14 maggio 2021

LAME Ruben Montini, alla Prometeo Gallery di Milano

di

www.prometeogallery.com

Testo di  Eugenio Viola

Ne uccide più la lingua che la spada

Qui gladio ferit gladio perit[1]

La ricerca di Ruben Montini si è sviluppata coerentemente, negli ultimi quindici anni, concentrandosi su tematiche scomode ma più che mai urgenti ed attuali, conducendo un attacco frontale agli stereotipi eteronormativi legati al sesso, all’orientamento sessuale e alle cosiddette ‘identità di genere’, attraverso un ricorso, privilegiato, al medium performativo. Queste caratteristiche hanno determinato gli esiti di una strategia estetica precisa, che ho avuto modo di seguire nel tempo, e che ha contraddistinto la cifra stilistica di questo artista difficile, nel variegato mondo della performance in Italia.

Montini attraverso l’ostensione del proprio corpo nudo, esibito, tatuato, mortificato, a volte tagliato, sanguinante, glorificato, sempre vissuto, ha messo in scena la propria Passione, il proprio laico martirio. Una Via Crucis costellata di azioni che nel loro complesso restituiscono la topografia di un corpo imperfetto, di un Ecce Homo finalmente desacralizzato, su cui l’artista ha iscritto i Traumi, il Dolore e la Sofferenza che il Corpo Sociale infligge a chi è “Diverso”, trasformandolo nella parte fondante del proprio lavoro, quasi in una parte imprescindibile del proprio destino.

Nel corpus di opere di Montini, il corpo dell’artista si alterna alle tracce residuali che ne celebrano l’assenza, disseminandosi nello spazio dell’opera. Un lungo percorso introspettivo e a tratti auto-analitico, che si apre ad uno spregiudicato eclettismo inter-mediale: performance, e fotografia e video, talvolta unite alle tracce residuali dell’azione stessa, ma anche pittura, disegno, installazione, ricamo.

Nel versatile vocabolario plastico di Montini, il ricamo ha sempre occupato un posto centrale. L’artista si appropria di un’attività generalmente considerata muliebre e relegata alle cosiddette “arti minori”, per trasformarlo in uno strumento che celebra, in maniera ironica e polemica, come spesso nel suo lavoro, la sovversione degli schemi socialmente accettati.

L’amore indicibile, 2021, il cui titolo ricorda la celebre e dolorosa definizione dell’Amore, che non osa dire il proprio nome[2] resa immortale da Oscar Wilde, è una fotografia amatoriale che restituisce un momento di intimità dell’artista, immediatamente contraddetto da un fitto ricamo in filo dorato che cancella l’altra persona presente nello scatto. Montini ci restituisce un’immagine che sfugge ai cedimenti o alle idealizzazioni della memoria, pur conservando un potenziale fortemente evocativo. L’opera può scatenare ricordi, creare un cortocircuito straniante tra l’istante dello sguardo e il momento bloccato dall’immagine. È così possibile immaginare un momento intimo della vita di coppia dell’artista, smascherandone meccanismi, antagonismi e contrasti, in cui memoria e momenti di vita vissuta si rincorrono e si rivelano nella loro immediatezza non costruita, offrendosi in una ostentata e impudica intimità ammiccante, nella costante attesa di un’intrusione, da parte dello spettatore-voyeur, il quale occupa una posizione che gli conferisce il privilegio dello sconfinamento in un ambito in cui resta, inevitabilmente, un intruso, un consumatore per procura.

Montini ha sempre utilizzato il proprio corpo, trasformandolo in un carnaio di segni (Baudrillard), su cui sperimentare azioni talora cruente alternate a momenti addirittura intimi, privati. Se non uccide fortifica, 2020 è una performance che l’artista realizza per l’inaugurazione di ‘CONFINO’[3], l’artist run space che Montini ha aperto recentemente, dove presenta unicamente il lavoro di giovani artisti omosessuali che vivono in Italia. In questa azione, Montini si tatua sulle braccia la storpiatura al femminile del proprio nome di battesimo: ‘Nicoletta Rubenitta’ (da Nicola Ruben). Una tentazione autobiografica, come spesso nel modus operandi dell’artista, che affonda le radici nella sua infanzia. Questo era il nomignolo usato dai suoi compagni di classe, per schernire gli atteggiamenti dell’artista, considerati effeminati.

Questo lavoro richiama una delle prime performance di Montini: Frocio (2009), epiteto più offensiva dell’ironico “finocchio”, il cui contraltare politically correct è “gay”, neologismo assurto a segno storico di un’auto-nominazione legata all’orgoglio del movimento post-Stonewall negli Stati Uniti: “Good As You” per sottolineare, per l’appunto, il rispetto delle differenze.

In quest’azione l’artista reagisce all’omofobia che caratterizzava, e purtroppo caratterizza, gran parte della società italiana. Nel momento in cui scrivo, qui a Bogotá, mi giungono gli echi delle polemiche per l’approvazione del ddl Zan contro l’omotransfobia, da cinque mesi bloccato al Senato italiano tra rimpalli, pressing, resistenze e maggioranza parlamentare spaccata.

Questi due lavori testimoniano come Montini abbia sempre attaccato la morale comune, il cosiddetto buon senso, ma rivelano anche il lato più impegnato e politico dell’artista, in quanto rivolgono una critica alle istituzioni italiane, ree di non aver ancora promulgato una legge contro l’omotransfobia. Frocio è un’azione concepita in dialogo con Perra (2005) di Regina José Galindo: l’artista nel corso di una performance drammatica si incide con un coltello sulla gamba sinistra l’insulto “perra” (cagna), in riferimento alla macabra pratica, nel suo paese, il Guatemala, di incidere questo epiteto nelle carni delle donne violentate e poi uccise, come estremo segno di spregio. Entrambe le azioni – come anche la più recente Se non uccide fortifica ricordano, in una forma cruda e senza retorica, che l’essere umano, aldilà delle questioni di genere, è sempre sul filo della sottomissione e del disprezzo. Entrambi gli artisti, abbandonano spesso la strategia baudrilliardiana della seduzione per assumere quella, scomoda, sia per loro sia per il pubblico che assiste, della sottomissione. Regina protesta contro la pratica barbara del femminicidio con un’azione di denuncia, di cui Montini recupera l’impianto per restituirlo trasfigurato in due azioni che a differenza di anni, confermano l’affermazione, nel lavoro di Montini, dell’orgoglio omosessuale.

Infine Lame, 2021, il lavoro che titola la mostra, è costituito da una serie di 49 opere su tela, in cui l’artista ha catalogato tutti gli insulti omofobi contemplati nella lingua italiana e nei vari dialetti regionali del Bel Paese, li ha ritagliati in organza di seta rossa, per poi cucirli su composizioni di broccato sardo, pizzi, velluti e altre stoffe, applicate su tela. Questi lavori, la cui apparenza sontuosa stride col messaggio su di essi ricamato, sono esposti in rapporto dialettico con opere di Nicolò Bruno, del duo Prinz Gholam [4] e di Karol Radziszewski.. Le loro opere ritraggono scene di amore omosessuale, come nel caso di Prinz Gholam (PG Monogatari [undressing]; PG Monogatari [public garden], entrambi 2021) e di Nicolò Bruno (Love Story, 2013, Nella buona e nella cattiva sorte, 2021). Karol Radziszewski presenta anche un’opera che come nel caso di Montini, cede a tentazioni autobiografiche: Self-portrait, from the series “1989”, 1989/2019, in cui l’artista polacco si rappresenta bambino, vestito da principessa. Un bambino che, sicuramente è stato vessato, come Montini nella sua infanzia, da insulti di matrice omofoba, di cui Lame costruisce un inquietante inventario. D’altronde, come recita l’antico andante: ‘ne uccide più la lingua che la spada’. E Lame, in questo senso, suona come una vera e propria dichiarazione di guerra ai perbenismi, alle false ipocrisie borghesi, ad ogni genere di conformismo. Una guerra che Ruben Montini ha ingaggiato con il suo lavoro, consapevolmente, da diversi anni, e che è continuato, ininterrotto, fino ad oggi.

Eugenio Viola,  Chief Curator | Museo de Arte Moderno de Bogotá

Contatti
Prometeo Gallery Ida Pisani | Via G. Ventura 6, Milano
info@prometeogallery.com

[1] La frase è una locuzione latina, che tradotta letteralmente significa «Chi di spada ferisce di spada perisce». È una riformulazione retorica di quella pronunciata dal Cristo nell’orto del Getsemani, una volta catturato dai soldati inviati dai principi dei sacerdoti. Cfr. le versioni, tuttavia parzialmente divergenti, degli evangelisti Matteo (26,51-52), Marco (14,47) e Luca (22,50-51).

[2] Ovvero la strenua difesa di Oscar Wilde pronunciata nel corso del processo che lo condannerà ai lavori forzati del 1895.

[3] CONFINO, Castelnuovo del Garda (VR), giugno 2020. Da giugno 2021 nella nuova sede di Torino.

[4] Wolfgang Prinz (Leutkirch, Germania, 1969) e Michel Gholam (Beirut, Libano, 1963). Lavorano insieme dal 2001.