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Tomas Rajlich
La Fondazione Zappettini presenta uno dei protagonisti della Pittura Analitica degli Anni Settanta. Con le sue ultime opere, Tomas Rajlich continua la propria indagine sul colore e sulla luce, il proprio discorso mai interrotto sui fondamenti del dipingere e sul linguaggio dell’arte
Comunicato stampa
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TOMAS RAJLICH (1940) riceve la propria educazione artistica a Praga, alla Scuola di Arti Decorative e all’Accademia di Belle Arti. Si esercita come scultore e presto sceglie di operare in ambito geometrico. Nel 1968 co-fonda il “Klub konkretistů” – il corrispondente ceco di “Nul” o “Zero” – che gli guadagna fama internazionale. Un paio d’anni dopo il mondo dell’arte internazionale scopre il suo lavoro al Musée Rodin nella mostra collettiva “ScuIpture Tchécoslovaque”.
Nel 1969 Rajlich decide di lasciare la sua terra natale a causa dell’occupazione sovietica e si stabilisce in Olanda. Viene nominato professore alla Vrije Academie e riconosce la propria vocazione a diventare pittore. Messo in luce dalle gallerie Art&Project di Amsterdam e Yvon Lambert di Parigi, in poco tempo il suo lavoro è apprezzato su scala internazionale e Rajlich è invitato a partecipare a esposizioni fondanti quali “Elementaire Vormen” (1975), “Fracture du Monochrome aujourd’hui en Europe” (1978), “Bilder ohne Bilder” (1978) e, su tutte, “Fundamental Painting” (1975) allo StedeIijk Museum di Amsterdam.
Come evidenzia questa esposizione, le tele di Rajlich mostrano un insistito interesse verso il “fondamentale” della pittura, non diversamente dall’opera dei pittori minimal americani di quel momento. I suoi primi lavori sono contraddistinti da una visione industriale e una caratteristica modulare – il loro “marchio di fabbrica” è la griglia –, mentre i lavori maturi di Rajlich mostrano una più complessa elaborazione dell’idea chiave di come la pittura sia un’entità autoriflessiva. I suoi recenti monocromi esplorano la combinazione dell’impersonale e gesturale forza creatrice della luce; sono variazioni di intensità, luminosità e fattura della pittura, e tutto pur restando chiaramente pittura effettiva. La sensibilità dell’artista emana dalla delicata modulazione della pittura sulla tela, tuttavia l’enfasi è sul colore e sulla forza creatrice della luce che modifica eternamente la superficie dipinta. Imbeve queste tele di vita propria, che non cessa mai di stimolare la sensibilità dello spettatore. Sono dipinti che esaminano continuamente la pittura.
In Italia, l’opera di Rajlich è stata proposta in più occasioni dalle gallerie Françoise Lambert di Milano, LaCittà di Verona e Roberto Peccolo di Livorno, e la sua prima mostra antologica è stata presentata a Palazzo Martinengo di Brescia nel 1993. La sua patria adottiva, l’Olanda, ha premiato Rajlich nel 1994 con il prestigioso Ouborg Award alla carriera, e in quella occasione il Haags Gemeentemuseum ha ospitato una seconda retrospettiva, mentre una decina d’anni dopo, nel 2005, per celebrare il suo sessantacinquesimo compleanno, il museo ha allestito un’antologica dei lavori su carta dell’artista. Nella nativa Repubblica Ceca, il Dům umění města Brna di Brno ha proposto un’antologica nel 1998.
Opere di Rajlich sono inserite in numerose e celebri collezioni pubbliche di tutto il mondo e l’artista regolarmente riceve richieste di eseguire pitture monumentali; ad esempio, Rajlich ha creato sei tele di grande formato per la sala conferenze del Raad van State all’Aia e, di recente, una tela alta sei metri e una parete di vetro intagliato per l’Ambasciata d’Olanda in Ghana. Dal 1999 al 2002 Rajlich è stato artista in residenza al Centre Georges Pompidou di Parigi.
Vive e lavora all’Aia, in Olanda.
Claudia Rajlich
Parigi, 2007
*
LA MONOCROMIA, ANCHE
«Usiamo un titolo duchampiano, per rendere prima di tutto omaggio al padre dell’arte concettuale del Novecento: infatti è Duchamp che realizza la “riduzione” totale, che “azzera” tutta la tradizione, da cui poi è stato necessario “ricostruire”, ogni artista con i modi e i tempi che ha ritenuto opportuni, quindi anche quegli artisti, definiti negli anni Settanta del secolo scorso “analitici”, hanno un debito di riconoscenza per i dadaisti; in secondo luogo perché quell’“anche”, che non era diminutivo ne La sposa messa a nudo…, pure qui non sminuisce ma è rafforzativo del termine precedente, cioè del concetto di “monocromia”.
Rajlich, dagli anni Settanta pittore analitico, ha sempre operato con un colore prevalente sulla tela, verde, grigio, giallo, rosso, ed altri ancora, la sua “monocromia”, così, non è unicità ma “prevalenza di un colore”; infatti, questo non è “compatto”, non chiude tutti gli spazi della superficie, la quale, anzi, si lascia intravedere al di sotto della cromia. Così, negli anni precedenti l’artista si serviva di una “griglia”, di una “quadrettatura” che costituiva la base dell’opera, sulla quale, dopo il colore prevalente, l’artista faceva scorrere il pennello nervosamente quasi a cancellare, a “negare” quanto già espresso o a “liquidarlo” come finito, quindi a “lasciarlo andare”, avendo questi segni una forte caoticità ma anche una vettorialità che – aggiunta alla “quadrettatura” che a differenza della prospettiva non dà la proiezione di ciò che rappresenta, bensì resta rappresentativa di se stessa, come ha notato R. E. Krauss – impedisce di trovare soluzione all’opera, sia nella sua parte alta che in quella bassa, sia a sinistra che a destra.
Poi la griglia scompare, tuttavia la modalità di esecuzione fa sì, anche nelle opere più recenti, che possa cogliersi una composizione quasi “geometrica”, nel senso di allineamenti, serialità, ordine, infatti le pennellate lasciano una sorta di righe bianche che sezionano la totalità del colore e, inoltre, costruiscono una sorta di “elemento-base” che viene ripetuto orizzontalmente e verticalmente, senza eccessiva dirittezza delle linee e delle forme allineate, ma non annullando la geometrizzazione euclidea.
Eliminata la rigidità delle ortogonali, Rajlich per imprimere movimento alla luce e ai contenuti dell’opera non ha più bisogno di quelle pennellate “vettoriali”: la luce e le forme corrono e scorrono incessantemente, nonostante i bordi, ora, siano lasciati bianchi, come (improbabili) soglie, e resta un ritmo di indefinitezza, di illimitatezza, che è dello spazio e del tempo: una sorta di eracliteo “eterno fluire”.
In tal modo la pittura non evita i suoi aspetti lirici, poiché abbiamo il senso della memoria e del ricordo, dell’io che non trova mai un’identità precisa, divenendo sempre “altro da sé”, pur restando “io”.
I colori, che abbiamo definito prevalenti, non sono mai “secchi”, definiti, ma tendono alla sfumatura, a essere e non essere, a lasciare aperte tutte le possibilità percettive ed interpretative.
Prendiamo ad esempio il “rosso”, un colore amato dall’artista negli ultimi anni. Si tratta di rossi, per così dire, rosati o tendenti all’arancione, che evitano ogni possibilità di identificazione con il rosso tradizionale, il rosso sangue con tutte le sue varianti.
Al contrario i colori si offrono all’osservatore con toni nostalgici e quasi metafisici, che certamente non sono “tranquillizzanti” ma “virilmente” e consapevolmente rasserenanti».
Giorgio Bonomi
*
La Fondazione Zappettini si è costituita nel 2003 a Chiavari con lo scopo di assicurare la conservazione, la tutela e la valorizzazione dell’opera e del patrimonio artistico di Gianfranco Zappettini. Tra le principali finalità della Fondazione vi è quella di favorire una migliore conoscenza sia in Italia che all’estero, tramite la promozione di mostre antologiche, pubblicazioni d’arte e di iniziative di ricerca e di studio, dell’opera dell’artista.
La Fondazione ha sede in una villa liberty nel centro di Chiavari e ha in donazione un’imponente collezione di opere del maestro dagli anni ’70 a oggi. Nel maggio 2005, è stato inaugurata la seconda sede nel prestigioso spazio nella centralissima via Nerino a Milano, in un palazzo settecentesco a due passi da piazza Duomo. L’obiettivo è costituire il maggiore centro di studi sulle arti visive degli anni ’70, con particolare attenzione verso la “pittura analitica”. Questo centro di documentazione, oltre all’attività espositiva, garantisce un servizio aggiornato di informazione bibliografica, fotografica e audiovisiva e fornisce anche una consulenza specializzata, oltre che ai singoli studiosi, a redazioni di riviste e periodici, a case editrici e ad altre associazioni promotrici di mostre sia in Italia che all’estero. L’archivio della Fondazione e la sua collezione sono destinati a creare infine un vero e proprio museo, rappresentativo dei più significativi autori della pittura analitica, punto di riferimento internazionale di questo specifico settore.
Oltre ai cataloghi di tutte le esposizioni ad oggi allestite, la Fondazione Zappettini ha pubblicato anche “Gianfranco Zappettini – Blu”, primo volume della collana “Monografie”, e Gianfranco Zappettini – “Scritti teorici 1973 – 1999” , primo volume dei “Quaderni di arte contemporanea”. La Fondazione è dotata di personalità giuridica, concessa dalla Prefettura di Genova nell’agosto 2005.
Tra le mostre organizzate dalla Fondazione:
_Pittura 70. Pittura pittura e astrazione analitica (Chiavari, Fondazione Zappettini , 27 marzo – 2 maggio 2004; Gallarate, Museo Civico d’Arte Moderna, 10 ottobre 2004 – 2 gennaio 2005).
_Pittura 70 (Praga, Istituto Italiano di Cultura , 2 – 30 giugno 2005).
_Pittura 70 – then and now (Londra, Istituto Italiano di Cultura , 12 gennaio – 10 febbraio 2006).
_Oltre il monocromo (Chiavari, Fondazione Zappettini , 18 dicembre 2004 – 30 gennaio 2005).
_Supports/Surfaces. 4 artisti ieri e oggi. Dezeuze, Dolla, Saytour, Viallat (Milano, Fondazione Zappettini , 5 maggio – 31 luglio 2005; Chiavari, Fondazione Zappettini , 28 maggio – 31 luglio 2005).
_Consonanze – Claudio Olivieri con un’opera di Lucio Fontana (Milano, Fondazione Zappettini , 7 ottobre – 25 novembre).
_Nuova Generazione Astratta (Milano, Fondazione Zappettini , 1° dicembre 2005 – 22 gennaio 2006).
_Consonanze – Paolo Cotani con un’opera di Giulio Turcato (Milano, Fondazione Zappettini , 2 febbraio – 31 marzo 2006).
_L’immagine in/possibile (Milano, Fondazione Zappettini , 20 aprile – 30 giugno 2006).
_Sincretiche astrazioni (Chiavari, Fondazione Zappettini , 6 maggio – 31 luglio 2006).
_Vis-à-vis. Tea Giobbio&Patrizia Nuvolari (Chiavari, Fondazione Zappettini , 30 settembre – 3 novembre 2006)
_Maria Mulas (Milano, Fondazione Zappettini , 18 ottobre – 25 novembre 2006)
_ Enzo Cacciola (Chiavari, Fondazione Zappettini , 18 novembre 2006 – 6 gennaio 2007)
_Fil Blanc (Milano, Fondazione Zappettini , 14 dicembre 2006 – 20 gennaio 2007)
_Griffa-Pinelli (Milano, Fondazione Zappettini , 1 marzo – 2 aprile 2007)
_Gianni Asdrubali (Milano, Fondazione Zappettini , 9 maggio – 15 giugno 2007)
_Jürgen Knubben (Milano, Fondazione Zappettini , 20 settembre – 26 ottobre 2007)
Nel 1969 Rajlich decide di lasciare la sua terra natale a causa dell’occupazione sovietica e si stabilisce in Olanda. Viene nominato professore alla Vrije Academie e riconosce la propria vocazione a diventare pittore. Messo in luce dalle gallerie Art&Project di Amsterdam e Yvon Lambert di Parigi, in poco tempo il suo lavoro è apprezzato su scala internazionale e Rajlich è invitato a partecipare a esposizioni fondanti quali “Elementaire Vormen” (1975), “Fracture du Monochrome aujourd’hui en Europe” (1978), “Bilder ohne Bilder” (1978) e, su tutte, “Fundamental Painting” (1975) allo StedeIijk Museum di Amsterdam.
Come evidenzia questa esposizione, le tele di Rajlich mostrano un insistito interesse verso il “fondamentale” della pittura, non diversamente dall’opera dei pittori minimal americani di quel momento. I suoi primi lavori sono contraddistinti da una visione industriale e una caratteristica modulare – il loro “marchio di fabbrica” è la griglia –, mentre i lavori maturi di Rajlich mostrano una più complessa elaborazione dell’idea chiave di come la pittura sia un’entità autoriflessiva. I suoi recenti monocromi esplorano la combinazione dell’impersonale e gesturale forza creatrice della luce; sono variazioni di intensità, luminosità e fattura della pittura, e tutto pur restando chiaramente pittura effettiva. La sensibilità dell’artista emana dalla delicata modulazione della pittura sulla tela, tuttavia l’enfasi è sul colore e sulla forza creatrice della luce che modifica eternamente la superficie dipinta. Imbeve queste tele di vita propria, che non cessa mai di stimolare la sensibilità dello spettatore. Sono dipinti che esaminano continuamente la pittura.
In Italia, l’opera di Rajlich è stata proposta in più occasioni dalle gallerie Françoise Lambert di Milano, LaCittà di Verona e Roberto Peccolo di Livorno, e la sua prima mostra antologica è stata presentata a Palazzo Martinengo di Brescia nel 1993. La sua patria adottiva, l’Olanda, ha premiato Rajlich nel 1994 con il prestigioso Ouborg Award alla carriera, e in quella occasione il Haags Gemeentemuseum ha ospitato una seconda retrospettiva, mentre una decina d’anni dopo, nel 2005, per celebrare il suo sessantacinquesimo compleanno, il museo ha allestito un’antologica dei lavori su carta dell’artista. Nella nativa Repubblica Ceca, il Dům umění města Brna di Brno ha proposto un’antologica nel 1998.
Opere di Rajlich sono inserite in numerose e celebri collezioni pubbliche di tutto il mondo e l’artista regolarmente riceve richieste di eseguire pitture monumentali; ad esempio, Rajlich ha creato sei tele di grande formato per la sala conferenze del Raad van State all’Aia e, di recente, una tela alta sei metri e una parete di vetro intagliato per l’Ambasciata d’Olanda in Ghana. Dal 1999 al 2002 Rajlich è stato artista in residenza al Centre Georges Pompidou di Parigi.
Vive e lavora all’Aia, in Olanda.
Claudia Rajlich
Parigi, 2007
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LA MONOCROMIA, ANCHE
«Usiamo un titolo duchampiano, per rendere prima di tutto omaggio al padre dell’arte concettuale del Novecento: infatti è Duchamp che realizza la “riduzione” totale, che “azzera” tutta la tradizione, da cui poi è stato necessario “ricostruire”, ogni artista con i modi e i tempi che ha ritenuto opportuni, quindi anche quegli artisti, definiti negli anni Settanta del secolo scorso “analitici”, hanno un debito di riconoscenza per i dadaisti; in secondo luogo perché quell’“anche”, che non era diminutivo ne La sposa messa a nudo…, pure qui non sminuisce ma è rafforzativo del termine precedente, cioè del concetto di “monocromia”.
Rajlich, dagli anni Settanta pittore analitico, ha sempre operato con un colore prevalente sulla tela, verde, grigio, giallo, rosso, ed altri ancora, la sua “monocromia”, così, non è unicità ma “prevalenza di un colore”; infatti, questo non è “compatto”, non chiude tutti gli spazi della superficie, la quale, anzi, si lascia intravedere al di sotto della cromia. Così, negli anni precedenti l’artista si serviva di una “griglia”, di una “quadrettatura” che costituiva la base dell’opera, sulla quale, dopo il colore prevalente, l’artista faceva scorrere il pennello nervosamente quasi a cancellare, a “negare” quanto già espresso o a “liquidarlo” come finito, quindi a “lasciarlo andare”, avendo questi segni una forte caoticità ma anche una vettorialità che – aggiunta alla “quadrettatura” che a differenza della prospettiva non dà la proiezione di ciò che rappresenta, bensì resta rappresentativa di se stessa, come ha notato R. E. Krauss – impedisce di trovare soluzione all’opera, sia nella sua parte alta che in quella bassa, sia a sinistra che a destra.
Poi la griglia scompare, tuttavia la modalità di esecuzione fa sì, anche nelle opere più recenti, che possa cogliersi una composizione quasi “geometrica”, nel senso di allineamenti, serialità, ordine, infatti le pennellate lasciano una sorta di righe bianche che sezionano la totalità del colore e, inoltre, costruiscono una sorta di “elemento-base” che viene ripetuto orizzontalmente e verticalmente, senza eccessiva dirittezza delle linee e delle forme allineate, ma non annullando la geometrizzazione euclidea.
Eliminata la rigidità delle ortogonali, Rajlich per imprimere movimento alla luce e ai contenuti dell’opera non ha più bisogno di quelle pennellate “vettoriali”: la luce e le forme corrono e scorrono incessantemente, nonostante i bordi, ora, siano lasciati bianchi, come (improbabili) soglie, e resta un ritmo di indefinitezza, di illimitatezza, che è dello spazio e del tempo: una sorta di eracliteo “eterno fluire”.
In tal modo la pittura non evita i suoi aspetti lirici, poiché abbiamo il senso della memoria e del ricordo, dell’io che non trova mai un’identità precisa, divenendo sempre “altro da sé”, pur restando “io”.
I colori, che abbiamo definito prevalenti, non sono mai “secchi”, definiti, ma tendono alla sfumatura, a essere e non essere, a lasciare aperte tutte le possibilità percettive ed interpretative.
Prendiamo ad esempio il “rosso”, un colore amato dall’artista negli ultimi anni. Si tratta di rossi, per così dire, rosati o tendenti all’arancione, che evitano ogni possibilità di identificazione con il rosso tradizionale, il rosso sangue con tutte le sue varianti.
Al contrario i colori si offrono all’osservatore con toni nostalgici e quasi metafisici, che certamente non sono “tranquillizzanti” ma “virilmente” e consapevolmente rasserenanti».
Giorgio Bonomi
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La Fondazione Zappettini si è costituita nel 2003 a Chiavari con lo scopo di assicurare la conservazione, la tutela e la valorizzazione dell’opera e del patrimonio artistico di Gianfranco Zappettini. Tra le principali finalità della Fondazione vi è quella di favorire una migliore conoscenza sia in Italia che all’estero, tramite la promozione di mostre antologiche, pubblicazioni d’arte e di iniziative di ricerca e di studio, dell’opera dell’artista.
La Fondazione ha sede in una villa liberty nel centro di Chiavari e ha in donazione un’imponente collezione di opere del maestro dagli anni ’70 a oggi. Nel maggio 2005, è stato inaugurata la seconda sede nel prestigioso spazio nella centralissima via Nerino a Milano, in un palazzo settecentesco a due passi da piazza Duomo. L’obiettivo è costituire il maggiore centro di studi sulle arti visive degli anni ’70, con particolare attenzione verso la “pittura analitica”. Questo centro di documentazione, oltre all’attività espositiva, garantisce un servizio aggiornato di informazione bibliografica, fotografica e audiovisiva e fornisce anche una consulenza specializzata, oltre che ai singoli studiosi, a redazioni di riviste e periodici, a case editrici e ad altre associazioni promotrici di mostre sia in Italia che all’estero. L’archivio della Fondazione e la sua collezione sono destinati a creare infine un vero e proprio museo, rappresentativo dei più significativi autori della pittura analitica, punto di riferimento internazionale di questo specifico settore.
Oltre ai cataloghi di tutte le esposizioni ad oggi allestite, la Fondazione Zappettini ha pubblicato anche “Gianfranco Zappettini – Blu”, primo volume della collana “Monografie”, e Gianfranco Zappettini – “Scritti teorici 1973 – 1999” , primo volume dei “Quaderni di arte contemporanea”. La Fondazione è dotata di personalità giuridica, concessa dalla Prefettura di Genova nell’agosto 2005.
Tra le mostre organizzate dalla Fondazione:
_Pittura 70. Pittura pittura e astrazione analitica (Chiavari, Fondazione Zappettini , 27 marzo – 2 maggio 2004; Gallarate, Museo Civico d’Arte Moderna, 10 ottobre 2004 – 2 gennaio 2005).
_Pittura 70 (Praga, Istituto Italiano di Cultura , 2 – 30 giugno 2005).
_Pittura 70 – then and now (Londra, Istituto Italiano di Cultura , 12 gennaio – 10 febbraio 2006).
_Oltre il monocromo (Chiavari, Fondazione Zappettini , 18 dicembre 2004 – 30 gennaio 2005).
_Supports/Surfaces. 4 artisti ieri e oggi. Dezeuze, Dolla, Saytour, Viallat (Milano, Fondazione Zappettini , 5 maggio – 31 luglio 2005; Chiavari, Fondazione Zappettini , 28 maggio – 31 luglio 2005).
_Consonanze – Claudio Olivieri con un’opera di Lucio Fontana (Milano, Fondazione Zappettini , 7 ottobre – 25 novembre).
_Nuova Generazione Astratta (Milano, Fondazione Zappettini , 1° dicembre 2005 – 22 gennaio 2006).
_Consonanze – Paolo Cotani con un’opera di Giulio Turcato (Milano, Fondazione Zappettini , 2 febbraio – 31 marzo 2006).
_L’immagine in/possibile (Milano, Fondazione Zappettini , 20 aprile – 30 giugno 2006).
_Sincretiche astrazioni (Chiavari, Fondazione Zappettini , 6 maggio – 31 luglio 2006).
_Vis-à-vis. Tea Giobbio&Patrizia Nuvolari (Chiavari, Fondazione Zappettini , 30 settembre – 3 novembre 2006)
_Maria Mulas (Milano, Fondazione Zappettini , 18 ottobre – 25 novembre 2006)
_ Enzo Cacciola (Chiavari, Fondazione Zappettini , 18 novembre 2006 – 6 gennaio 2007)
_Fil Blanc (Milano, Fondazione Zappettini , 14 dicembre 2006 – 20 gennaio 2007)
_Griffa-Pinelli (Milano, Fondazione Zappettini , 1 marzo – 2 aprile 2007)
_Gianni Asdrubali (Milano, Fondazione Zappettini , 9 maggio – 15 giugno 2007)
_Jürgen Knubben (Milano, Fondazione Zappettini , 20 settembre – 26 ottobre 2007)
22
novembre 2007
Tomas Rajlich
Dal 22 novembre 2007 al 04 dicembre 2008
arte contemporanea
Location
FONDAZIONE ZAPPETTINI
Milano, Via Nerino, 3, (Milano)
Milano, Via Nerino, 3, (Milano)
Orario di apertura
dalle ore 15.00 alle ore 19, sabato e festivi chiuso
Vernissage
22 Novembre 2007, ore 18
Autore
Curatore


