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Topia
La mostra invita a ripensare la definizione di ciò che è umano, promuovendo nuove forme di convivenza
e alleanze tra materia vivente e non vivente. Un invito ad aprirsi al nuovo, all’imprevisto e all’imprevedibile:
proprio come accade in ogni ecosistema vivo.
Comunicato stampa
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Sabato 6 dicembre 2025 inaugura presso lo spazio Loft ad Habitat83 il progetto Topia, mostra personale di Michele Farina (Povegliano Veronese, 1995), visitabile fino al 20 dicembre, inserita all’interno di First Step 2025, il progetto con cui l’Accademia di Belle Arti di Verona, dal 2008, sostiene la crescita professionale dei propri studenti attraverso workshop, conferenze e un programma diffuso di mostre in gallerie e spazi espositivi del territorio. Giunta alla dodicesima edizione, l’iniziativa coinvolge 14 giovani artisti selezionati da una commissione di esperti e successivamente scelti dai partner del progetto, dando vita a sei mostre tra personali e collettive, a cui si aggiunge la partecipazione al progetto PRIMA – atelier studio d’artista, ospitato nel Padiglione 12 di ArtVerona.
Il titolo del progetto si radica in una parola dialettale, Topìa, che in dialetto veneto indica un pergolato: un intreccio di fronde che ripara, accoglie e mette in relazione. Ma il termine affonda anche in una tradizione culturale più ampia e antica. Nella letteratura latina, in particolare nelle Bucoliche virgiliane, la topia rappresentava un luogo reale, tangibile e abitabile. Un mondo semplice e naturale, privo di conflitti, in cui lavoro, arte e vita quotidiana si intrecciano senza gerarchie. Una visione che ritornerà nella poesia dell’Arcadia rinascimentale, come immagine di un’esistenza armonica in cui ragione e sentimento si fondono generando creatività.
Il concetto di topia si pone dunque in contrapposizione a quello dell’utopia. Mentre quest’ultima è un “non luogo” proiettato verso un ordine perfetto, spesso più finalizzato a eliminare l’angoscia che a generare felicità, la topia è invece il luogo possibile, imperfetto e vitale, dove umanità e natura convivono nella loro complessità. Un mondo in equilibrio dinamico, che accoglie i cicli, i cambiamenti, e le oscillazioni tra razionalità e sensibilità che caratterizzano ogni società e ogni epoca. Topia diventa così la chiave interpretativa della mostra: un invito a considerare il paesaggio, le comunità e la tecnologia come parti di un ecosistema condiviso, dove l’armonia nasce dalla relazione, non dalla perfezione.
L’allestimento si sviluppa come una serie di hortus conclusus, piccoli mondi delimitati da elementi specifici che evocano i cinque elementi della tradizione tibetana. Ogni ambiente è un microcosmo autonomo, ma in dialogo con gli altri: spazi che si osservano, si influenzano e si trasformano, proprio come le componenti di un ecosistema naturale o sociale. Questi ambienti non mirano a isolare, ma a mettere in risonanza. Ciò che si percepisce in un luogo riverbera nell’altro; ciò che nasce in uno spazio trova eco in un altro. Una costellazione di relazioni che ricostruisce l’idea di una topiacontemporanea: un luogo abitabile, percorribile, attraversato da energia, materia e memoria.
Al centro della pratica di Michele Farina c’è il rapporto tra natura, comunità e processi tecnologici. Le sue opere nascono dall’incontro tra pattern organici e strutture digitali che convivono in un equilibrio poetico e fragile. Uno dei suoi obiettivi è interrogare il ruolo dell’artista in un contesto dominato dalle tecnologie: “È possibile diventare mediatore tra macchina e mondo, capace di creare sintesi produttive che rivelano l’intenzionalità nascosta in ciò che un tempo era considerato un semplice strumento?”. Le pratiche tradizionalmente umane vengono affidate agli algoritmi, che si trasformano così in partner attivi in un processo continuo e reciproco di trasformazione. Le opere diventano il risultato di una negoziazione tra esseri organici e sistemi inorganici, tra mano e codice, tra intuizione e calcolo.
La mostra invita a ripensare la definizione di ciò che è umano, promuovendo nuove forme di convivenza e alleanze tra materia vivente e non vivente. Un invito ad aprirsi al nuovo, all’imprevisto e all’imprevedibile: proprio come accade in ogni ecosistema vivo.
Il titolo del progetto si radica in una parola dialettale, Topìa, che in dialetto veneto indica un pergolato: un intreccio di fronde che ripara, accoglie e mette in relazione. Ma il termine affonda anche in una tradizione culturale più ampia e antica. Nella letteratura latina, in particolare nelle Bucoliche virgiliane, la topia rappresentava un luogo reale, tangibile e abitabile. Un mondo semplice e naturale, privo di conflitti, in cui lavoro, arte e vita quotidiana si intrecciano senza gerarchie. Una visione che ritornerà nella poesia dell’Arcadia rinascimentale, come immagine di un’esistenza armonica in cui ragione e sentimento si fondono generando creatività.
Il concetto di topia si pone dunque in contrapposizione a quello dell’utopia. Mentre quest’ultima è un “non luogo” proiettato verso un ordine perfetto, spesso più finalizzato a eliminare l’angoscia che a generare felicità, la topia è invece il luogo possibile, imperfetto e vitale, dove umanità e natura convivono nella loro complessità. Un mondo in equilibrio dinamico, che accoglie i cicli, i cambiamenti, e le oscillazioni tra razionalità e sensibilità che caratterizzano ogni società e ogni epoca. Topia diventa così la chiave interpretativa della mostra: un invito a considerare il paesaggio, le comunità e la tecnologia come parti di un ecosistema condiviso, dove l’armonia nasce dalla relazione, non dalla perfezione.
L’allestimento si sviluppa come una serie di hortus conclusus, piccoli mondi delimitati da elementi specifici che evocano i cinque elementi della tradizione tibetana. Ogni ambiente è un microcosmo autonomo, ma in dialogo con gli altri: spazi che si osservano, si influenzano e si trasformano, proprio come le componenti di un ecosistema naturale o sociale. Questi ambienti non mirano a isolare, ma a mettere in risonanza. Ciò che si percepisce in un luogo riverbera nell’altro; ciò che nasce in uno spazio trova eco in un altro. Una costellazione di relazioni che ricostruisce l’idea di una topiacontemporanea: un luogo abitabile, percorribile, attraversato da energia, materia e memoria.
Al centro della pratica di Michele Farina c’è il rapporto tra natura, comunità e processi tecnologici. Le sue opere nascono dall’incontro tra pattern organici e strutture digitali che convivono in un equilibrio poetico e fragile. Uno dei suoi obiettivi è interrogare il ruolo dell’artista in un contesto dominato dalle tecnologie: “È possibile diventare mediatore tra macchina e mondo, capace di creare sintesi produttive che rivelano l’intenzionalità nascosta in ciò che un tempo era considerato un semplice strumento?”. Le pratiche tradizionalmente umane vengono affidate agli algoritmi, che si trasformano così in partner attivi in un processo continuo e reciproco di trasformazione. Le opere diventano il risultato di una negoziazione tra esseri organici e sistemi inorganici, tra mano e codice, tra intuizione e calcolo.
La mostra invita a ripensare la definizione di ciò che è umano, promuovendo nuove forme di convivenza e alleanze tra materia vivente e non vivente. Un invito ad aprirsi al nuovo, all’imprevisto e all’imprevedibile: proprio come accade in ogni ecosistema vivo.
06
dicembre 2025
Topia
Dal 06 dicembre 2025 al 06 gennaio 2026
arte contemporanea
Location
Habitat Ottanatre di Zeno Massignan
Verona, Via Mantovana, 83, (VR)
Verona, Via Mantovana, 83, (VR)
Orario di apertura
Martedì 30 dicembre: 16.00-19.00
Sabato 3 gennaio: 16.00-19.00
Martedì 6 gennaio: 16.00-19.00
Oppure su appuntamento a info@habitatottantatre.com
Autore
Curatore
Autore testo critico
Allestimento
Progetto grafico
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Produzione organizzazione
Sponsor
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