14 aprile 2021

La Biennale di Sidney 2022 da scoprire, tra arte, politica ed ecologia

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La Biennale di Sidney presenta la sua 23ma edizione, che aprirà a marzo 2022: 60 autori da tutto il mondo per riflettere sull’ambiente, a partire dalla prospettiva di un fiume e dall'etimologia latina

Embassy of the North Sea, Opening manifestation Listening to the Sea, 2019. Courtesy Hollandse Hoogte. Photograph: Laurens van Putten.

«Riconosciamo i tradizionali abitanti della Nazione, in particolare il popolo Gadigal della Nazione Eora, sulle cui terre si svolge la Biennale di Sidney». La scritta bianca, in un inglese nitido e austero, spicca sul banner nero pop up che si apre non appena viene caricata la pagina della home della Biennale di Sidney. Come a dire che il riconoscimento dell’eredità dei luoghi e dei paesaggi, della prossimità tra le pulsioni degli individui e le forze della natura, non può che cominciare da una buona comunicazione online. D’altra parte, è spazio anche questo categorizzato come virtuale e, quindi, definito in base alla sua estensione da popolare, da conquistare, dividere o condividere, da far germogliare. E infatti, continua il testo del banner, «Riconosciamo la continuità della loro connessione con la terra, le acque e la cultura e porgiamo il nostro rispetto ai più Antichi, al passato, al presente e a ciò che emerge».

Poi, dopo un clic sulla X, si entra ufficialmente nel sito, che annuncia le date della 23ma edizione della Biennale di Sidney, che si svolgerà dal 12 marzo al 13 giugno 2022. E sono numeri che, in questo contesto così incerto, sembrano poco più che aleatori ma sarebbe bello andare liberamente dall’altra parte del mondo, letteralmente gli antipodi, per andare a “vedere cose”. Chissà, appunto.

 

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Rivus, ovvero un caso di nome omen

Diretta da Jose Roca e curata da Paschal Daantos Berry, Anna Davis, Hannah Donnelly e Talia Linz, questa Biennale di Sidney 2022 sarà incentrata su un termine latino, una lingua di conquista oltre che di civiltà, cioè “rivus”, fiume, ruscello, canale. Insomma, acqua che scorre ma anche, nell’interpretazione dei curatori, zone umide e immagini adatte per rappresentare la molteplicità dei sistemi viventi, organici e interconnessi, con tutte le implicazioni politiche e geopolitiche del caso.

Un caso di nomen omen etimologicamente ripreso dai curatori: rivale, rivalità, in inglese rivalry, ha la stessa etimologia di rivus, river in inglese, e la discendenza è evidente. Se i due proprietari di due campi separati da un unico fiume attingono alla stessa acqua per irrigare le proprie terre, allora facilmente si svilupperà una contesa. Una rivalità sorta dall’acqua e spiegata attraverso l’esperienza minuta del quotidiano che, però, seguendo il lunghissimo piano inclinato della storia, ha portato a contese ben più ampie e tragiche e anche, in fondo, all’intrecciarsi di relazioni, storie, eventi e coincidenze.

«La saggezza indigena ha inteso da tempo le entità non umane come esseri ancestrali viventi con un diritto alla vita che deve essere protetto. Ma solo di recente alcune piante, montagne e specchi d’acqua hanno ottenuto la personalità giuridica. Se possiamo riconoscere che un fiume ha una sua voce, cosa potrebbe dire?», scrivono i curatori. E se potesse parlare, cioè comunicare in maniera chiaramente intellegibile, cosa succederebbe?

Biennale di Sidney 2022: i partecipanti, tra minoranze e Paesi emergenti

Per il momento, il fiume parlerà per interposta persona, attraverso i sui portavoce. «Rivus consentirà agli esseri acquatici – fiumi, zone umide e altri ecosistemi di acqua dolce e salata – di condividere un dialogo con artisti, architetti, designer, scienziati e comunità», continuano. E considerare la prospettiva dell’acqua solleva interrogativi improbabili: Per esempio, «Un fiume può farci causa per sversamenti di acque reflue psicoattive?». E così via: «Alle ostriche potrebbero crescere i denti per vendetta acquatica? Cosa ne pensano le anguille? In quale lingua parlano gli oracoli della palude? Le alghe ricordano i giorni della zuppa primordiale? Le onde sono il desiderio dell’oceano?», sono le domande che gli organizzatori pongono agli autori invitati, artisti ma non solo, partecipanti in senso esteso, come individui latori di esperienze e di fisicità.

 

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Sono 60 quelli appena annunciati, alcuni nomi molto conosciuti del panorama artistico internazionale, diversi provenienti da Paesi considerati periferici e rappresentanti di minoranze. Tra i vari, A4C Arts for the Commons, collettivo tra Ecuador e Italia, Ana Barboza e Rafael Freyre (Perù), Milton Becerra (Venezuela/Francia), Hera Büyüktaşcıyan (Turchia), Tania Candiani (Messico), Yoan Capote (Cuba), Alex Cerveny (Brasile), Cian Dayrit (Filippine), Embassy of the North Sea (Paesi Bassi), Joey Holder (Inghilterra), Aluaiy Kaumakan (Paiwan Nation, Paridrayan Community, Taiwan), Eva L’Hoest (Belgio), Mata Aho Collective (Nuova Zelanda), Wura-Natasha Ogunji (Nigeria/USA), Mike Parr (Australia), Dineo Seshee Bopape (Sud Africa), Kiki Smith (USA), Barthélémy Toguo (Camerun/Francia), Hanna Tuulikki (Inghilterra/Scozia/Finlandia), Zheng Bo (Cina).

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