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exibart prize incontra Alessandro Pavone
exibart.prize
di redazione
Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
Non c’è stato un fragore iniziale anzi, come per molti, l’arte si è presentata come cura allo smarrimento provato difronte alle prime grandi domande adolescenziali. Poi, la scintilla è stata l’accettazione degli incubi, riconoscere l’esistenza dell’ignoto, in pratica accostarmi all’esperienza del sublime. La pratica dell’arte è diventata anche un buon antidoto al veleno della vita. Sono stati però i buoni maestri a mostrarmi la bellezza e la responsabilità del prendersi cura di sé, in un modo che non conoscevo. Per fortuna non immaginavo che l’arte fosse un percorso tanto brutale e fecondo dove guerra e vittima coincidono inesorabilmente.
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
Oggi più che mai per me l’arte è un atto di resistenza all’omologazione e alla propaganda. La mia ricerca nasce dalla necessità di essere un esempio vivo anche per i miei studenti, opponendo l’autenticità a un sistema che mira a svuotare ogni senso.
Rivendico il diritto dell’artista a essere contraddittorio e inaffidabile: la sua mutevolezza è lo strumento più potente per disgregare le costruzioni artificiali del potere. L’atto creativo diventa così disobbedienza civile, un ‘disturbatore di frequenze’ che afferma l’esistenza di un altrove non colonizzabile. Sottraendosi alla pura produzione di valore economico, l’opera si definisce come un errore fertile che interrompe il flusso del controllo burocratico e può ancora ingannare l’algoritmo.
L’obiettivo è ‘agire altrimenti’ per custodire quel ‘fuoco estraneo’: l’ultimo spazio rimasto per l’inviolabile e l’irrazionale.
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
Viviamo una scissione profonda tra la mortalità del corpo e la falsa eternità digitale. Mi da gioia restituire peso alla materia: uso preferibilmente materiali naturali che potremmo definire tradizionali per ricordare che l’esistenza è fatta di cicatrici, non di database. In un’epoca di codificazione totale, credo la mia arte debba difendere quel nucleo di mistero che nessun algoritmo può prevedere.
La tecnica non è un fine, ma la disciplina che la mente impone alla sostanza: in un certo senso domino lo strumento solo per conquistare la libertà di sbagliare. Ho scelto spesso materiali duri perché la loro resistenza è una lezione di umiltà. Ho amato il ritratto che Andrej Končalovskij ha fatto di Michelangelo nel film ‘il peccato’ raccontando il suo legame morboso con il materiale, in una tensione ferina con il blocco di marmo e dove la sua unica difesa risulta essere il suo carattere urticante.
Preparare personalmente ogni attrezzo e superficie è per me un atto di radicamento.
Tratto la materia con rispetto e fermezza, cercando un uso onesto del mezzo espressivo che costringa l’idea alla concretezza. In questa tensione tra l’assoluto e il quotidiano, l’opera diventa un atto di resistenza: restare umani opponendo la verità della forma alla dittatura del codice.
Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
Il mio legame più autentico è con il fallimento. Mentre l’intelligenza artificiale premia la media statistica e il mercato riduce l’opera a bene speculativo, io cerco l’’errore fertile’. I progetti che mi hanno costretto allo svuotamento sono stati i più fecondi: l’errore non è un limite, ma un ponte tra l’intenzione e l’essere che insegna a cercare tra le pieghe della materia. L’arte richiede questo abbandono totale al processo, dove l’opera agisce come un fusibile, un autodafè creativo, che interrompe gli automatismi della volontà. Oggi la mia ricerca converge ovviamente verso l’opera non ancora realizzata: un ulteriore specchio da rompere con il martello per plasmare la realtà (parafrasando B. Brecht). Un contenitore di verità e contraddizioni che rifiuta ogni fissità dogmatica. La sfida è riflettere l’onestà dell’incoerenza, unico strumento per tradire gli assiomi e sottrarsi all’omologazione digitale. Lo specchio deve avere il coraggio di essere impuro: solo così l’artista può offrire uno spazio di resistenza capace di strapparci dal pantano del presente.
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?
Il mio mestiere è un incessante sbagliare e ricominciare, un disorientamento nutrito dal coraggio, dalla responsabilità e dall’autodisciplina di avventurarsi su terreni sconosciuti e instabili, sfidando gli assunti con i postulati in una perenne “ipocondria delle idee”.
Negli ultimi anni, la complessità si è stratificata, rendendo l’atto artistico un corpo a corpo con nuove e vecchie forme di controllo.
L’ossessione, la necessità di cercare tra le pieghe della realtà, di seguire tracce minimali, mi spinge a un’implacabile solitudine necessaria.
Vivo minimi riti clandestini che permettono ai progetti di maturare lentamente. Ad esempio scrivo molto prima di scolpire o cerco un prolungato silenzio nell’ora dei lupi per dedicarmi alla lettura.
Nell’iper-rumore di questo mondo saturo di immagini prodotte a velocità disumana, mi chiedo come potrei chiedere allo spettatore di fermarsi, di abitare il vuoto o il silenzio, quando la burocrazia del tempo ci impone il consumo frenetico. L’artista, oggi più di prima, rischia di diventare un semplice “produttore di contenuti”. Mi curo cercando di praticare un’ecologia dello sguardo e un’igiene dell’attenzione.
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?
L’esistenza creativa oggi è una danza acrobatica tra l’integrità dell’opera e le logiche del ‘brand entertainment’, dove l’artista è chiamato a difendere il valore spirituale della propria ‘verità provvisoria’ mentre il sistema ne mette a profitto l’aura. In questo scenario, mentre molti galleristi e uffici marketing gestiscono il valore di scambio (NFT, asset digitali, quote di proprietà), i musei rischiano di mutare da santuari di ricerca in hub di pubbliche relazioni, ‘attivatori di comunità’, parlando un linguaggio mutuato dal marketing e dall’urbanistica per misurare l’arte con il metro del consenso sociale. La sfida perenne resta abitare questo squilibrio e ricerca di bilanciamento tra l’opera e il riconoscimento: proteggere l’opera come atto di conoscenza puro, pur accettando la dimensione imprenditoriale necessaria per non farsi ridurre a semplici fornitori di materia prima per un sistema famelico.











