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Sperequazione (part 3)
Sperequazione è una trilogia di mostre, affidate rispettivamente alla cura di Guido Molinari, Michela Arfiero e Daniela Lotta, che si succederanno nel nuovo spazio espositivo di neon>fdv di Milano che si affianca a neon>campobase di Bologna
Comunicato stampa
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Sperequazione è una trilogia di mostre, affidate rispettivamente alla cura di Guido Molinari, Michela Arfiero e Daniela Lotta, che si succederanno nel nuovo spazio espositivo di neon>fdv di Milano che si affianca a neon>campobase di Bologna, con una programmazione autonoma e tuttavia coordinata, mirando a stabilire una connessione e ad agevolare la circolazione di nuove energie dinamiche fra le due città.
Sperequazione, in quanto mancanza di un equo criterio distributivo, ci suggerisce come la ricerca artistica contemporanea abbia scelto la discontinuità estetica come punto di forza del proprio essere. Oggi ci troviamo in una situazione lontana dalla definizione di regole condivise, da canoni di equilibrio e di omogeneità. Naturalmente permane in risalto la capacità dell'artista di organizzare i fattori di discontinuità secondo proprie architetture. La sperequazione, la mancanza di un equo criterio distributivo, è amministrata con grande attenzione e gestita attraverso un controllo concettuale differente da artista ad artista.
Zone Sensibili
Le ricerche ottico-cinetiche degli anni sessanta, sostenitrici di un rigore formale di derivazione scientifica e di un approccio sistematico all’opera d’arte, sembrano oggi definitivamente assorbite in favore di una differente consapevolezza estetica, libera da condizionamenti imposti. L’ordine puntuale di certi dispositivi visivi rivolti a produrre un movimento simulato, e quindi a costruire l’illusione percettiva dello scorrere del tempo, risultano a distanza di anni poco efficaci. Seppur spinta da una volontà di rinnovamento, di superamento della stagione precedente governata dall’Informale, quella tensione al cambiamento portò la ricerca artistica verso un azzeramento totale e ad una successiva riconsiderazione della grammatica visiva scegliendo di ripartire dalle forme concrete appartenenti alla geometria semplice.
Ma, al di là di quelli che possono essere stati i limiti generati dall’immaturità dei tempi, quello che adesso interessa considerare è come questi artisti intuissero i segni di un vivere contemporaneo sempre più caratterizzato dalla onnicomprensiva presenza dei media: percepivano cioè l’invadenza crescente della tecnologia nella quotidianità di ognuno e l’impossibilità di evitarla.
Stefano Mandracchia e Simone Cesarini sembrano muovere da questo presupposto.
Senza ovviamente patire l’utopia pionieristica dei predecessori dimostrano, al contrario, una disinvoltura che è di fatto generazionale. Avviene dunque ora una personalizzazione dei codici e degli schemi propri del linguaggio tecnologico che attingere direttamente alle forme chiuse di matrice Optical ma riconsiderandole secondo una appropriazione del tutto individuale.
La scansione geometrica che regola Wall – la videoinstallazione allestita da Stefano Mandracchia su una delle pareti della galleria – sviluppa a partire da un rapporto autonomo con i mezzi di comunicazione; nel caso specifico con le onnipresenti immagini televisive. Il dinamismo ipnotico delle gradazioni cromatiche che si susseguono secondo un ritmicità fluida è infatti il risultato della scomposizione delle immagini prodotte dalla televisione di casa sua. L’artista non ha fatto altro che sistemare davanti allo schermo una struttura realizzata assemblando a mano delle fasce di cartoncino bianco dando forma così ad un reticolo di celle a sezione regolare i cui piani assorbono il riverbero della luce colorata amplificando l’effetto dei pixel.
In maniera omologa Simone Cesarini realizza due tele monocrome di dimensioni quasi cinematografiche sulle quali delimita due forme geometriche complementari.
L’ascendenza gestaltica del disegno è in questo progetto diretta conseguenza di un processo, il risultato di una attenta operazione manuale condotta dall’artista in prima persona. Quelle che sembrano essere figure impersonali, nate da una rigorosa applicazione tecnologica, sono invece la traccia di un gesto, l’accurata sottrazione di parti di tessuto effettuata separando la trama in segni orizzontali e verticali.
In definitiva, le soluzioni formali applicate dagli artisti manifestano sì una sofisticata introiezione degli schemi del Minimal ma appaiono adesso come zone sensibili individuali in sintonia con le possibilità offerte dalle contemporanee strategie mass-mediali di personalizzazione della comunicazione.
Sperequazione, in quanto mancanza di un equo criterio distributivo, ci suggerisce come la ricerca artistica contemporanea abbia scelto la discontinuità estetica come punto di forza del proprio essere. Oggi ci troviamo in una situazione lontana dalla definizione di regole condivise, da canoni di equilibrio e di omogeneità. Naturalmente permane in risalto la capacità dell'artista di organizzare i fattori di discontinuità secondo proprie architetture. La sperequazione, la mancanza di un equo criterio distributivo, è amministrata con grande attenzione e gestita attraverso un controllo concettuale differente da artista ad artista.
Zone Sensibili
Le ricerche ottico-cinetiche degli anni sessanta, sostenitrici di un rigore formale di derivazione scientifica e di un approccio sistematico all’opera d’arte, sembrano oggi definitivamente assorbite in favore di una differente consapevolezza estetica, libera da condizionamenti imposti. L’ordine puntuale di certi dispositivi visivi rivolti a produrre un movimento simulato, e quindi a costruire l’illusione percettiva dello scorrere del tempo, risultano a distanza di anni poco efficaci. Seppur spinta da una volontà di rinnovamento, di superamento della stagione precedente governata dall’Informale, quella tensione al cambiamento portò la ricerca artistica verso un azzeramento totale e ad una successiva riconsiderazione della grammatica visiva scegliendo di ripartire dalle forme concrete appartenenti alla geometria semplice.
Ma, al di là di quelli che possono essere stati i limiti generati dall’immaturità dei tempi, quello che adesso interessa considerare è come questi artisti intuissero i segni di un vivere contemporaneo sempre più caratterizzato dalla onnicomprensiva presenza dei media: percepivano cioè l’invadenza crescente della tecnologia nella quotidianità di ognuno e l’impossibilità di evitarla.
Stefano Mandracchia e Simone Cesarini sembrano muovere da questo presupposto.
Senza ovviamente patire l’utopia pionieristica dei predecessori dimostrano, al contrario, una disinvoltura che è di fatto generazionale. Avviene dunque ora una personalizzazione dei codici e degli schemi propri del linguaggio tecnologico che attingere direttamente alle forme chiuse di matrice Optical ma riconsiderandole secondo una appropriazione del tutto individuale.
La scansione geometrica che regola Wall – la videoinstallazione allestita da Stefano Mandracchia su una delle pareti della galleria – sviluppa a partire da un rapporto autonomo con i mezzi di comunicazione; nel caso specifico con le onnipresenti immagini televisive. Il dinamismo ipnotico delle gradazioni cromatiche che si susseguono secondo un ritmicità fluida è infatti il risultato della scomposizione delle immagini prodotte dalla televisione di casa sua. L’artista non ha fatto altro che sistemare davanti allo schermo una struttura realizzata assemblando a mano delle fasce di cartoncino bianco dando forma così ad un reticolo di celle a sezione regolare i cui piani assorbono il riverbero della luce colorata amplificando l’effetto dei pixel.
In maniera omologa Simone Cesarini realizza due tele monocrome di dimensioni quasi cinematografiche sulle quali delimita due forme geometriche complementari.
L’ascendenza gestaltica del disegno è in questo progetto diretta conseguenza di un processo, il risultato di una attenta operazione manuale condotta dall’artista in prima persona. Quelle che sembrano essere figure impersonali, nate da una rigorosa applicazione tecnologica, sono invece la traccia di un gesto, l’accurata sottrazione di parti di tessuto effettuata separando la trama in segni orizzontali e verticali.
In definitiva, le soluzioni formali applicate dagli artisti manifestano sì una sofisticata introiezione degli schemi del Minimal ma appaiono adesso come zone sensibili individuali in sintonia con le possibilità offerte dalle contemporanee strategie mass-mediali di personalizzazione della comunicazione.
21
febbraio 2006
Sperequazione (part 3)
Dal 21 febbraio al 18 marzo 2006
arte contemporanea
Location
NEON>FDV
Milano, Via Giulio Cesare Procaccini, 4, (Milano)
Milano, Via Giulio Cesare Procaccini, 4, (Milano)
Orario di apertura
da martedì a venerdì 15-19 o su appuntamento
Vernissage
21 Febbraio 2006, ore 18
Autore
Curatore


