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Apre Art Genève 2026: la giusta misura di una fiera d’arte
Fiere e manifestazioni
Se non si arriva con un mezzo privato, le linee 8 o 5 collegano in modo efficace il centro al Palexpo. Il paesaggio fuori non è indimenticabile, ma restituisce scorci di un passato industriale in lenta trasformazione, con magazzini e capannoni che si alternano a nuove silhouette urbane. All’interno del padiglione, tappeti rossi e luce soffusa fanno da cornice a poltrone e divani di design…Una fiera dove ci si può anche sedere!

Alla sua quattordicesima edizione, Art Genève conferma una dimensione contenuta, e una vocazione fortemente istituzionale. Le 81 gallerie e i 27 centri d’arte, musei e fondazioni coinvolti hanno attirato fin dalle prime ore un pubblico internazionale composto in prevalenza da collezionisti, seguiti da curatori, direttori di museo e artisti. La stima di circa 7.000 visitatori nel solo primo giorno conferma il ruolo che la città ha ormai assunto come primo appuntamento dell’anno per l’arte contemporanea. Un clima percepito anche dagli espositori. Karin Seiz-Meile, partner della Galerie Urs Meile di Zurigo, parla di una fiera che “funziona come un orologio svizzero”, con vendite importanti concluse già nelle prime ore sia con collezioni pubbliche sia private. Un’impressione condivisa da Hauser & Wirth, partecipazione storica a Ginevra: il direttore Grégoire Schnerb sottolinea un’atmosfera positiva, ideale per inaugurare l’anno, e segnala incontri qualificati con musei e collezionisti europei e internazionali, accompagnati da vendite rapide di opere di Lorna Simpson (New York, 1960), Cindy Sherman (Glen Ridge,1954), Takesada Matsutani (Osaka, 1937), Verena Loewensberg (1912–1986) e Günther Förg (1952–2013).

Art Genève nasce nel 2012 come progetto autonomo, pensato per offrire alla più piccola delle capitali, una fiera di arte moderna e contemporanea capace di dialogare con il solido tessuto collezionistico locale senza entrare in competizione diretta con i grandi colossi del settore. Ideata da Thomas Hug, si afferma fin dall’inizio per il dialogo tra dimensione commerciale e contesto culturale, affiancando alle gallerie musei, fondazioni e scuole d’arte. Alla guida attuale c’è Charlotte Diwan, al suo terzo anno come direttrice, che all’inaugurazione ha parlato di un avvio molto positivo e di segnali incoraggianti, pur senza anticipare dati definitivi sulle vendite. Va inoltre segnalata la politica di accesso agevolato per alcune gallerie con minori disponibilità economiche, attraverso stand a prezzi calmierati. Ne deriva una selezione in cui la qualità non coincide automaticamente con la forza commerciale e in cui emergono artisti solidi, talvolta sorprendenti, non sempre rappresentati.

25.2 x 25.2 x 4 cm (framed) 24 x 24 cm (unframed) © JP Bland
L’edizione 2026 rafforza questa impostazione con un programma diffuso di installazioni, performance, incontri e visite guidate, e la consueta attenzione alle monografiche. La sezione Solo presenta 16 mostre personali, a cui si aggiungono altre 15 monografiche nel corridoio principale, integrate agli stand tradizionali. Colpisce la presenza dell’arte africana come parte sostanziale del racconto della fiera, in rappresentanza da gallerie blue-chip come Templon e Lelong. Tra i lavori più convincenti, quelli di Roméo Mivekannin (Benin, 1986), presentato da Gowen, che rilegge l’immaginario pittorico occidentale con imponenti ritratti su velluto, tenendo insieme storia dell’arte, identità e politica. Sul piano delle tendenze emerge una linea elvetica legata alla geometria, il cosiddetto neo-geo, erede dell’attitudine di Sylvie Fleury (Ginevra, 1961) e John Armleder (Ginevra, 1948), i cui pezzi si collocano stabilmente su valori a sei cifre, riletta dalle nuove generazioni.

Glass, antique glass, water glass, glass transfer, lead, tin, steel 130 x 50 cm
Qualche appunto di mercato: da Rosa Turetsky, un insolito palinsesto di Gideon Rubin (Tel Aviv, 1973) è proposto intorno ai 2.900 franchi al pezzo, mentre Nicolas Party (Losanna, 1980), sempre da Gowen, si conferma nella fascia alta, con un 100 × 70 cm attorno ai 240.000 franchi. Tra i più giovani spicca Adrien Belgrand (Parigi, 1997), presentato da Lara Sedbon, con prezzi compresi tra i 3.000 e i 5.000 franchi. Da Fabienne Levy, un lavoro di Amit Berman (Tel Aviv, 1987) è intorno ai 10.000 franchi, accanto a opere di Man Ray (1890 –1976) proposte a circa 55.000 franchi. Qui anche una piccola monografica di Aimée Moreau (1926–2023), pittrice svizzera nota per le sue nature morte di estrema delicatezza. Una nota speciale va alla Larkin Erdmann Gallery, che espone Antonio Calderara (1903 – 1978), artista di straordinaria finezza ancora poco noto al grande pubblico, con opere intorno ai 75.000 franchi.
Tra le monografiche più interessanti, quella dedicata a Duke Riley (Boston, 1969), noto negli Stati Uniti ma ancora poco visto in Europa, presentato da Galerie Georges-Philippe & Nathalie Vallois con lavori tra i 50.000 e i 70.000 dollari. Dal suo studio a Brooklyn e da una barca-laboratorio in Rhode Island raccoglie plastica e detriti marini lungo spiagge e corsi d’acqua, trasformandoli in oggetti che richiamano tecniche decorative sviluppate dai marinai sulle navi baleniere tra XVIII e XIX secolo, come lo scrimshaw o i sailor’s valentines. Flaconi di detersivo, cappucci di penne e accendini diventano emblemi di un’invasione silenziosa, e strumento critico per parlare di devastazione ecologica e industria dei combustibili fossili.

Al booth di Waddington Custot una carta rara di David Hockney (Bradford,1937) dalla serie Paper Pools, un ciclo di fogli realizzati negli anni 1978–1980 con carta pressata colorata a mano, di cui esistono solo una ventina di esemplari, intorno ai 300.000 franchi. Esigua la quota italiana. Tornabuoni, Studio Gariboldi ed Enrico Astuni. Quest’ultimo presenta il progetto Eccentrics, con opere di Christian Jankowski (Göttingen, 1968), Suzanne Lacy (Wasco, 1945), Maurizio Nannucci (Firenze, 1939), Gianni Piacentino (Coazze, 1945) e Steven Pippin (Redhill, 1960), abbinati al più giovane Juri Bizzotto (Bassano del Grappa, 1998). Tra gli stand più riusciti quello di Les filles du calvaire, basata nel Marais, a tema materia e metamorfosi. Le sculture di Kate McGwire (Londra, 1968), originate da lunghi processi di raccolta e lavorazione delle piume di gazze ladre, si confrontano con i lavori in vetro di Clara Rivault (Parigi, 1992) di gusto liberty con prezzi medi sotto i 20.000 franchi.

Come anticipato, Art Genève conferma un secondo livello di lettura dato dai progetti speciali. La Fondation Antoine de Galbert presenta il lavoro di Nobuko Tsuchiya (Osaka, 1972), mentre il MAMCO rende visibile il processo di acquisizione museale con In Course of Acquisition. Sul versante performativo, lo Swiss Institute di New York propone ESPRESSOBAR, opera ibrida che intreccia installazione, performance e socialità quotidiana. Completano il quadro il contributo formativo dell’École des Arts Décoratifs – PSL, il lavoro sulla videoarte di videokunst.ch e della Sammlung Ketterer-Ertle, e il progetto immersivo Le Plaza crosses the screen. Il Prix Solo Art Genève–Piaget, main sponsor, è stato assegnato a Maximilian William per il lavoro di Reginald Sylvester II (Los Angeles, 1987), con due opere entrate nella collezione del MAMCO. Infine, sempre legata al museo, Art Genève / Musique presenta Before Demolition, un ciclo di performance ospitato al Temple de la Servette, edificio brutalista progettato da Paul Marti e inaugurato nel 1970, destinato alla demolizione nei prossimi mesi. Curato da Augustin Maurs con Catherine Othenin-Girard, il calendario prevede Monica Bonvicini (Venezia, 1965), Alicia Frankovich (Auckland, 1980) e Hanne Lippard (Milwaukee, 1984), quest’ultima in dialogo con il musicista Renato Grieco (Napoli, 1987).
Nel tempo Art Genève ha cambiato passo e ambizione. Una volta circolavano opere da milioni, e questa era una piccola Art Basel. Se gli zeri si sono ridotti, il pubblico si è però allargato e gli espositori appaiono più tranquilli, fiduciosi di non riportare indietro ciò che hanno portato. Si parla francese, la fonduta arriva puntuale e, almeno per ora, il modello funziona.












