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Paul Pretzer – I’m still standing / Between gesture and digital code
Il 22 gennaio A PICK GALLERY presenta due mostre: I’m still standing, personale di Paul Pretzer e la collettiva Between gesture and digital code con opere di Michael Conrdas, Riccardo Dapino, Sven Drühl, Antonio Gómez Bueno, Fukushi Ito e Spazio Pirotecnico (Bohdo, Paula Daher, Francesca Lopetuso).
Comunicato stampa
Segnala l'evento
Il 22 gennaio alle ore 19:30, A PICK GALLERY, in via Galliari 15/C, presenta due mostre: I’m still standing, personale di Paul Pretzer e la collettiva Between gesture and digital code con opere di Michael Conrdas, Riccardo Dapino, Sven Drühl, Antonio Gómez Bueno, Fukushi Ito e Spazio Pirotecnico (BohDo, Paula Daher, Francesca Lopetuso).
I’m still standing
Paul Pretzer (Paide, Estonia, 1981) affronta il genere della natura morta trasformandolo in un teatro dell’assurdo, dove l’equilibrio formale convive con il disordine dell’esistenza. Le sue tele mettono in scena oggetti, creature ibride e situazioni apparentemente statiche che, a uno sguardo più attento rivelano tensioni latenti, umorismo nero e una sottile tragicommedia.
Le opere di Pretzer evocano mondi fantastici popolati da chimere e figure enigmatiche, sospese tra il grottesco e il fiabesco. L’assurdo, la sfortuna e l’imprevisto diventano elementi narrativi centrali, richiamando tanto l’immaginario visionario di Hieronymus Bosch quanto la commedia nera di Tim Burton o il surrealismo di Dalí. Anche quando il soggetto sembra appartenere alla tradizione della natura morta, gli oggetti si deformano, mutano funzione e identità, perdendo la loro neutralità per caricarsi di significati ambigui.
Per Pretzer il contenuto segue la forma: è attraverso una composizione rigorosa, un uso controllato della luce e una raffinata tecnica pittorica che emergono soggetti strani e difficilmente decifrabili. Oggetti di uso quotidiano o completamente inventati convivono in un equilibrio precario, suggerendo storie che sfuggono a una lettura univoca, dove il confine tra ironia e tragedia è labile.
Con I’m Still Standing, Pretzer dialoga apertamente con la storia dell’arte, citando i grandi maestri e al tempo stesso mettendone in discussione le convenzioni. L’introduzione del grottesco, della farsa e della tragicommedia sovverte l’idea di serietà tradizionalmente associata alla pittura e, in particolare, alla natura morta, restituendole una vitalità disturbante e profondamente contemporanea.
Questa capacità di coniugare virtuosismo tecnico, immaginazione e una critica sottile alle dinamiche della vita e dell’arte rende il lavoro di Paul Pretzer immediatamente riconoscibile e spiega l’attenzione crescente che la sua ricerca ha già suscitato nel panorama artistico e collezionistico nazionale e internazionale.
Between gesture and digital code
La collettiva esplora il rapporto tra segno, gesto manuale, tradizione artigiana e linguaggi tecnologici/digitali. Il progetto mette in dialogo pratiche artistiche che fondono la dimensione fisica del fare - il gesto, la materia, l’artigianato - con le possibilità offerte dal codice digitale, dall’intelligenza artificiale e dalle tecnologie contemporanee. Le opere in mostra indagano come la tradizione artistica e le tecniche manuali si trasformano e si intrecciano con strumenti digitali, algoritmi, processi computazionali e nuove forme di immaginazione visiva.
Il titolo suggerisce una tensione dinamica tra ciò che è tattile, intuitivo, corporeo e ciò che è sintattico, logico e digitale: uno spazio in cui gesto e codice non si escludono ma si influenzano, dando forma a nuove estetiche e modalità di percezione.
La collettiva riunisce artisti con percorsi e linguaggi differenti, accomunati dall’interesse per la relazione tra arte, gesto e tecnica. Pittura, disegno e scultura si manifestano come un linguaggio capace di assorbire e reinterpretare le logiche tecnologiche, senza rinunciare alla propria fisicità, su un terreno di confronto contemporaneo tra manualità e codice, percezione sensibile e costruzione artificiale, immagine dipinta e visione tecnologica.
La pittura di Michael Conrads (Grevenbroich, Germania, 1977) nasce da una struttura rigorosa: una griglia iniziale che funge da matrice quasi algoritmica, attraverso cui l’artista costruisce illusioni di profondità e prospettive instabili. Questo dispositivo ordinatore non è mai visibile come semplice schema, ma agisce come principio sotteso, capace di guidare la composizione e di attivare una complessa dinamica percettiva. Forme geometriche, monocrome o cromatiche, si ripetono, si sovrappongono e si modulano sollecitando lo sguardo dello spettatore. Pur restando ancorata alla tradizione del medium pittorico, la sua ricerca dialoga apertamente con le logiche dei sistemi digitali. Figure geometriche nette e la sovrapposizione di diversi materiali si fondono creando paesaggi astratti e illusioni spaziali. Una cifra tematica fondamentale della sua opera è la compenetrazione tra due mondi differenti, quello astratto geometrico e quello paesaggistico, che evocano nello spettatore un’esperienza del tutto unica.
La ricerca di Riccardo Dapino (Torino, 1982) si concentra sul disegno con strumenti tradizionali come grafite, pigmenti, pastelli e matite colorate, sperimentando supporti come la cartea, il marmo e il travertino. Nel suo lavoro ciò che nasce da un gesto lento e manuale si presenta allo sguardo come un’immagine nitida, compatta, quasi artificiale, al punto da evocare l’estetica della stampa o dell’elaborazione digitale. I soggetti, tratti dal mondo naturale, vengono ingranditi fino a perdere ogni riferimento immediato della loro origine. Funghi e strutture organiche si trasformano in superfici astratte e iperdefinite che sembrano il risultato di un processo tecnologico più che di un lavoro a mano. L’osservatore è così spinto a interrogarsi su ciò che vede, a ricostruire mentalmente l’immagine attingendo al proprio archivio visivo e alla memoria, in un processo di riconoscimento lento e meditativo.
Sven Drühl (Nassau, Germania, 1968) affronta il genere del paesaggio partendo dai fondali vettoriali dei videogiochi e delle simulazioni digitali. La sua pratica si colloca in un territorio ibrido, in cui la tradizione pittorica del paesaggio si confronta con le immagini generate per ambienti virtuali, mettendo in tensione natura, artificio e memoria visiva. Le sue tele evocano una natura apparentemente incontaminata e sorprendentemente familiare, che sembra attingere a un immaginario collettivo sedimentato. Tuttavia, questi paesaggi non derivano mai dall’osservazione diretta del reale. Attraverso un rigoroso processo pittorico, l’artista restituisce alla simulazione digitale una qualità contemplativa, rallentata, che appartiene storicamente alla pittura. Come nella realtà virtuale, i suoi scenari costruiscono spazi immersivi che appaiono paradossalmente più intensi e “veri” della natura stessa, interrogando i concetti di autenticità, riproduzione e rappresentazione. In questo slittamento tra virtuale e pittorico, Drühl riflette sul modo in cui oggi immaginiamo il paesaggio: non più come esperienza diretta, ma come costruzione mediata da schermi, archivi digitali e memorie artificiali.
Il lavoro di Antonio Gómez Bueno (Cantabria, Spagna, 1964) si forma all’interno delle sottoculture del surf, dello skate e dello ska, ambienti in cui il gesto, la velocità e l’immagine seriale convivono naturalmente. Entrato in contatto con la street art ha sperimentato interventi diretti nello spazio pubblico, unendo azione performativa, comunicazione visiva e ironia politica. Al centro della sua ricerca rimane il segno: un tratto gestuale, fluido e istintivo che, pur nascendo dal disegno manuale e dall’illustrazione, assume una qualità sorprendentemente affine al linguaggio digitale. Le sue immagini sembrano spesso generate o moltiplicate da processi grafici contemporanei, pur mantenendo una forte componente fisica e artigianale. In questo continuo scambio tra gesto analogico e immaginario digitale, la sua opera costruisce un linguaggio ibrido, capace di connettere culture visive del passato e del presente, trasformando il disegno in uno spazio di attraversamento tra manualità e tecnologia.
La ricerca di Fukushi Ito (Nagoya, Giappone, 1952) si fonda sul concetto di ricomposizione e sulla trasformazione dell’immagine attraverso processi digitali. Le sue opere nascono al computer, dove frammenti visivi, fotografie, segni e geometrie vengono elaborati, sovrapposti e trasformati in composizioni complesse e instabili. La luce, i neon, i light box e le superfici trasparenti dialogano con immagini generate digitalmente, creando strutture ibride in cui memoria, percezione e tecnologia si intrecciano. In questo processo l’immagine non è mai fissa, ma appare come un organismo in continua evoluzione, che invita lo spettatore a confrontarsi con una realtà visiva fluida, aperta e sempre in divenire. Il suo lavoro si sviluppa così interamente attraverso l’uso del computer, trasformando il linguaggio digitale in materia poetica e visiva.
Gli artisti di Spazio Pirotecnico presentano una serie di opere in cui il disegno, il gesto e la materia si confrontano con la tridimensionalità, la tecnologia e la sperimentazione dei materiali. Le sculture di BohDo - realizzate da Piero Brarda (Torino, 1943) e Ditjan Muça (Peshkopi, Albania, 1993) - e quelle di Francesca Lopetuso (Roma, 1979) individuano nei disegni di Brarda elementi latenti, curve, punti, ombre, trasformandoli in volumi, strutture e forme che superano la bidimensionalità della carta. Ciò che nasce come segno manuale si evolve così in oggetto, scultura, spazio. Le installazioni trasformano lo spazio in un campo visivo dinamico, dove la ricerca tecnica si intreccia con immaginazione e gioco, dando forma a visioni sospese tra sogno e costruzione. Ad aggiungersi in questo dialogo Paula Daher (Mendoza, Argentina, 1990) presenta Ánimas, installazione interattiva che si costruisce su più livelli: una struttura tecnologica basata su programmazione, data science e sistemi elettrici, e una dimensione visivo-uditiva in cui la videoarte generativa traduce questi dati in forme, velocità e suoni. Ogni interazione modifica l’opera, rendendo visibile la relazione tra corpo e sistema, tra arte e algoritmo.
Le due mostre saranno visibili fino al 7 marzo 2026.
I’m still standing
Paul Pretzer (Paide, Estonia, 1981) affronta il genere della natura morta trasformandolo in un teatro dell’assurdo, dove l’equilibrio formale convive con il disordine dell’esistenza. Le sue tele mettono in scena oggetti, creature ibride e situazioni apparentemente statiche che, a uno sguardo più attento rivelano tensioni latenti, umorismo nero e una sottile tragicommedia.
Le opere di Pretzer evocano mondi fantastici popolati da chimere e figure enigmatiche, sospese tra il grottesco e il fiabesco. L’assurdo, la sfortuna e l’imprevisto diventano elementi narrativi centrali, richiamando tanto l’immaginario visionario di Hieronymus Bosch quanto la commedia nera di Tim Burton o il surrealismo di Dalí. Anche quando il soggetto sembra appartenere alla tradizione della natura morta, gli oggetti si deformano, mutano funzione e identità, perdendo la loro neutralità per caricarsi di significati ambigui.
Per Pretzer il contenuto segue la forma: è attraverso una composizione rigorosa, un uso controllato della luce e una raffinata tecnica pittorica che emergono soggetti strani e difficilmente decifrabili. Oggetti di uso quotidiano o completamente inventati convivono in un equilibrio precario, suggerendo storie che sfuggono a una lettura univoca, dove il confine tra ironia e tragedia è labile.
Con I’m Still Standing, Pretzer dialoga apertamente con la storia dell’arte, citando i grandi maestri e al tempo stesso mettendone in discussione le convenzioni. L’introduzione del grottesco, della farsa e della tragicommedia sovverte l’idea di serietà tradizionalmente associata alla pittura e, in particolare, alla natura morta, restituendole una vitalità disturbante e profondamente contemporanea.
Questa capacità di coniugare virtuosismo tecnico, immaginazione e una critica sottile alle dinamiche della vita e dell’arte rende il lavoro di Paul Pretzer immediatamente riconoscibile e spiega l’attenzione crescente che la sua ricerca ha già suscitato nel panorama artistico e collezionistico nazionale e internazionale.
Between gesture and digital code
La collettiva esplora il rapporto tra segno, gesto manuale, tradizione artigiana e linguaggi tecnologici/digitali. Il progetto mette in dialogo pratiche artistiche che fondono la dimensione fisica del fare - il gesto, la materia, l’artigianato - con le possibilità offerte dal codice digitale, dall’intelligenza artificiale e dalle tecnologie contemporanee. Le opere in mostra indagano come la tradizione artistica e le tecniche manuali si trasformano e si intrecciano con strumenti digitali, algoritmi, processi computazionali e nuove forme di immaginazione visiva.
Il titolo suggerisce una tensione dinamica tra ciò che è tattile, intuitivo, corporeo e ciò che è sintattico, logico e digitale: uno spazio in cui gesto e codice non si escludono ma si influenzano, dando forma a nuove estetiche e modalità di percezione.
La collettiva riunisce artisti con percorsi e linguaggi differenti, accomunati dall’interesse per la relazione tra arte, gesto e tecnica. Pittura, disegno e scultura si manifestano come un linguaggio capace di assorbire e reinterpretare le logiche tecnologiche, senza rinunciare alla propria fisicità, su un terreno di confronto contemporaneo tra manualità e codice, percezione sensibile e costruzione artificiale, immagine dipinta e visione tecnologica.
La pittura di Michael Conrads (Grevenbroich, Germania, 1977) nasce da una struttura rigorosa: una griglia iniziale che funge da matrice quasi algoritmica, attraverso cui l’artista costruisce illusioni di profondità e prospettive instabili. Questo dispositivo ordinatore non è mai visibile come semplice schema, ma agisce come principio sotteso, capace di guidare la composizione e di attivare una complessa dinamica percettiva. Forme geometriche, monocrome o cromatiche, si ripetono, si sovrappongono e si modulano sollecitando lo sguardo dello spettatore. Pur restando ancorata alla tradizione del medium pittorico, la sua ricerca dialoga apertamente con le logiche dei sistemi digitali. Figure geometriche nette e la sovrapposizione di diversi materiali si fondono creando paesaggi astratti e illusioni spaziali. Una cifra tematica fondamentale della sua opera è la compenetrazione tra due mondi differenti, quello astratto geometrico e quello paesaggistico, che evocano nello spettatore un’esperienza del tutto unica.
La ricerca di Riccardo Dapino (Torino, 1982) si concentra sul disegno con strumenti tradizionali come grafite, pigmenti, pastelli e matite colorate, sperimentando supporti come la cartea, il marmo e il travertino. Nel suo lavoro ciò che nasce da un gesto lento e manuale si presenta allo sguardo come un’immagine nitida, compatta, quasi artificiale, al punto da evocare l’estetica della stampa o dell’elaborazione digitale. I soggetti, tratti dal mondo naturale, vengono ingranditi fino a perdere ogni riferimento immediato della loro origine. Funghi e strutture organiche si trasformano in superfici astratte e iperdefinite che sembrano il risultato di un processo tecnologico più che di un lavoro a mano. L’osservatore è così spinto a interrogarsi su ciò che vede, a ricostruire mentalmente l’immagine attingendo al proprio archivio visivo e alla memoria, in un processo di riconoscimento lento e meditativo.
Sven Drühl (Nassau, Germania, 1968) affronta il genere del paesaggio partendo dai fondali vettoriali dei videogiochi e delle simulazioni digitali. La sua pratica si colloca in un territorio ibrido, in cui la tradizione pittorica del paesaggio si confronta con le immagini generate per ambienti virtuali, mettendo in tensione natura, artificio e memoria visiva. Le sue tele evocano una natura apparentemente incontaminata e sorprendentemente familiare, che sembra attingere a un immaginario collettivo sedimentato. Tuttavia, questi paesaggi non derivano mai dall’osservazione diretta del reale. Attraverso un rigoroso processo pittorico, l’artista restituisce alla simulazione digitale una qualità contemplativa, rallentata, che appartiene storicamente alla pittura. Come nella realtà virtuale, i suoi scenari costruiscono spazi immersivi che appaiono paradossalmente più intensi e “veri” della natura stessa, interrogando i concetti di autenticità, riproduzione e rappresentazione. In questo slittamento tra virtuale e pittorico, Drühl riflette sul modo in cui oggi immaginiamo il paesaggio: non più come esperienza diretta, ma come costruzione mediata da schermi, archivi digitali e memorie artificiali.
Il lavoro di Antonio Gómez Bueno (Cantabria, Spagna, 1964) si forma all’interno delle sottoculture del surf, dello skate e dello ska, ambienti in cui il gesto, la velocità e l’immagine seriale convivono naturalmente. Entrato in contatto con la street art ha sperimentato interventi diretti nello spazio pubblico, unendo azione performativa, comunicazione visiva e ironia politica. Al centro della sua ricerca rimane il segno: un tratto gestuale, fluido e istintivo che, pur nascendo dal disegno manuale e dall’illustrazione, assume una qualità sorprendentemente affine al linguaggio digitale. Le sue immagini sembrano spesso generate o moltiplicate da processi grafici contemporanei, pur mantenendo una forte componente fisica e artigianale. In questo continuo scambio tra gesto analogico e immaginario digitale, la sua opera costruisce un linguaggio ibrido, capace di connettere culture visive del passato e del presente, trasformando il disegno in uno spazio di attraversamento tra manualità e tecnologia.
La ricerca di Fukushi Ito (Nagoya, Giappone, 1952) si fonda sul concetto di ricomposizione e sulla trasformazione dell’immagine attraverso processi digitali. Le sue opere nascono al computer, dove frammenti visivi, fotografie, segni e geometrie vengono elaborati, sovrapposti e trasformati in composizioni complesse e instabili. La luce, i neon, i light box e le superfici trasparenti dialogano con immagini generate digitalmente, creando strutture ibride in cui memoria, percezione e tecnologia si intrecciano. In questo processo l’immagine non è mai fissa, ma appare come un organismo in continua evoluzione, che invita lo spettatore a confrontarsi con una realtà visiva fluida, aperta e sempre in divenire. Il suo lavoro si sviluppa così interamente attraverso l’uso del computer, trasformando il linguaggio digitale in materia poetica e visiva.
Gli artisti di Spazio Pirotecnico presentano una serie di opere in cui il disegno, il gesto e la materia si confrontano con la tridimensionalità, la tecnologia e la sperimentazione dei materiali. Le sculture di BohDo - realizzate da Piero Brarda (Torino, 1943) e Ditjan Muça (Peshkopi, Albania, 1993) - e quelle di Francesca Lopetuso (Roma, 1979) individuano nei disegni di Brarda elementi latenti, curve, punti, ombre, trasformandoli in volumi, strutture e forme che superano la bidimensionalità della carta. Ciò che nasce come segno manuale si evolve così in oggetto, scultura, spazio. Le installazioni trasformano lo spazio in un campo visivo dinamico, dove la ricerca tecnica si intreccia con immaginazione e gioco, dando forma a visioni sospese tra sogno e costruzione. Ad aggiungersi in questo dialogo Paula Daher (Mendoza, Argentina, 1990) presenta Ánimas, installazione interattiva che si costruisce su più livelli: una struttura tecnologica basata su programmazione, data science e sistemi elettrici, e una dimensione visivo-uditiva in cui la videoarte generativa traduce questi dati in forme, velocità e suoni. Ogni interazione modifica l’opera, rendendo visibile la relazione tra corpo e sistema, tra arte e algoritmo.
Le due mostre saranno visibili fino al 7 marzo 2026.
22
gennaio 2026
Paul Pretzer – I’m still standing / Between gesture and digital code
Dal 22 gennaio al 07 marzo 2026
arte contemporanea
Location
A PICK GALLERY
Torino, via Bernardino Galliari, 15/C, (Torino)
Torino, via Bernardino Galliari, 15/C, (Torino)
Orario di apertura
da martedì a sabato ore 15:30 -20
Vernissage
22 Gennaio 2026, ore 19:30
Sito web
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