26 marzo 2026

exibart prize incontra Paolo di Giosia

di

Ricordo, memoria, racconto, emozione, poesia, dettagli… sono gli elementi che da sempre contraddistinguono la mia fotografia

Paolo di Giosia

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

Tutto è iniziato da una passione, quella per la fotografia, nata fin da quando ero un ragazzo, e dalla curiosità che ho sempre avuto per qualsiasi cosa.
È stato un percorso molto pratico, quasi da laboratorio, aiutato anche dai miei studi di chimica a scuola… il fascino di lavorare con la vetreria, le soluzioni, le reazioni, “il capire le cose con le mani”, provando e osservando. Verso i quindici anni, non avendo nemmeno una macchina fotografica, mi sono avvicinato alla camera oscura prima ancora che allo scatto vero e proprio. Ero affascinato dalla visione di ciò che si rivelava sotto i miei occhi, mi interessava capire come si creava un’immagine, più che come farla…
Pian piano ho iniziato a scattare foto sviluppando un interesse e una sensibilità particolari verso i luoghi abbandonati. Da lì ho iniziato davvero a guardare e a cercare storie in quegli spazi lasciati indietro. Da questa ricerca sono nati anche i miei primi libri, che per me hanno rappresentato il vero passo iniziale di questo mio percorso. Ancora oggi ne porto le tracce. Oramai sono anni che lavoro all’interno di spazi dimenticati, case, chiese sconsacrate, posti dai muri fatiscenti… per essi provo disagio e disperazione per lo stato di abbandono in cui si trovano, ma allo stesso tempo anche una sorta di amore. Sono luoghi che continuano a perturbarmi e ad attirarmi, e nel loro silenzio mi offrono una sorta di colloquio.

 

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

Ricordo, memoria, racconto, emozione, poesia, dettagli… sono gli elementi che da sempre contraddistinguono la mia fotografia. Da diversi anni, attraverso le immagini, indago le fragilità dell’uomo contemporaneo: la solitudine, l’indifferenza, la condizione della donna, la follia (un lavoro considerevole ad esempio è quello svolto negli ex-manicomi), la Shoah, il terremoto, la guerra. Negli ultimi tempi affronto questi temi attraverso il corpo, spesso nudo, costruendo narrazioni che prendono forma all’interno di quelli che io chiamo i miei Luoghi di crisi, un proponimento veramente di ampio respiro.
Cerco da tempo di dare voce ai sentimenti dell’essere umano: inquietudine, tristezza, dolore… ma con un desiderio ostinato di speranza. Per questo considero la mia una fotografia profondamente sociale, che forse è quella più eloquente, perché oltre a emozionare può, quando è sincera, educare alla solidarietà. E credo con forza nel coinvolgimento delle nuove generazioni, un gesto di responsabilità, ma anche un atto di speranza, perché è proprio in loro che immagino la possibilità concreta di un cambiamento reale.

 

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

Mi piace la fotografia in bianco e nero perché è più intima, ma anche perché, lavorando ancora in analogico, amo le diapositive e la stampa in camera oscura soprattutto su carta baritata. Inoltre, ritengo che questo linguaggio sia particolarmente il più adatto a rappresentare il mondo in cui viviamo, dove l’incomunicabilità e la disattenzione non fanno che alimentare egoismo e indifferenza.
La scelta degli strumenti espressivi per i miei lavori nasce sempre da uno studio approfondito delle idee che voglio sviluppare. Dedico molto tempo alla lettura, alla ricerca e alla riflessione, convinto che la comprensione profonda di ciò che desidero comunicare sia la base su cui costruire ogni progetto.
Quando seleziono le persone da coinvolgere nei miei lavori, non lo faccio mai per caso, mi affido all’istinto, all’empatia e soprattutto alle relazioni che ho consolidato nel tempo. Lavoro con persone che conosco e con cui condivido un legame, sia esso di amicizia o di fiducia reciproca. Questo permette di creare un clima di complicità e autenticità, fondamentale per far emergere la verità e la forza emotiva delle immagini.
Soprattutto nei miei lavori ambientati in questi luoghi ormai orfani, scelgo di fotografare le persone e i loro corpi. Presenze fragili e vive che dialogano con spazi silenziosi e dimenticati, restituendo loro un’umanità che sembrava perduta. Negli ultimi anni, accanto alle persone, ho iniziato anche a fotografare dei manichini, figure immobili e mute che, inserite in questi luoghi, diventano metafore di assenza, simulacri del corpo umano e nuove presenze con cui gli ambienti possono interagire.

 

Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legata? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

Da diversi anni, attraverso la fotografia, cerco di indagare, come detto sopra, le problematiche dell’uomo contemporaneo, e comprendo sempre più quanto il trascorrere del tempo in ospedale possa risultare come un valore aggiunto in questo percorso. L’ospedale, per chi come me ci lavora ogni giorno, è un luogo in cui il vedere, il sentire, il riflettere accompagnano e conducono a interrogativi profondi sul senso della vita. Operando in particolare in un Trasfusionale e occupandomi anche di metodologie diagnostiche dell’infezione da HIV, ho sentito il bisogno di dare un mio piccolo contributo artistico-sociale a questo tema, perché credo che l’arte sia innanzitutto esperienza di vita e non produce soltanto bellezza, tangibile o meno.
Il progetto nasce anche dalla constatazione che, negli ultimi anni, l’attenzione sull’HIV si è affievolita, soprattutto tra i giovani. La disponibilità di farmaci antiretrovirali sempre più efficaci e meno tossici, e la conseguente cronicizzazione della malattia, hanno ridotto la sensibilizzazione e quindi la percezione del rischio. Da qui è iniziato un percorso di studio creativo che mi ha portato all’opera HIV/AIDS.
La mostra che racchiude visibilmente tutto il mio lavoro: i corpi nudi fotografati nei luoghi abbandonati che frequento da anni, e in essa anche la volontà di raccontare il processo di ricerca e di studio che ha guidato l’intero programma di realizzazione dell’opera. Il video, HIV/AIDS, oggi su YouTube, dove tutto ciò è espresso in modo eloquente. È un lavoro pensato nei minimi particolari, costruito a partire dagli ultimi dati sulle nuove diagnosi di infezione da HIV e sui casi di AIDS in Italia. Da questa esperienza è nato anche un volume, che porta lo stesso titolo della mostra e del video, edito da Ricerche&Redazioni, che sintetizza l’intero percorso.
La vera sfida, però, non è stata quella artistica, le fotografie, le installazioni, le videoinstallazioni, la vera sfida è stato il portare queste tematiche all’interno delle scuole e delle università, aprendo un dialogo autentico con i giovani. È in quei confronti, spesso intensi e profondi, che ho percepito il senso più pieno del progetto: trasformare l’arte in un’occasione di consapevolezza, responsabilità e ascolto reciproco. E forse è proprio lì, tra quelle domande sincere e quegli sguardi curiosi, che ho ritrovato anche una forma di fiducia.
Credo fortemente che l’individuazione di nuove soluzioni sia ancora possibile e che l’uomo possa scegliere di dare una seconda possibilità alla vita, ricostruendo soprattutto nelle nuove generazioni la voglia di interrogarsi, di capirsi, di sognare.

 

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Ultimamente la mia fase di ricerca e sviluppo di un progetto parte sempre da un’esigenza narrativa: creo immagini e, attraverso di esse, racconto storie. Lo faccio avvalendomi della complicità dei corpi, nella maggior parte dei casi nudi, liberi da condizionamenti, che mi permettono di spingermi oltre, di esplorare territori emotivi e simbolici che altrimenti resterebbero invisibili.
Il mio processo è più o meno lo stesso da sempre: tutto nasce da un’idea che, a poco a poco, si stratifica attraverso lo studio, letture, ricerca, osservazione e curiosità. Dedico molto tempo alla preparazione, al pensiero, alla costruzione dell’immaginario che sosterrà il progetto. Ed è proprio questa lunga fase preliminare che fa sì che, al momento dello scatto, io lavori con estrema essenzialità.
Cerco, inoltre, sempre più spesso di concentrare un intero racconto in una sola immagine. È una sfida, ma anche un esercizio di sintesi e di intensità che mi rappresenta profondamente. Le mie ultime videoinstallazioni ne sono una prova. Nascono proprio da questa tensione verso l’essenzialità. Un’immagine che contiene il tutto, che apre un mondo e, allo stesso tempo, lo trattiene in una sola visione.
Una ricerca in cui mi ritrovo non di rado a contemplare un corpo mai banale, e soprattutto non appartenente a persone sconosciute. La scelta inizialmente è istintiva, è la percezione di forza che mi porta a scegliere un corpo piuttosto che un altro, una persona piuttosto che un’altra, pian piano che la scelta si fa consapevole, il corpo diventa parte fondamentale del racconto. Si creano così due legami, uno con l’ambiente circostante, riuscendo a restituire un’anima a quei luoghi disabitati, e che a loro volta raccontano in silenzio storie vissute, un altro con le trame del racconto stesso. Quindi corpi perfettibili, ma perfetti per quel narrare, immobili, muti, ma che sprigionano energia. Comprensibile a questo punto come il corpo possa aiutarmi ad affrontare questioni universali presenti e passate, diventando anche l’anello di congiunzione tra storia e contemporaneità.

 

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

Una delle principali sfide che incontro oggi come artista e fotografo, è il rumore visivo e concettuale che ci circonda. Viviamo in un’epoca in cui le immagini scorrono ininterrotte e, in mezzo a questo flusso, sento la necessità di venir fuori rimanendo fedele al mio modo di lavorare. Per me questo significa continuare a fotografare in analogico, un processo che custodisce la poesia dei suoi tempi, il fascino dell’attesa, la sorpresa del risultato non immediato. È proprio questa lentezza a darmi respiro. In un mondo così veloce, la mia fotografia mi costringe e mi invita a una riflessione più profonda, a un pensare lento che considero un valore essenziale.
Un’altra sfida riguarda l’equilibrio tra la dimensione creativa e quella professionale. Il sistema dell’arte richiede presenza, comunicazione, pianificazione, e allo stesso tempo continua sperimentazione. Io cerco di affrontarla alternando momenti di ricerca pura, e fasi in cui mi dedico alla produzione, alle collaborazioni e alla condivisione del mio lavoro, cercando sempre di non perdere il contatto con ciò che per me è davvero significativo.
E poi c’è la competitività del mondo artistico, spesso frenetica e totalizzante, che a volte comprendo a fatica. Cerco di non farmi travolgere da dinamiche di questo tipo, perché so che la cosa più importante per me è fare fotografia. Fare arte è soprattutto un processo importante per sé stessi, per la propria visione e per il proprio percorso. Credo che la forza di un artista risieda nella sincerità del proprio sguardo, nella capacità di trasformare i dubbi e le certezze in immagini e di rimanere coerente con la propria sensibilità. È così che provo, ogni giorno, a superare le sfide e a dare un senso autentico al mio lavoro.

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui