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Una conversazione tra voci inaspettate
Silva Chobanyan e Aram Zurabyan (NPAK) incontrano Cédric Mazet Zaccardelli all’Opificio Puca. Un ponte tra Armenia e sud italia per esplorare ecosistemi marginali e arte fuori dai canoni. Tra residenze e studi sull’economia, nascono showcase e nuove tessiture informali di ricerca sperimentale.
Comunicato stampa
Segnala l'evento
Una conversazione
tra voci inaspettate
Silva Chobanyan, Aram Zurabyan, Cédric Mazet-Zaccardelli in
dialogo con l’ecosistema dell’Opificio Puca
Public program 28–02 / 01–03–2026 — Opificio Puca, Sant’Arpino (CE), Italia
C’è un piedistallo al centro. Non porta nulla. Eppure la sua presenza organizza lo spazio intorno
a sé, convoca lo sguardo, sospende l’attesa. Un indizio muto. Una promessa che non si scioglie
in risposta.
Il piedistallo è ciò che non c’è
Il piedistallo vuoto non è una scultura mancata. È un oggetto senza più un riferimento, eppure
non senza senso. Il riferimento è scomparso rimosso, non ancora arrivato. O forse
semplicemente irrapresentabile. Ma il piedistallo resta lì, nella sua funzione sospesa, a evocare
ciò che non mostra. Diventa così qualcosa che sta sull’orlo: un limite. La forma di un’attesa.
Una conversazione tra voci inaspettate nasce da questa immagine. Il programma pubblico
dell’Opificio Puca è il piedistallo: una struttura che non impone ciò che deve stare sopra di sé,
ma crea le condizioni perché emerga qualcosa imprevisto, laterale, inatteso. Gli artisti armeni
Silva Chobanyan, Aram Zurabyan e l’artista francese Cédric Mazet-Zaccardelli sono le voci che
arrivano da lontano, geograficamente e culturalmente; non per riempire uno spazio vuoto, ma
per rendere quel vuoto visibile, per abitarlo senza risolverlo.
Il dialogo come pratica del vuoto
Il dialogo autentico è strutturalmente vuoto: vive nell’intercapedine tra ciò che si dice e ciò che
si ascolta, in quel margine bianco È lì che la conversazione accade davvero. Chobanyan e
Zurabyan anche tra i responsabili del NPAK, Armenian Center for Contemporary Experimental
(1992) portano con sé ecosistemi di ricerca che non coincidono con quelli della scena
campana. La distanza non è un problema da colmare: è il vuoto generativo da cui può nascere
qualcosa che non era prevedibile. La settimana di residenza, orientata ma non conclusiva, è
essa stessa una forma di curatela del vuoto: si creano le condizioni, non i contenuti.
Le studio visit, i show-case, le tessiture inaspettate non sono momenti di presentazione ma di
sospensione condivisa: ci si espone al non sapere. Si sostiene la domanda “come vive l’arte
attuale fuori dai canoni?” senza pretendere di rispondervi, lasciando che la domanda apra lo
spazio, che il vuoto faccia il suo lavoro.
Il monte che non si vede
C’è un’altra ragione per cui abbiamo scelto il vuoto come linguaggio di questo progetto. Viene
da un racconto, Francesco Capasso, di ritorno da un viaggio a Yerevan, ha raccontato di non
essere riuscito a vedere il Monte Ararat. Era lì è sempre lì, alle porte della città, visibile in
giornate limpide come una presenza enorme e silenziosa ma quella volta non si vedeva.
Nuvole, foschia, luce sbagliata. Un desiderio che non ha trovato risposta. Un’attesa rimasta
aperta.
Il Monte Ararat è già, di per sé, un vuoto emblematico: simbolo nazionale armeno, impresso
sulla bandiera, presente nell’immaginario collettivo come centro gravitazionale di un’identità,
eppure fisicamente situato oltre confine, in territorio turco, irraggiungibile. Una montagna che
si guarda ma non si tocca. Un riferimento che è anche una distanza. Il significato più alto è
anche ciò che si sottrae.
E allora: il monte non visto diventa il piedistallo vuoto di questo progetto. Non la sua metafora,
ma la sua origine. È da quel racconto semplice “non sono riuscito a vederlo” che si è aperto lo
spazio concettuale dentro cui Silva Chobanyan e Aram Zurabyan sono stati invitati a entrare.
Non per mostrare la montagna, ma per abitare l’assenza di essa. Per raccontare cosa significa
orientarsi verso qualcosa che non appare.
Un millimetro sottratto alla circolazione
C’è un terzo modo in cui il vuoto si è fatto presente in questo processo. Non viene da un
viaggio, né da un’immagine. Viene da una pratica minima, silenziosa, che dura da anni.
“Dal 2015. Ogni banconota in euro che passa attraverso il settore viene saldata
a 1 mm dalla sua lunghezza. L’operazione è efficace sul lato destro della
banconota, che reca la firma del Presidente della Banca Centrale Europea.
Dopo la raccolta, la banconota rimane conforme e viene rimessa in
circolazione. Ogni anno vengono raccolte tutte le banconote accumulate.
Viene prodotta una moneta per colore. L’intera collezione di monete prodotta
nel 2015 riflette la crescita della mia attività.”
— Cédric Mazet-Zaccardelli
Un millimetro. Sottratto ogni volta. Invisibile a chi riceve la banconota, irrilevante per la sua
validità, impercettibile nel flusso normale della moneta. Eppure reale, documentato,
accumulato. La firma del Presidente della Banca Centrale Europea il sigillo dell’autorità che
certifica il valore è esattamente lì dove il taglio avviene.
La pratica di Cédric Mazet del vuoto portata all’estremo della consequenzialità: ogni
sottrazione è minima ma sistematica; ogni assenza è calcolata ma non dichiarata; il risultato
non si vede nel singolo oggetto ma nell’archivio, nel tempo lungo, nella collezione di monete
che a fine anno misura ciò che è stato tolto. Il vuoto qui non è un concetto né una metafora: è
un dato fisico, replicabile, verificabile. Un gesto che diventa misura del presente.
Come il Monte Ararat che non appare nella foschia, come il piedistallo senza statua, come il
dialogo che vive nel silenzio tra le parole: il millimetro mancante di Mazet è il segno di qualcosa
che è avvenuto senza lasciare traccia visibile. Una promessa di presenza che passa per
l’assenza.
La cura come sottrazione
Il compito curatoriale che orienta questo programma non è produrre ma creare condizioni;
non è affermare ma lasciar emergere. Ogni gesto di sottrazione ogni vuoto deliberatamente
lasciato aperto è un atto di fiducia nei confronti di ciò che non è ancora accaduto. La
marginalità geografica dell’Opificio Puca, come quella dell’Armenia rispetto ai centri canonici
del sistema dell’arte, non è una debolezza strutturale: è la posizione esatta da cui il vuoto si
vede meglio.
Stare sull’orlo non è una condizione di precarietà da superare. È una postura curatoriale. Dal
bordo si vede ciò che dal centro non si percepisce: l’estensione del campo, la possibilità
dell’altrove, il segno di una promessa che non ha ancora trovato la sua forma.
Questa conversazione non inizia quando le voci parlano. Inizia prima: nel momento in cui lo
spazio viene lasciato aperto, in cui il piedistallo resta vuoto e qualcuno — sapendolo —
decide di avvicinarsi lo stesso. Di sostare. Di ascoltare ciò che ancora non c’è, e per questo
può ancora diventare tutto.
Opificio Puca — centro per l’arte contemporanea, Corso Atellano, 51 — 81030 Sant’Arpino CE, Italia
Untitled Age - untitledage.com
tra voci inaspettate
Silva Chobanyan, Aram Zurabyan, Cédric Mazet-Zaccardelli in
dialogo con l’ecosistema dell’Opificio Puca
Public program 28–02 / 01–03–2026 — Opificio Puca, Sant’Arpino (CE), Italia
C’è un piedistallo al centro. Non porta nulla. Eppure la sua presenza organizza lo spazio intorno
a sé, convoca lo sguardo, sospende l’attesa. Un indizio muto. Una promessa che non si scioglie
in risposta.
Il piedistallo è ciò che non c’è
Il piedistallo vuoto non è una scultura mancata. È un oggetto senza più un riferimento, eppure
non senza senso. Il riferimento è scomparso rimosso, non ancora arrivato. O forse
semplicemente irrapresentabile. Ma il piedistallo resta lì, nella sua funzione sospesa, a evocare
ciò che non mostra. Diventa così qualcosa che sta sull’orlo: un limite. La forma di un’attesa.
Una conversazione tra voci inaspettate nasce da questa immagine. Il programma pubblico
dell’Opificio Puca è il piedistallo: una struttura che non impone ciò che deve stare sopra di sé,
ma crea le condizioni perché emerga qualcosa imprevisto, laterale, inatteso. Gli artisti armeni
Silva Chobanyan, Aram Zurabyan e l’artista francese Cédric Mazet-Zaccardelli sono le voci che
arrivano da lontano, geograficamente e culturalmente; non per riempire uno spazio vuoto, ma
per rendere quel vuoto visibile, per abitarlo senza risolverlo.
Il dialogo come pratica del vuoto
Il dialogo autentico è strutturalmente vuoto: vive nell’intercapedine tra ciò che si dice e ciò che
si ascolta, in quel margine bianco È lì che la conversazione accade davvero. Chobanyan e
Zurabyan anche tra i responsabili del NPAK, Armenian Center for Contemporary Experimental
(1992) portano con sé ecosistemi di ricerca che non coincidono con quelli della scena
campana. La distanza non è un problema da colmare: è il vuoto generativo da cui può nascere
qualcosa che non era prevedibile. La settimana di residenza, orientata ma non conclusiva, è
essa stessa una forma di curatela del vuoto: si creano le condizioni, non i contenuti.
Le studio visit, i show-case, le tessiture inaspettate non sono momenti di presentazione ma di
sospensione condivisa: ci si espone al non sapere. Si sostiene la domanda “come vive l’arte
attuale fuori dai canoni?” senza pretendere di rispondervi, lasciando che la domanda apra lo
spazio, che il vuoto faccia il suo lavoro.
Il monte che non si vede
C’è un’altra ragione per cui abbiamo scelto il vuoto come linguaggio di questo progetto. Viene
da un racconto, Francesco Capasso, di ritorno da un viaggio a Yerevan, ha raccontato di non
essere riuscito a vedere il Monte Ararat. Era lì è sempre lì, alle porte della città, visibile in
giornate limpide come una presenza enorme e silenziosa ma quella volta non si vedeva.
Nuvole, foschia, luce sbagliata. Un desiderio che non ha trovato risposta. Un’attesa rimasta
aperta.
Il Monte Ararat è già, di per sé, un vuoto emblematico: simbolo nazionale armeno, impresso
sulla bandiera, presente nell’immaginario collettivo come centro gravitazionale di un’identità,
eppure fisicamente situato oltre confine, in territorio turco, irraggiungibile. Una montagna che
si guarda ma non si tocca. Un riferimento che è anche una distanza. Il significato più alto è
anche ciò che si sottrae.
E allora: il monte non visto diventa il piedistallo vuoto di questo progetto. Non la sua metafora,
ma la sua origine. È da quel racconto semplice “non sono riuscito a vederlo” che si è aperto lo
spazio concettuale dentro cui Silva Chobanyan e Aram Zurabyan sono stati invitati a entrare.
Non per mostrare la montagna, ma per abitare l’assenza di essa. Per raccontare cosa significa
orientarsi verso qualcosa che non appare.
Un millimetro sottratto alla circolazione
C’è un terzo modo in cui il vuoto si è fatto presente in questo processo. Non viene da un
viaggio, né da un’immagine. Viene da una pratica minima, silenziosa, che dura da anni.
“Dal 2015. Ogni banconota in euro che passa attraverso il settore viene saldata
a 1 mm dalla sua lunghezza. L’operazione è efficace sul lato destro della
banconota, che reca la firma del Presidente della Banca Centrale Europea.
Dopo la raccolta, la banconota rimane conforme e viene rimessa in
circolazione. Ogni anno vengono raccolte tutte le banconote accumulate.
Viene prodotta una moneta per colore. L’intera collezione di monete prodotta
nel 2015 riflette la crescita della mia attività.”
— Cédric Mazet-Zaccardelli
Un millimetro. Sottratto ogni volta. Invisibile a chi riceve la banconota, irrilevante per la sua
validità, impercettibile nel flusso normale della moneta. Eppure reale, documentato,
accumulato. La firma del Presidente della Banca Centrale Europea il sigillo dell’autorità che
certifica il valore è esattamente lì dove il taglio avviene.
La pratica di Cédric Mazet del vuoto portata all’estremo della consequenzialità: ogni
sottrazione è minima ma sistematica; ogni assenza è calcolata ma non dichiarata; il risultato
non si vede nel singolo oggetto ma nell’archivio, nel tempo lungo, nella collezione di monete
che a fine anno misura ciò che è stato tolto. Il vuoto qui non è un concetto né una metafora: è
un dato fisico, replicabile, verificabile. Un gesto che diventa misura del presente.
Come il Monte Ararat che non appare nella foschia, come il piedistallo senza statua, come il
dialogo che vive nel silenzio tra le parole: il millimetro mancante di Mazet è il segno di qualcosa
che è avvenuto senza lasciare traccia visibile. Una promessa di presenza che passa per
l’assenza.
La cura come sottrazione
Il compito curatoriale che orienta questo programma non è produrre ma creare condizioni;
non è affermare ma lasciar emergere. Ogni gesto di sottrazione ogni vuoto deliberatamente
lasciato aperto è un atto di fiducia nei confronti di ciò che non è ancora accaduto. La
marginalità geografica dell’Opificio Puca, come quella dell’Armenia rispetto ai centri canonici
del sistema dell’arte, non è una debolezza strutturale: è la posizione esatta da cui il vuoto si
vede meglio.
Stare sull’orlo non è una condizione di precarietà da superare. È una postura curatoriale. Dal
bordo si vede ciò che dal centro non si percepisce: l’estensione del campo, la possibilità
dell’altrove, il segno di una promessa che non ha ancora trovato la sua forma.
Questa conversazione non inizia quando le voci parlano. Inizia prima: nel momento in cui lo
spazio viene lasciato aperto, in cui il piedistallo resta vuoto e qualcuno — sapendolo —
decide di avvicinarsi lo stesso. Di sostare. Di ascoltare ciò che ancora non c’è, e per questo
può ancora diventare tutto.
Opificio Puca — centro per l’arte contemporanea, Corso Atellano, 51 — 81030 Sant’Arpino CE, Italia
Untitled Age - untitledage.com
28
febbraio 2026
Una conversazione tra voci inaspettate
Dal 28 febbraio al primo marzo 2026
arte contemporanea
Location
OPIFICIO PUCA
Sant'arpino, Corso Atellano, 61, (Caserta)
Sant'arpino, Corso Atellano, 61, (Caserta)
Orario di apertura
sabato 28/02/2026 dalle ore 19:00 - Domenica 01/03/2026 dalle ore 11:00 alle 18:00
Vernissage
28 Febbraio 2026, 19:00
Autore
Curatore
Progetto grafico
Produzione organizzazione


