25 marzo 2026

exibart prize incontra Emiliano Aiello

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Il mio processo nasce sempre da un’urgenza emotiva o da un’immagine mentale improvvisa, quasi sempre non figurativa

Emiliano Aiello

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

Il mio percorso artistico nasce da una frattura, non da una scelta. Fin da ragazzo ho percepito la pittura come un modo per dare forma alle tensioni interiori che non trovavano spazio altrove. La formazione da architetto mi ha insegnato il rigore, la misura, la struttura; ma è stato proprio il contrasto tra quell’ordine e la mia natura inquieta a spingermi verso la pittura.
A un certo punto ho capito che non potevo più limitarla a un’attività marginale: la materia che mettevo sul legno parlava un linguaggio che nessun’altra disciplina mi permetteva di esprimere. Da lì in avanti, il dipingere è diventato una necessità, un gesto quotidiano per comprendere ciò che mi attraversa.

 

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

La mia ricerca ruota attorno alle forze che abitano l’essere umano: la spinta alla luce e la resistenza dell’ombra, l’ordine e il caos, l’identità che si frantuma e si ricompone.
Ogni nuova opera nasce da una domanda irrisolta: cosa accade davvero dentro di noi quando ci confrontiamo con ciò che ci supera? Cerco di dare forma visiva a energie interiori che raramente vengono dette, ma che tutti sentiamo.
Mi muove la necessità di trasformare il tumulto in immagine, di rendere visibile quel punto in cui la parte più fragile e quella più feroce dell’essere umano si incontrano e si riconoscono.

 

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

Dipingo quasi esclusivamente su pannelli di legno, perché ho bisogno di una superficie che possa essere aggredita, scavata, colpita, costruita e distrutta più volte.
Utilizzo acrilici, olio (in tubetto e in pastello) e vernice spray: tre voci diverse che mi permettono di passare rapidamente dall’impulso al controllo, dall’esplosione gestuale al dettaglio meditato.
Il materiale non è un supporto neutro: è un interlocutore. Ogni pannello reagisce al mio gesto, oppone resistenza, chiede di essere ascoltato. La scelta degli strumenti nasce da ciò che l’opera pretende, non da un metodo prefissato.

 

Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legata? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

Un’opera che considero centrale è “The Woman I Couldn’t Love”.
In quel dipinto ho affrontato per la prima volta, senza filtri, il conflitto tra desiderio e negazione, tra attrazione e impossibilità. La figura femminile non è un soggetto da rappresentare, ma una forza che travolge, un’energia che pretende di esistere nella mia pittura e nella mia memoria.
La sfida più grande è stata accettare la vulnerabilità che quell’immagine portava con sé: dipingerla ha significato espormi, riconoscere una ferita ancora aperta. Ma proprio per questo è diventata una soglia della mia ricerca: un’opera che non racconta una storia sentimentale, ma la collisione tra due identità che non hanno saputo incontrarsi.

 

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Il mio processo nasce sempre da un’urgenza emotiva o da un’immagine mentale improvvisa, quasi sempre non figurativa. Prima ascolto ciò che mi muove, poi lo trasformo in gesto.
Non ho un metodo rigido: alterno momenti di stratificazione lenta a improvvise accelerazioni istintive. Disegno poco, appunto molto, soprattutto parole.
La fase di ricerca consiste nel creare le condizioni perché qualcosa possa accadere sulla superficie. Dipingere, per me, è un atto di “svelamento”: lascio che il caos si manifesti e poi lavoro per trovare una forma che non lo tradisca.

 

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

La difficoltà più grande è restare fedele alla propria ricerca senza essere distratti dalle logiche del mercato, dai ritmi frenetici dei concorsi, dalle aspettative esterne.
Viviamo in un sistema che chiede all’artista di essere produttore, comunicatore, stratega, amministratore. Ma la pittura ha bisogno di silenzio, tempo e interiorità.
Cerco di superare questa tensione ricordando che il mio lavoro nasce da un’urgenza personale, non da un obiettivo esterno. Mantengo una disciplina ferrea, un rapporto quotidiano con la pratica, e soprattutto continuo a interrogarmi: perché dipingo?
Finché la risposta rimane autentica, tutto il resto trova il proprio equilibrio.

 

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