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Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
Il mio percorso nasce da un’attenzione precoce verso il mondo naturale e verso ciò che, pur essendo fragile o marginale, custodisce una forte carica simbolica. Durante gli anni di formazione in Accademia ho compreso che il segno poteva diventare uno strumento di ascolto: un modo per registrare presenze, assenze e trasformazioni più che per descrivere forme.
L’incontro con le tecniche dell’incisione è stato determinante, perché mi ha insegnato a pensare l’immagine come esito di un processo che ha a che fare con la ritualità; un trasferimento che avviene per contatto, piuttosto che come gesto immediato. Allo stesso tempo, il confronto con l’opera di artisti come Anselm Kiefer, William Kentridge, Jan Fabre, Giuseppe Penone, Maria Bonomi e Claudio Parmiggiani ha aperto la mia ricerca a nuovi approcci in una dimensione più ampia in cui materia, tempo e memoria diventano elementi strutturali del lavoro.
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
La mia ricerca si concentra su dinamiche di trasformazione, sulla memoria e su quelle condizioni di instabilità in cui le forme e i significati non sono mai del tutto definiti. Mi interessa osservare ciò che cambia stato, ciò che resta sospeso sulla soglia, in equilibrio precario.
Insetti, piante e reperti organici si configurano come pretesti visivi; il mondo naturale rappresenta per me un repertorio di immagini e strutture attraverso cui riflettere sul tempo e sulla perdita. Ogni nuovo progetto si sviluppa a partire da una domanda volutamente irrisolta, che alimenta il lavoro senza mai esaurirne il senso, mantenendo attiva una tensione percettiva.
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
Materiali e tecniche sono parte integrante del pensiero dell’opera. Scelgo strumenti che richiedono un tempo lento oltre ad una relazione fisica e responsabile con la materia. La grafica, la pittura, il libro d’artista e l’installazione mi permettono di lavorare per stratificazioni, impronte e sottrazioni, costruendo immagini che si formano per accumulo e per perdita.
Ogni tecnica viene scelta in relazione allo spazio in cui il lavoro s’inserisce ed entra in dialogo con il contenuto, spesso mettendolo in crisi o ampliandone le possibilità di lettura.
Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
Stigma, presentato nel 2023 presso la Galleria Pescheria di Cesena, a cura di Giovanni Gardini, è un progetto che considero significativo all’interno della mia ricerca. È nato in un momento in cui mi sono confrontata con una fragilità inattesa, emersa da tensioni personali e da eventi che hanno reso più evidente l’instabilità del confine tra vita e perdita. Da questa esperienza è scaturita una riflessione sulla vulnerabilità intesa non come limite, ma come condizione capace di generare trasformazione.
La sfida è stata tradurre un’esperienza intima in una forma che potesse assumere una dimensione condivisa, evitando qualsiasi deriva autobiografica. Stigma si è configurato come un ambiente installativo attraversabile, in cui elementi naturali e segni sospesi reagiscono alla presenza del pubblico, producendo continui slittamenti tra interno ed esterno, visibile e nascosto. L’opera non propone una lettura univoca, ma chiede di essere esperita, lasciando convivere apparizione e dissolvenza all’interno del percorso di ricerca.
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?
Il mio processo di lavoro è articolato e non lineare. Inizia spesso da una fase di raccolta di immagini, appunti, materiali e testi, scientifici o poetici. A questa segue la sperimentazione in studio, in cui supporti, materiali e colore vengono messi in relazione tra loro. La pratica creativa richiede tempi dilatati, pause e ritorni successivi. Spesso procedo per nuclei di opere o polittici, concepiti come sistemi aperti in cui ogni elemento mantiene una propria autonomia, ma contribuisce a una visione complessiva. Solo in un secondo momento il progetto trova una forma più definita, anche grazie al confronto con lo spazio espositivo, che considero una componente attiva del processo.
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?
Una delle sfide principali è mantenere una profondità di ricerca in un contesto che spesso richiede velocità e semplificazione. Cerco di rispondere a questa tensione restando fedele a un tempo di lavoro necessario, costruendo relazioni basate sul dialogo e sulla progettualità condivisa, soprattutto in ambito espositivo. Credo che oggi, più che mai, sia fondamentale difendere la complessità, senza rinunciare alla possibilità di comunicare in modo autentico.

















