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Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
La fotografia è stata una folgorazione, inaspettata e improvvisa, esattamente come la rara malattia neurologica che mi ha colpito compromettendo la fluidità dei movimenti automatici, come parlare e camminare.
In quella frattura è nato il mio percorso artistico. Le immagini hanno sostituito le parole, diventando il mio linguaggio quotidiano. Scattare è stato il modo più naturale per continuare a comunicare quando il corpo iniziava a imporsi come limite.
Da autodidatta, ho cominciato a esplorare la fotografia come un viaggio visuale e simbolico dentro le mie emozioni. È diventata una forma di autoanalisi: pulsioni profonde, a volte inconsce, emergevano e si trasformavano in interpretazioni del reale.
Da quel momento, ogni scatto è diventato testimonianza della mia incandescenza psicologica, ma anche un gesto di condivisione: le immagini hanno iniziato a dire tutte le parole non dette.
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
Il mio lavoro è guidato da una domanda costante: cosa c’è dietro la maschera? E soprattutto, esiste davvero qualcosa dietro la maschera?
Indago il concetto di limite — fisico, emotivo, relazionale — e il desiderio di attraversarlo. Inizio e fine, vita e morte, luce e ombra attraversano la mia esperienza personale e animano i miei progetti.
Mi interessa esplorare la tensione tra presenza e assenza, tra vulnerabilità e orgoglio, tra desiderio di abbandono e impulso narcisistico. Nei miei lavori più recenti, come Lovers, l’amore diventa il luogo in cui queste polarità si incontrano e si mettono in crisi.
Sviluppo nuove opere quando sento un’urgenza interiore. Ogni progetto nasce da un bisogno reale di riflessione, da un vissuto che chiede forma. Non parto mai da un tema teorico: parto sempre da una necessità.
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
Il medium è fondamentale. Ho sempre scattato esclusivamente con il mio iPhone, senza lenti aggiuntive né post-produzione.
È una scelta radicale e coerente: lo smartphone è lo strumento più intimo che abbiamo oggi per raccontare una vita. È sempre con noi, pronto a cogliere una folgorazione improvvisa, una luce naturale, un volto, un’emozione.
La mia è una fotografia antica, praticata con il mezzo più contemporaneo.
Rinunciare alla manipolazione tecnica significa assumermi la responsabilità dello sguardo. L’immagine deve accadere, non essere costruita.
In questi anni ho affinato progressivamente le mie modalità espressive, ma ho sempre cercato di mantenere autenticità e imperfezione: la fotografia, come la vita, non deve essere levigata, ma vera.
Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
Sono legato a tutti i miei progetti — Olympus Has Fallen, Circus, Aldilà, Lovers — perché ciascuno rappresenta una fase della mia evoluzione.
Se dovessi sceglierne uno, direi Aldilà. È il lavoro più complesso, intimo e consapevole che abbia realizzato. È nato dal confronto quotidiano con il concetto di limite: andare oltre le difficoltà è diventato il mio esercizio quotidiano.
In Aldilà convivono drammaticità e surrealismo. Vita e morte, luce e ombra dialogano continuamente. È stato un progetto impegnativo perché mi ha costretto a spingermi oltre zone di comfort emotivo, ad accettare fragilità e incertezza.
È lì che ho capito che la mia fotografia non cerca risposte, ma attraversa le domande.
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?
Non seguo un metodo rigido, ma esiste un processo interiore molto chiaro.
Tutto nasce da un’urgenza personale. Inizio a osservare la realtà con uno sguardo orientato da quella domanda che mi abita in quel momento. Non costruisco set complessi: lavoro nel quotidiano, lasciando che le immagini emergano.
C’è una fase di immersione emotiva molto forte, quasi una forma di autoanalisi. I vissuti entrano in un sistema simbolico e si aprono alla condivisione.
Nel tempo, solo dopo aver prodotto molte immagini, riconosco la direzione del progetto. È come se le fotografie mi indicassero il percorso.
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?
La sfida principale è convivere con il limite.
Il limite fisico, certo, ma anche quello emotivo e sociale. Ogni giorno mi confronto con la possibilità di arrendermi oppure di cercare la luce. Ho scelto la seconda strada.
In un sistema dell’arte spesso orientato alla spettacolarizzazione e alla tecnica, la mia sfida è restare essenziale. Spogliarmi del superfluo. Cercare autenticità.
Mi auguro di trovare ogni giorno la forza di credere, di non cedere alla stanchezza e di continuare a raccontare ciò che c’è dietro la maschera — oppure accettare che, talvolta, dietro la maschera non ci sia nulla che valga la pena di essere fotografato.
La fotografia per me è questo: un atto di fiducia nella luce.













