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Susanne Kutter. Enough of me
Susanne Kutter indaga la tensione tra desiderio di controllo e possibilità della sua perdita, mettendo in discussione una visione antropocentrica e dominante della realtà. L’artista esplora il momento della frattura, quando un equilibrio si spezza e genera un nuovo ordine.
Comunicato stampa
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Il lavoro di Susanne Kutter si sviluppa in un campo di forze dove il desiderio di controllo e la possibilità della sua perdita si incontrano costantemente.
In un contesto segnato da una diffusa instabilità, il controllo tende a imporsi come strategia preventiva. Ma, come già intuiva Ulrich Beck in Risk Society, il tentativo di controllare l’incertezza finisce per produrre nuovi rischi, spesso più difficili da prevedere e da governare. È all’interno di questa riflessione che il lavoro di Susanne Kutter prende forma, mettendo in discussione la visione antropocentrica e tipicamente occidentale del dominio sulla natura e sulla complessità dell’esistenza. Le fratture che attraversano il presente rendono evidenti i limiti e l’insostenibilità di questa visione. Da qui, secondo Kutter, uno stato diffuso di affaticamento, accompagnato dall’incapacità di accettare la simultaneità degli opposti — ordine e caos, natura e cultura, accettazione e dissenso — come condizione inevitabile.
Attraverso diversi linguaggi e tecniche, Susanne Kutter esplora e rappresenta proprio il momento della frattura, l’istante in cui l’equilibrio si spezza e un nuovo ordine emerge senza possibilità di ritorno.
Un ulteriore livello della produzione di Susanne Kutter riguarda le modalità di percezione delle sue opere. L’artista affronta uno stesso tema attraverso media differenti — video, fotografia, scultura, installazione — attivando ogni volta esperienze di fruizione diverse: il video costruisce una narrazione che si sviluppa nel tempo, l’immagine fotografica la sospende e la apre all’immaginazione, mentre la scultura coinvolge il corpo in una relazione diretta con lo spazio. Questo slittamento tra linguaggi non risponde a una logica formale, ma a una precisa posizione concettuale: i diversi media non competono tra loro, ma coesistono, rendendo percepibili diverse articolazioni della stessa indagine. Dal neon al tessuto, dall’installazione al video, dalla fotografia alla scultura: il nucleo del lavoro rimane, ma cambia il modo in cui si manifesta e viene percepito, aprendo ogni volta nuove possibilità di lettura.
Per la sua terza personale in galleria, Susanne Kutter ha realizzato Like a soft blanket over my eyes. Variation III (2026), installazione site-specific da cui emerge una forza latente, che l'artista coglie sotto una superficie illusoria, luccicante e stabile. Lo zucchero, elemento naturale, puro e candido, allo stesso tempo mutevole e ambivalente, entra in dialogo e in conflitto con gli altri materiali: la luce rassicurante di un grande lampadario, che riunisce simbolicamente fuoco e acqua, e la plastica, dura e artificiale, emblema di un ordine imposto. Da questa compresenza nasce una sensazione di precarietà, che emerge proprio nel momento in cui l’apparenza sembra più solida.
In dialogo con l’installazione, sculture realizzate con frammenti di oggetti quotidiani — bicchieri, statuette, brocche — indagano la dimensione delle relazioni familiari: riti, abitudini, gesti che si ripetono, tra equilibri precari e tensioni sottili. Kutter ne incrina la continuità, aprendo alla possibilità che questi oggetti trovino una nuova posizione nel mondo delle cose.
A queste si affiancano due nuove scritte al neon, Enough of me (2026) e I promise/ after this/ honestly/I shall do better, I will (2026), dal tratto preciso e ipnotico, in cui il linguaggio si manifesta come segno luminoso e processo tecnico, attraversato dalla presenza fisica del gas e dalla sua trasformazione chimica. Sono inoltre presenti testi ricamati su canovacci da cucina, dove la parola prende forma attraverso la manualità e il gesto ripetuto del cucire. L’intervento, che avvenga a mano o a macchina, interrompe la trama regolare dell’oggetto domestico, lo disordina e lo trasforma, affidandogli un nuovo messaggio da portare. In questo dialogo tra tecnica e dimensione manuale, tra luce e materiali organici, il gesto artistico è il luogo in cui controllo e perdita di controllo si confrontano.
In un contesto segnato da una diffusa instabilità, il controllo tende a imporsi come strategia preventiva. Ma, come già intuiva Ulrich Beck in Risk Society, il tentativo di controllare l’incertezza finisce per produrre nuovi rischi, spesso più difficili da prevedere e da governare. È all’interno di questa riflessione che il lavoro di Susanne Kutter prende forma, mettendo in discussione la visione antropocentrica e tipicamente occidentale del dominio sulla natura e sulla complessità dell’esistenza. Le fratture che attraversano il presente rendono evidenti i limiti e l’insostenibilità di questa visione. Da qui, secondo Kutter, uno stato diffuso di affaticamento, accompagnato dall’incapacità di accettare la simultaneità degli opposti — ordine e caos, natura e cultura, accettazione e dissenso — come condizione inevitabile.
Attraverso diversi linguaggi e tecniche, Susanne Kutter esplora e rappresenta proprio il momento della frattura, l’istante in cui l’equilibrio si spezza e un nuovo ordine emerge senza possibilità di ritorno.
Un ulteriore livello della produzione di Susanne Kutter riguarda le modalità di percezione delle sue opere. L’artista affronta uno stesso tema attraverso media differenti — video, fotografia, scultura, installazione — attivando ogni volta esperienze di fruizione diverse: il video costruisce una narrazione che si sviluppa nel tempo, l’immagine fotografica la sospende e la apre all’immaginazione, mentre la scultura coinvolge il corpo in una relazione diretta con lo spazio. Questo slittamento tra linguaggi non risponde a una logica formale, ma a una precisa posizione concettuale: i diversi media non competono tra loro, ma coesistono, rendendo percepibili diverse articolazioni della stessa indagine. Dal neon al tessuto, dall’installazione al video, dalla fotografia alla scultura: il nucleo del lavoro rimane, ma cambia il modo in cui si manifesta e viene percepito, aprendo ogni volta nuove possibilità di lettura.
Per la sua terza personale in galleria, Susanne Kutter ha realizzato Like a soft blanket over my eyes. Variation III (2026), installazione site-specific da cui emerge una forza latente, che l'artista coglie sotto una superficie illusoria, luccicante e stabile. Lo zucchero, elemento naturale, puro e candido, allo stesso tempo mutevole e ambivalente, entra in dialogo e in conflitto con gli altri materiali: la luce rassicurante di un grande lampadario, che riunisce simbolicamente fuoco e acqua, e la plastica, dura e artificiale, emblema di un ordine imposto. Da questa compresenza nasce una sensazione di precarietà, che emerge proprio nel momento in cui l’apparenza sembra più solida.
In dialogo con l’installazione, sculture realizzate con frammenti di oggetti quotidiani — bicchieri, statuette, brocche — indagano la dimensione delle relazioni familiari: riti, abitudini, gesti che si ripetono, tra equilibri precari e tensioni sottili. Kutter ne incrina la continuità, aprendo alla possibilità che questi oggetti trovino una nuova posizione nel mondo delle cose.
A queste si affiancano due nuove scritte al neon, Enough of me (2026) e I promise/ after this/ honestly/I shall do better, I will (2026), dal tratto preciso e ipnotico, in cui il linguaggio si manifesta come segno luminoso e processo tecnico, attraversato dalla presenza fisica del gas e dalla sua trasformazione chimica. Sono inoltre presenti testi ricamati su canovacci da cucina, dove la parola prende forma attraverso la manualità e il gesto ripetuto del cucire. L’intervento, che avvenga a mano o a macchina, interrompe la trama regolare dell’oggetto domestico, lo disordina e lo trasforma, affidandogli un nuovo messaggio da portare. In questo dialogo tra tecnica e dimensione manuale, tra luce e materiali organici, il gesto artistico è il luogo in cui controllo e perdita di controllo si confrontano.
12
marzo 2026
Susanne Kutter. Enough of me
Dal 12 marzo all'otto maggio 2026
arte contemporanea
Location
MAAB GALLERY – VIA NERINO
Milano, Via Nerino, 3, (Milano)
Milano, Via Nerino, 3, (Milano)
Orario di apertura
da lunedì a venerdì ore 10.30 - 18
Vernissage
12 Marzo 2026, ore 18
Sito web
Autore


