-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
La Grazia di Paolo Sorrentino non è un film politico
Film e serie tv
I film che restano per tanti anni nel cassetto in attesa di essere realizzati sono, solitamente, quelli che riescono meglio. Hanno la possibilità di evolversi, di correggersi, di ponderarsi. Il tempo li perfeziona, fino a quando il cassetto non viene riaperto e l’idea, ormai matura, è pronta a diventare film. È forse questo il motivo per cui l’attore protagonista Toni Servillo, nel presentare La Grazia al BFI London Film Festival, ha tradito un principio di emozione. «È un film che ho voluto fortemente, e che vi invito a vivere così come l’ho vissuto io, con interesse e commozione». E nel tratteggiare un ritratto del suo personaggio, il fittizio Presidente della Repubblica Mariano De Santis, l’attore non ha nascosto l’ammirazione che prova per lui: «De Santis è un personaggio molto intrigante, perché nei tempi che attraversiamo, così difficili e di grande smarrimento, egli non segue la verità, ma compie le sue scelte lasciandosi orientare dal dubbio».

De Santis, giurista ortodosso ed esperto temporeggiatore, incarna il meglio degli ultimi presidenti italiani: saggezza, autorevolezza, discrezione. Sul punto di affrontare il semestre bianco, è lacerato dagli ultimi dubbi operativi, riguardanti concessioni di grazia e la firma della legge sul fine-vita. In bilico tra l’azione e l’immobilismo, il presidente è incalzato dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti), sua fidatissima consigliera, nonché testimone privilegiata di un passato doloroso. Mariano, infatti, deve ancora elaborare la morte della amatissima moglie Aurora, scomparsa otto anni prima. I fantasmi della moglie perduta, che percorrono silenziosamente le sottotrame del film, rendono La Grazia anche «Una straordinaria elegia dell’amore coniugale», così nelle parole di Servillo. Nel corso degli ultimi mesi del suo mandato, il Presidente attraverserà momenti di inquietudine e riflessione, che lo accompagneranno nella difficile maturazione delle scelte finali.

Sia la struttura della storia che la natura dei temi trattati suggeriscono un rinnovato interesse di Paolo Sorrentino nei confronti dell’uomo politico, raffigurato questa volta in chiave più intima ed emotiva. Ben lontana dalle spericolate cronache de Il Divo e Loro, La Grazia torna a sondare l’interiorità dell’uomo di successo, esplorandone solitudini e disillusioni. Spogliato delle mille eccentricità che caratterizzavano il Servillo-Andreotti e il Servillo-Berlusconi, e afflitto dalla comunissima patologia della procrastinazione, De Santis si presenta come un personaggio profondamente umano. Indeciso, riflessivo, «Situazionista e non arrogante», il Presidente si pone quasi come contraltare ai frenetici politici di oggi e non è difficile riscontrare in questa sua caratterizzazione un certo tasso di attualità.

Ma è bene notare che De Santis, se svestito delle sue fattezze presidenziali, è prima di tutto un uomo anziano che si incammina timidamente verso il termine della sua carriera. Nel raccontare le sue vicissitudini interiori, ambientate nei saloni deserti del Quirinale – una “casa dei vecchi” all’ennesima potenza – Sorrentino volge nuovamente il suo sguardo autoriale verso il disincanto della vecchiaia. È qui che emerge il nocciolo tematico del film, squisitamente esistenziale, a cui la componente politica fa semmai da raffinatissima cornice. Scriveva il regista nel suo romanzo Hanno tutti ragione (2012) «Che la vecchiaia e la giovinezza possiedono straordinari, inattesi punti di contatto». E in effetti, Mariano De Santis altro non è un vecchio alla ricerca di giovinezza. E non solo perché in segreto è solito ascoltare in cuffia le canzoni di Gué Pequeno (dai lyrics non certo istituzionali) ma soprattutto perché il Presidente, ormai stanco delle formalità, ritorna ad assumere dei connotati ontologici tipicamente giovanili, quali il dubbio e la curiosità.

Molti critici hanno visto ne La Grazia il tentativo da parte di Sorrentino di correggere la sua rotta filmografica dopo l’eccessivo barocchismo del film precedente. Ma in quest’ottica, il personaggio di De Santis è molto più simile di quanto non sembri alla bella e triste Parthenope, in quanto entrambi accomunati, seppure in misure diverse, dall’incertezza, dalla solitudine e dalla insaziabile ricerca di vitalità. La Grazia, in fondo, presenta una rielaborazione di questi temi, che questa volta vengono però riscritti attraverso una grammatica diversa: la grammatica della vecchiaia. All’emotività si sostituisce quindi la pacatezza, all’eccesso la sobrietà.

Ma al di là delle questioni di stile, è utile sottolineare che anche De Santis, come Parthenope, è alla disperata ricerca di leggerezza. Leggerezza vagheggiata, inseguita e mai raggiunta, che ricorre in tante delle opere sorrentiniane, costituendone uno dei leitmotiv più peculiari. In questo senso, La Grazia non fa eccezioni. Al centro del film c’è la storia di un uomo solo, che giunto al termine della sua vita, cerca di recuperare la spensieratezza perduta.

La distanza tra Presidente e uomo comune si azzera nel momento in cui, aguzzando gli occhi, ci si accorge che il suo travaglio è il travaglio di tutti. E senza farsi depistare troppo da un insolito impegno politico di Sorrentino, ci si convince che è nella costante oscillazione tra gravitas e levitas che risiede, in ultima analisi, il significato profondo del film.












