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Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
Padre imprenditore e madre insegnante. Un mondo di scrivanie e di ordine. Però già durante l’infanzia mi affascinava anche il mondo dei materiali, il caos creativo dei cantieri, dell’edilizia e dell’artigianato. Poi vennero gli anni di studio e poi il lavoro nelle multinazionali, a quell’epoca fotografavo solo nel tempo libero: la macchina fotografica sa vedere cose che l’occhio non vede.
Il momento che ha segnato l’inizio della ricerca artistica è arrivato a 52 anni. Ha coinciso con l’esodo dal mondo aziendale. Ho abbandonato un profilo professionale sicuro e riconosciuto per ripartire da zero in un territorio nuovo dove non mi conosceva nessuno. È stato un come tornare a 25 anni quando ti guardi intorno per capire cosa ti piacerebbe fare.
Studiavo progettazione visiva. Un giorno durante un esercizio presentai un trittico: 3 semafori gialli, una sequenza, un titolo. Nel gruppo d’aula si accese un dibattito sui significati. Ho intuito che avevo trovato un linguaggio. Quei “semplici” semafori stavano descrivendo un mondo, io lo sentivo e anche gli altri lo avevano sentito!
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
La società occidentale ha goduto 80 anni di benessere e sviluppo. Un agio senza precedenti nella storia dell’umanità. Tuttavia abbiamo tralasciato di curare alcuni bisogni collettivi imprescindibili per vivere in pace: equità, sicurezza, equilibrio nel consumo. Sono temi che affliggono il mondo di oggi, e che non erano percepiti nella loro importanza anni fa.
I semafori sono nati con la densità di popolazione dell’età moderna e sono strumenti atti esattamente a regolare i rapporti fra le persone. Accanto a questo c’è il rapporto che ognuno ha con sé stesso. Quali pensieri ci attanagliano durante un semaforo rosso? Quanto veloce scorre il mondo fuori dal finestrino quando abbiamo il semaforo è verde? Le mie opere cercano di indagare temi sociali e comportamentali: il mondo di oggi con le sue contraddizioni e il nostro mondo interiore con i suoi quesiti.
In ogni progetto visivo, composto di fotografie, ready-made e installazioni, condivido quesiti e dubbi che attanagliano anche me. Le domande che non mi danno tregua. E insieme al pubblico cerco le risposte.
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
Dato che il mio oggetto di transfert artistico è il semaforo, per i ready-made utilizzo sia materiali assemblabili come parti di lanterne e impiantistica elettrica; sia materiali lavorabili come il legno, le plastiche e le vernici. Prediligo il riuso di oggetti riciclati dopo una fase di pulizia, selezione e controllo.
L’elemento manipolativo è importante, le opere nascono facendosi strada anche per tentativi. Associo i materiali e l’occhio rileva l’equilibrio o meno di quello che sto facendo. Mi accorgo che seguo un’estetica che proviene dalla mia infanzia, dal design degli anni 60-70. È un percorso che si svolge da solo.
Ne risultano nuove lanterne che per ritmo e colori riempiono lo spazio ed il tempo con un nuovo messaggio intimo, sociale, contemporaneo.
L’oggetto comunque deve dialogare con il progetto fotografico che accompagna e che, con le immagini, costituisce il racconto. Sono due parti dello stesso percorso espressivo che propongono una riflessione e sostengono la ricerca della risposta. Alcune delle mie installazioni sono fortemente interattive e, durante le esposizioni, invitano la partecipazione attiva dei visitatori.
Così è stato per l’installazione L’omino sono io, il semaforo gigante presentato nella mostra per i 100 anni del primo semaforo italiano. I visitatori potevano rappresentare il loro personale “omino del semaforo” posando di fronte ad una lente di due metri di diametro. Ne è scaturito il progetto fotografico, We are icons, dove invece di essere i semafori a rappresentare le persone, siamo noi a rappresentare i semafori.
Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
L’ultimo lavoro che ho terminato è il frutto di un percorso di oltre un anno e mezzo. Nasce appunto dal semaforo gigante interattivo e dalle interpretazioni del pubblico: L’Omino Sono Io. Da esse ho tratto un’opera di videoarte, presentata a The Others Torino, che mostra l’umanità trasformata in omini del semaforo che ci mandano messaggi essenziali: pensa, ama, lavora, obbedisci, corri, offri, cerca, invita, riconosci, condividi, prega, proteggi, chiama. E sono emersi anche messaggi “faticosi” da vivere: dispérati, seduci, salta, cambia, distinguiti, uniformati, ribellati, trattieniti, scappa!
È una potente mappa emozionale. Sono stupefatto dalla ricchezza di risposte che ha generato uno stimolo così elementare.
Questa opera di videoarte si è evoluta nel suo percorso ed è stata inserita in una nuova installazione Lanterna Magica XXI che ha vinto il terzo posto al Premio Mediolanum di Arte Genova 2026.
Entrambi questi progetti: il semaforo gigante de L’omino sono io e la Lanterna Magica XXI saranno ospiti a marzo alla fiera Intertraffic 2026 di Amsterdam. Saremo nello stand del primo produttore italiano di semafori: La Semaforica di Padova.
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?
Per i progetti strettamente fotografici uso una moodboard per la definizione dei soggetti e la raccolta delle idee, poi eseguo gli storyboard delle immagini, infine cerco le immagini direttamente nelle strade. Molte sono frutto delle segnalazioni che mi arrivano da coloro che ho conosciuto in esposizione e da altri “aficionados” dei semafori, che sono tanti!
Per i ready-made produco decine di schizzi e disegni: schemi di assemblaggio, particolari da produrre e tutti gli elementi a misura. Ho sempre con me fogli A5, matita, penna e metro.
Nella fase conclusiva “rileggo” l’intero percorso progettuale utilizzando una lavagna magnetica dove sequenziare i singoli elementi e riportare il “percorso di mostra”.
Negli spazi fisici, a casa e in studio, ho pile di disegni, appunti e fotografie divise per temi: do libero sfogo al caos creativo. Nei computer invece tutto finisce con un ordine rigoroso. La “gestione a vista” non è attuabile con strumenti informatici.
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?
150 anni fa la fotografia ha sottratto alle arti visive classiche (disegno, pittura, scultura) l’esclusiva della riproduzione della realtà, innescando un periodo di ricerca artistica che ha dominato il ‘900 e costringendo l’arte ad evolvere sia nei temi sia nelle modalità d’espressione. È per questo che abbiamo avuto l’espressionismo, l’astrattismo, il concettualismo, fino ad arrivare alla performance e alla provocazione.
Per contrappasso 15 anni fa la stessa cosa è successa alla fotografia. I dispositivi di ripresa portatili e i social network hanno sottratto ai fotografi professionisti l’esclusiva del reportage, dello scatto rubato, del fermo immagine da palpitazione, della conquista del momento irripetibile che aveva caratterizzato parte della produzione fotografica del ‘900.
Allora dove è la sfida oggi? La sfida è nel racconto che deve andare oltre la quotidianità da programma televisivo. Se il messaggio artistico vuole generare memoria ed emozione deve dire qualcosa di più. Un rinomato curatore e gallerista scriveva: se non hai una storia da raccontare, non hai nulla. Credo che chi usi una macchina fotografica a fini artistici, dovrebbe avere scolpito in testa questo principio.
Per me è fondamentale raccontare il mondo contemporaneo e il nostro ruolo, andando oltre la cronaca quotidiana. È un momento di grandi quesiti etici e politici sia del mondo globale, sia del mondo emotivo e privato di ognuno.













