue questo slittamento del punto di vista affidando a un’intelligenza artificiale la narrazione dell’albero del Ténéré, come se fosse una specie capace di vedere oltre il nostro antropocentrismo. Ma proprio nel tentativo di produrre distanza affiora l’impossibilità di un racconto neutrale: ciò che torna è un filtro, una traduzione, un’immagine sempre già segnata dalle condizioni della sua generazione.
Con Gesto 7 (Plurale – Leonardo Avesani / Chiara Ventura) la percezione cambia registro: il paesaggio non viene “mostrato”, viene composto come organismo sonoro e corale. Voci sintetizzate delle montagne ladine, field recording, oggetti trovati, fischi effimeri, interviste, samples e frammenti di coro e musicisti locali generano un racconto sensibile della Val Badia come appartenenza e continuità transgenerazionale. Qui il luogo emerge come relazione: non uno sfondo, ma una presenza stratificata che vibra di comunità.
In questo flusso si inserisce Happy Holidays (Atefeh Khas) come interruzione: un titolo che suona augurale e insieme straniante, capace di aprire un controtempo dentro la sequenza, come se la festa—o la promessa del paradiso—diventasse superficie fragile, ambigua che resta fuori campo. È una soglia sottile ma incisiva: un varco che sposta l’attenzione dal reale al racconto sacro.
Normal Litio (Massimiliano Marianni) riporta la traiettoria nell’interiorità, facendone un paesaggio narrativo. Il film nasce da una stasi creativa ed emotiva che assume forma di prigione mentale; il percorso si sviluppa come ricerca di una casa interiore, fino al confronto con il lato oscuro che trattiene nell’apatia. Il racconto non chiude i simboli (donna, uovo, cavallo): li lascia agire come elementi di un’opera aperta, dove la catarsi non è soluzione ma attraversamento.
Con Il Paesaggio non è innocente (Gianni Barelli) la dimensione territoriale torna in primo piano, ma come attivazione: la terra elbana emerge attraverso l’attraversamento del corpo e la capacità del paesaggio di produrre narrazione nel presente. Il mito e l’archetipo non funzionano come fuga, ma come livelli che affiorano mentre si cammina: il luogo diventa un deposito vivo, una superficie che restituisce storia e immaginario senza separarsi dall’esperienza.
What It Was To Be Me (Francesca Longo) lavora invece sull’archivio personale come materia instabile: un vecchio Nintendo, fotografie conservate male, errori dovuti al tempo e ai supporti. L’immagine domestica non garantisce più accesso al passato; al contrario, lo rende perturbante, dislocato. La voce fuori campo intreccia pensiero e frammenti di memoria, trasformando il recupero in un paesaggio mentale dove perdita e nostalgia non sono sentimento, ma struttura.
In chiusura, Suspension of belief (Cosimo Iannunzio) porta lo sguardo dentro un dispositivo percettivo urbano: Milano ripresa in infrarosso appare spogliata di colore, come un territorio operativo. Il suono intreccia rumori ordinari e frammenti audio legati alla guerra, producendo uno scarto continuo tra prossimità e distanza, tra empatia e anestesia. Non si tratta di un altrove: la violenza entra negli stessi canali attraverso cui passano musica, messaggi, abitudini, fino a confondersi con il rumore di fondo del presente.
Questa sequenza costruisce una traiettoria netta: dal postumano al psicologico, dal digitale al corale, dall’archivio intimo alla città come campo sensibile. Cartografie Liminali non offre un’unica direzione interpretativa: mette in tensione forme e registri, rende visibili le soglie e misura—nell’immagine in movimento—le condizioni contemporanee del vedere, del ricordare, dell’abitare.
21
marzo 2026
PANORAMICA*25 // Cartografie Liminali
Dal 21 al 27 marzo 2026
arte contemporanea
Location
VISUALCONTAINER[.BOX]
Milano, Via Gian Battista Passerini, 18, (MI)
Milano, Via Gian Battista Passerini, 18, (MI)
Orario di apertura
Apertura al pubblico Venerdì e Sabato dalle 18 alle 20.30 e su appuntamento
Vernissage
21 Marzo 2026, 18 - 21
Sito web
Autore
Curatore


