13 aprile 2024

Other Identity #107. Altre forme di identità culturali e pubbliche: Matteo Verre

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Other Identity è la rubrica dedicata al racconto delle nuove identità visive e culturali e della loro rappresentazione nel terzo millennio: la parola a Matteo Verre

Matteo Verre, Autoritratto

Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica “OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche” vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Matteo Verre.

 

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Other Identity: Matteo Verre

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?

«Il confine tra pubblico e privato si fa sempre più sottile. C’è una ricerca spasmodica di costante condivisione anche degli aspetti più banali della vita di tutti i giorni che i meccanismi contemporanei alimentano a dismisura. Ma è una condivisione di superficie. Apparire in un certo modo, quello in cui speriamo di venire apprezzati dagli altri, è diventato un’ossessione. In un certo senso questo è sempre esistito, basta pensare ai ritratti commissionati agli artisti da parte della nobiltà, solo per fare uno dei tanti esempi possibili, solo che oggi abbiamo semplicemente degli strumenti alla portata di tutti che permettono di perseguire lo stesso obiettivo: affermare la propria esistenza al mondo, andare oltre il fatto che siamo esseri finiti, lasciare una traccia.

Non sto dicendo niente di nuovo, ci sono studi ricerche e pubblicazioni di ogni tipo che trattano questo tema, penso solamente che sia importante rifletterci, averne quantomeno consapevolezza, cercando di non adottare passivamente determinati comportamenti solo perché quella è la tendenza del momento, e questo anche in ambito artistico.

In questo contesto per me l’arte, oltre che un bisogno, è un linguaggio, una forma di ricerca e di espressione, che si interroga sul, ed esprime il, proprio tempo. Siamo animali sociali e la comunicazione è uno degli aspetti che ci accomuna e ci ha permesso di svilupparci fino a questo punto. Ma la comunicazione si può svolgere su diversi livelli e l’arte, in tutte le sue sfaccettature, credo sia un mezzo capace ti toccare questa molteplicità di livelli con una grande profondità».

Matteo Verre_Corpus II_2020_Fotografia digitale

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?

«Tocchi uno dei temi che per me è fondamentale. L’identità è uno dei perni attorno al quale ruota la mia ricerca ed uno dei motivi per cui l’autoritratto è una parte importante della mia attività artistica. E più cerco di spingere a fondo questa ricerca più mi rendo conto di quanto sia complesso definire un’identità. Ci sono talmente tanti fattori coinvolti a livello conscio ed inconscio, che arrivare a capire come e perché siamo strutturati in un certo modo è un lavoro complesso e potenzialmente senza fine, dato che l’identità è in continua evoluzione, la costruiamo giornalmente attraverso il nostro rapporto con il mondo esterno e di conseguenza con noi stessi.

Per questo l’identità è uno dei fili conduttori del mio lavoro. Se dovessi inquadrarla nell’arte contemporanea, potrei definirla allora come quella di un ricercatore. Mi pongo domande su me stesso e su ciò che mi circonda, e l’arte è il mezzo per me più naturale per esprimere i concetti, i sentimenti e le emozioni che questa ricerca fa affiorare, nel tentativo di comunicarli al mondo».

Matteo Verre_Homo Fragilis_2019_Fotomanipolazione

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?

«Vivendo in società, è un qualcosa con cui tutti abbiamo a che fare, su vari livelli e in vari contesti: che sia la tua famiglia, il condominio in cui vivi, la tua città, tutta la nazione o il mondo intero. Trovo ipocrita, o forse solo superficiale, chi dice di non interessarsi alla propria apparenza sociale e pubblica. Anche affermare una cosa del genere è solo un altro modo per costruirsi un’apparenza sociale e pubblica. Per farti un esempio, anche in questo momento mi preoccupo che dalle mie risposte a questa intervista traspaia l’importanza che hanno per me queste riflessioni e l’onestà con cui cerco di esporle, perché ciò è parte fondamentale della mia vita, provo a far coincidere ciò che appare con quello che sono.

Personalmente poi cerco di non farmi condizionare al punto da sacrificare il mio sistema di valori e la mia sanità mentale in nome di un’apparenza che possa essere socialmente accettabile dalla maggior parte delle persone. So di far parte di questo meccanismo, capisco che una parte dei miei comportamenti sono inevitabilmente condizionati da esso, ma provo ad usare questa consapevolezza, tenendola presente, per non subire passivamente il sistema in cui sono immerso».

Matteo Verre_Points in the fourth dimension#1_2020_Fotomanipolazione

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?

«Credo che l’arte, come la vita, sia la conseguenza di un infinito processo di appropriazione, rielaborazione e rivisitazione di elementi preesistenti.

Un remix che si autoalimenta, senza soluzione di continuità. D’altronde copiare è uno dei meccanismi di base dell’apprendimento della maggior parte delle specie viventi su questo pianeta, compresa la nostra. Lo abbiamo impresso nel DNA. Ci sono molti, forse la maggior parte, che per comodità si limitano alla copia, che può essere di uno stile di vita, una fede religiosa, una tendenza artistica, e altri che invece all’interno di questo processo provano a immettere qualcosa di diverso. Spesso il risultato è un fallimento, ma poi ci sono momenti in cui magari nasce il Cubismo, o una teoria della meccanica quantistica. Nuovi modi di rappresentare noi stessi, o il mondo, o entrambe le cose. Il valore di tutto ciò sta nelle persone che continuano a provare ad immettere quell’elemento diverso nel meccanismo nonostante i fallimenti. Questo è ciò che ci tiene in vita, a livello sia materiale che ideale. Per questo mi spaventa la tendenza all’uniformarsi della cultura, all’appiattimento della diversità, che per ignoranza o per comodità deve essere eliminata invece che esaltata come un valore aggiunto. Se dovessimo arrivare al punto in cui più nessuno sarà in grado di avere un proprio pensiero che stona con il senso comune, allora ci saremo guadagnati il diritto di estinguerci».

Matteo Verre_SST#1_2021_Fotomanipolazione

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un artista agli occhi del mondo?

«Essendo molto relativista, come forse avrai inteso, non ho mai amato le definizione univoche, le trovo limitanti, ma so anche che sono una semplificazione necessaria per non perdersi nella complessità della realtà in cui viviamo. Preferirei però che fosse il mondo a definirmi come un artista, perché in tal caso questo si avvicinerebbe molto a come mi sento e cerco di definirmi io, e significherebbe soprattutto che il mio modo di trasmettere e comunicare in qualche modo funziona e viene percepito anche da chi è esterno a me, evitandomi anche un certo grado di dissonanza cognitiva».

Matteo Verre_SST4_2023_Fotomanipolazione

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?

«In una ipotetica realtà alternativa mi sarebbe piaciuto essere un matematico, o un astrofisico, per scavare a fondo nella struttura stessa di tutto ciò che ci circonda. In un’altra realtà avrei studiato neuroscienze, il funzionamento del cervello mi affascina profondamente, perché è da quello che traiamo la nostra percezione della realtà. Per adesso cerco di aderire a questa di realtà, che è quella in cui non posso fare altrimenti di vivere».

Matteo Verre_Stop making sense#5_2018_Fotografia digitale

Biografia

Nato a Livorno, Matteo Verre è un artista visivo che lavora con la fotografia. Studia Storia dell’Arte Contemporanea all’Università di Pisa e contemporaneamente inizia d esplorare il mezzo fotografico. Nel corso del tempo la sua pratica si espande in diverse direzioni, segnata da artisti come Mapplethorpe e Ulay, le cui ricerche sulla figura umana hanno avuto un grande impatto su di lui, combinate con i suoi interessi per la fisica quantistica e l’antropologia culturale, modellando il suo punto di vista sulle diverse prospettive con cui guardare alla condizione umana. Inizia quindi a connettere questi elementi per creare una propria poetica, concentrandosi su temi come l’identità e la memoria, che ora costituiscono il nucleo della sua ricerca. Il suo amore per l’arte lo spinge a studiare e migliorare costantemente le sue capacità tecniche e ad approfondire il linguaggio artistico, con l’obiettivo di tradurre in immagini i suoi pensieri, sentimenti ed emozioni.

Selezionato nel 2016 da Magnum Photo e Canon per il “First impression portfolio review” al Visa Pour l’Image Festival di Perpignan, ha esposto i suoi lavori al Voies Off Festival di Arles (2019), a Paratissima Art Fair di Bologna (2020), ha partecipato al progetto “Home Museum” per il Lagos Photo Festival (2020), menzionato dalla giuria al Premio Combat Prize di Livorno (2021), ad Imagenation Paris nel circuito Paris Photo Off alla Galerie Joseph (2021), al Liquida Photo Festival nella cornice di Paratissima Torino (2023).

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