11 marzo 2026

exibart prize incontra Debora Barnaba

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Al centro del mio lavoro c'è sempre il corpo come linguaggio visivo universale

Debora Barnaba

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

Ho sempre voluto fare arte, fin da bambina. Prima disegnavo, poi nel 2006 ho scoperto la fotografia e da quel momento è diventata il mio linguaggio espressivo principale. La fotografia è nata per me come strumento artistico, come mezzo per dare forma a una ricerca visiva che sentivo urgente e necessaria.
L’autoscatto è diventato naturalmente il mio strumento principale: non per narcisismo, ma perché il mio corpo era il materiale più immediato e onesto a disposizione. Volevo indagare il corpo umano non come oggetto di sguardo esterno, ma come soggetto attivo di narrazione, capace di veicolare emozioni e concetti universali. Questa ricerca è continuata negli anni, evolvendosi attraverso diverse serie che hanno esplorato la complessità della natura umana attraverso il corpo.

 

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

Al centro del mio lavoro c’è sempre il corpo come linguaggio visivo universale. Mi interessa elevare la percezione del corpo umano, sottrarlo alla banalizzazione o all’oggettificazione, e restituirgli dignità poetica ed espressiva. Non mi interessa indagare chi sono io, ma esplorare dove si può arrivare con il corpo, quali territori della natura umana si possono attraversare e rendere visibili.
Ciò che mi spinge a creare nuove opere è questo bisogno di indagare la natura umana nella sua complessità e universalità. Il corpo diventa strumento per esplorare temi che vanno oltre l’individuale: la trasformazione, il rapporto tra vulnerabilità e forza, tra presenza e assenza, tra visibile e invisibile. Ogni serie nasce dalla necessità di dare forma visiva a qualcosa di complesso e stratificato, che non può essere ridotto a una sola interpretazione.

 

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

La fotografia è il mio medium principale, ma non mi interessa la tecnica fine a se stessa. Scelgo gli strumenti in base a ciò che serve alla visione. Lavoro con stampe fotografiche in edizione limitata, e ogni aspetto materiale dell’opera è parte integrante del suo significato: il tipo di carta, la cornice, l’eventuale vetro, fanno tutti parte dell’opera e della sua fruizione e funzionalità.
Il materiale resta sempre al servizio del concetto: non parto mai dalla tecnica, ma dall’idea che voglio comunicare. La scelta di ogni elemento fisico dell’opera è funzionale al messaggio e all’esperienza che voglio creare per chi guarda.

 

Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legata? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

La serie a cui sono più legata è Sphinx. Prendo spunto dalla Sfinge egizia come portale, come soglia tra l’umano e il divino. Non è un dio, ma un punto di incontro tra queste due entità, un punto di passaggio verso l’immutabile. È una figura che incarna il silenzio assoluto, l’immutabilità, l’immanenza.
La Sfinge veglia sul confine dell’eternità, osserva il tempo che scorre rimanendo ferma, immobile.
C’è qualcosa di potente in questa immobilità: uno slancio trattenuto, una presenza che non si muove eppure è carica di energia. È una figura eretta e silenziosa, che sa di trovarsi di fronte a uno spettatore altrettanto immobile, che la osserva con rispetto ponendosi davanti a lei in una dimensione sospesa.
In questa serie esploro il corpo come presenza archetipica, come figura che attraversa il tempo e lo spazio incarnando questa qualità di soglia, di passaggio, di silenzio che contiene tutto. Le sfide sono state trovare il modo di rendere visibile questa dimensione di immutabilità e immanenza, di creare immagini che fossero al tempo stesso corpo concreto e presenza simbolica, materia e astrazione.

 

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Il mio processo nasce da un dialogo continuo con l’arte, la filosofia, le immagini. Studio, leggo molto, guardo arte ogni giorno. È un nutrimento costante che mi permette di confrontarmi con il mio lavoro e di far emergere nuove direzioni.
A volte parto da una tematica che mi chiama, altre volte le immagini nascono da intuizioni che si sviluppano durante i progetti precedenti, come se ogni serie aprisse porte verso territori nuovi. C’è una fase iniziale di ricerca visiva e concettuale: raccolgo riferimenti, leggo testi teorici e filosofici, scrivo appunti, lascio sedimentare le idee.
Poi arriva la sperimentazione pratica: scatto immagini di prova, esploro possibilità, cerco la forma giusta. Lavoro nel mio studio a casa, con tempi dilatati e senza fretta. Produco poche opere all’anno – circa dieci o meno – perché ogni lavoro ha bisogno di tempo per trovare la sua forma definitiva. La post-produzione è parte del processo creativo, un modo per portare l’immagine verso la visione che avevo in mente. Alla fine c’è la selezione: quali immagini entreranno nella serie, in quale ordine, quale narrazione costruiranno insieme.

 

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

Le sfide sono molteplici. La prima è la visibilità internazionale: costruire una presenza solida nel mercato dell’arte contemporanea, creare una rete di gallerie e collezionisti, far conoscere il proprio lavoro oltre i confini nazionali. È un percorso lungo e complesso, che richiede costanza e pazienza.
La seconda sfida è economica: vivere del proprio lavoro artistico è difficile. Bilancio l’attività artistica con la fotografia commerciale, che mi dà stabilità ma sottrae tempo ed energia alla ricerca personale. È un equilibrio delicato che richiede costante attenzione.
La terza sfida è la censura digitale: le piattaforme social tendono a limitare la visibilità di contenuti che includono nudi artistici, costringendomi a trovare strategie alternative o ad autocensurarmi, cosa che trovo profondamente frustrante e limitante per la diffusione del lavoro.
Infine, c’è la dimensione della vita: l’arte è la mia vita, e mantenerla viva richiede tutto – disciplina, resilienza, la capacità di continuare a credere nel proprio lavoro anche quando è difficile. Ma è anche ciò che dà senso a tutto il resto, il modo in cui trasformo l’esperienza in qualcosa di significativo e universale.

 

sphinx
Sphinx

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