29 marzo 2026

Other Identity #198, altre forme di identità culturali e pubbliche: Stefania Zorzi

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Other Identity è la rubrica dedicata al racconto delle nuove identità visive e culturali e della loro rappresentazione, nel terzo millennio: la parola a Stefania Zorzi

Stefania Zorzi, Arrivo e Partenza, 2022, autoscatto, fotografia digitale, filo di cotone

Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Stefania Zorzi.

RITRATTO

OTHER IDENTITY:  Stefania Zorzi

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?

«Nella mia arte c’è la forte presenza del corpo, delle emozioni, dei passaggi esistenziali, dei ricordi, delle relazioni e della ricerca di se stessi in dialogo con gli spazi e gli oggetti. Lavorando principalmente con l’autoscatto, il corpo rappresentato, con il suo portato emotivo, è il mio e questo rende il rapporto ancora più intimo e in qualche modo necessario per esperire e rappresentare i riflessi dell’anima.

Allo stesso tempo si crea un distanziamento da quello che viene raffigurato. Per me l’arte è sempre stata una possibilità di esprimere ciò che con altri mezzi non ero in grado di comunicare ed è diventata un modo di vivere, un terreno di ricerca interiore, di trasformazione e di possibilità.

Direi inoltre che per me riguarda la percezione di sé, dell’ambiente circostante e degli altri, la potenza conoscitiva di quel sentire che non può essere descritto, ma percepito, e la continua metamorfosi, arrivando a sfiorare quell’essenza, quell’espressione che va oltre e sa comunicare direttamente, che la si sente dentro e ci si riconosce in essa.

Questa spinta, questo anelito verso un qualcosa di mai completamente raggiunto, alimenta il mio fare, con la consapevolezza che ogni rappresentazione dice quel qualcosa e anche altro, ed è anche in questo che la potenza dell’arte si rivela. C’è poi l’incontro con lo sguardo del fruitore che, portando la sua storia, crea un’ulteriore rappresentazione dell’opera stessa. In tutto questo mi godo le infinite rappresentazioni possibili della Bellezza di un contatto intimo di arte-vita, che permette di scorgere e accarezzare quel punto inafferrabile».

Stefania Zorzi, dalla serie In Bunker, 2015, autoscatto, fotografia digitale

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?

«Il tema dell’identità è vasto e abbraccia molti aspetti; anche mantenendolo nell’ambito dell’arte contemporanea mi viene difficile sintetizzare. Soprattutto per il fatto che utilizzando l’autoscatto, nel quale il soggetto e l’oggetto combaciano, diventa complesso parlare di identità…identità dell’artista, identità dell’artista nell’opera, identità dell’opera…Potrei rispondere che la mia identità di artista si riflette nell’identità dell’opera e viceversa, ma è limitante. Inoltre tralascia lo sguardo del pubblico che interagisce, attraverso le sue personali proiezioni, con l’opera, con la me nell’opera e con la me artista, andando a definire ulteriori identità.

Quando ho iniziato a fare i primi autoscatti l’esigenza era quella di esprimere ciò che provavo dentro di me e, attraverso la rappresentazione, vedere me stessa, riconoscermi. Mi cercavo: chi ero, quale era la mia identità? Il lavoro è proseguito andando nel passato, nelle memorie, nei ricordi e nei legami.

Le opere mi mostravano rappresentazioni di varie parti di me, collegamenti, emozioni, connessioni, ma non arrivavo a trovare veramente quella che io cercavo come mia identità, neppure facendo un collage di tutte quelle fotografie. Ricordo un autoscatto (dalla serie In Bunker) in cui avevo coperto il mio volto con un’opera sulla quale è stampata la mia immagine. Un continuo specchiarsi e rispecchiarsi negli strati della rappresentazione senza mai vedersi completamente. Con il tempo, si sono creati dei simboli ricorrenti nelle mie opere, finché pian piano si è costruita, sia dalle mie tracce, sia dallo sguardo dell’altro, una specie di identità, anche pubblica, di artista che lavora con il proprio corpo, le proprie emozioni, rivelando parti di sé, tra simboli e rituali, con quel filo rosso che caratterizza il viaggio.

Ma l’identità, come il filo, può diventare una morbida maglia che sostiene e apre a nuovi ricami oppure un maglione rimpicciolito, che stringe e limita i movimenti. Il desiderio è quello di un’identità libera dall’identità, che non diventi un’etichetta, un qualcosa di statico e definito.

Anche per questo la mia attenzione si concentra sempre più sui momenti di passaggio, le fasi di trasformazione e sperimentazione, mantenendo i punti cardine di un’identità legata al sentire manifestato tramite il corpo, di un’identità alla ricerca della libertà, dell’espressione più autentica di una personale sensibilità (sarà quella l’essenza della nuda identità?)».

Stefania Zorzi, dalla serie Pubertà, 2021, autoscatto, fotografia digitale

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?

«L’apparire – l’apparenza portano con sé un po’ questa idea di rimanere in superficie e di non essere vere. La mia ricerca è introspettiva e la direzione che seguo è verso un’autenticità profonda, l’apparenza sociale e pubblica non mi interessa. Questo non vuol dire che non ci si faccia i conti con essa, scegliendo se e come interagire con questo aspetto.

Se, invece, apparire lo si intende nel senso di mostrare il lavoro attraverso di sé alla società e al pubblico lo trovo necessario per far sì che l’opera sia vista, conosciuta, raggiungibile e che possa viaggiare indipendentemente dall’artista, creando nuove rappresentazioni e relazioni. Inoltre, che poi rimanga solo apparenza o che venga approfondita, dipende da vari fattori, per i quali conta molto la volontà dell’altro».

Stefania Zorzi, Das innere Ich, 2019, autoscatto, fotografia digitale

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?

«Per me il valore di rappresentazione oggi rimane quello che ha avuto da sempre, cioè la possibilità di espressione, di ricerca, di conoscenza, di svelamento, di specchio, di sperimentazione, di possibilità, di diario di viaggio, di oggetto che entra in relazione con chi crea e con chi fruisce. Si è aggiunto in modo più stabile anche un valore che avevo intuito e provato su me stessa, e che ora sto approfondendo attraverso lo studio di arte terapia, che è il valore terapeutico della rappresentazione».

Stefania Zorzi, dalla serie Tanz im Mausoleum. Ritual, 2018, autoscatto, fotografia digitale

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. mTu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?

«Nel corso della storia il significato della parola “artista” è mutato e mi dà la sensazione di essere ricoperto da molti strati. Da quando vivo in Austria il rapporto con il termine “artista: Künstler/Künstlerin” mi ha mostrato altri significati. Che accezione ha ora la parola “artista” per me? E per il mondo?

Ritornando alla tua domanda: se non per necessità descrittiva, solitamente preferisco non definirmi, mentre rimango in ascolto del costante bisogno di definirsi».

Stefania Zorzi, Oltre, 2022, autoscatto, fotografia digitale

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?

«Direi nessuna, anche se il “compositore di musica” mi affascina molto. Non lo sceglierei per “l’identità culturale e pubblica”, ma per poter vivere personalmente il talento di esprimere e di evocare le più svariate sensazioni ed emozioni, riuscendo a comunicare oltre il linguaggio della rappresentazione-raffigurazione».

Stefania Zorzi, Schmetterling, 2019, autoscatto, fotografia digitale

Biografia

Stefania Zorzi, nata a Gavardo (Italia) nel 1985, vive e lavora in Bassa Austria. Si laurea in Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti LABA di Brescia. Tramite il progetto Erasmus frequenta la Facultad de Bellas Artes di Cuenca (Spagna). La sua attività espositiva, a livello nazionale ed internazionale (Europa, nord e sud America), inizia nel 2008. Le sue opere sono presenti in musei e in collezioni private europee, pubblicate su cataloghi, riviste e libri in Austria, Francia, Italia, Serbia, USA. Membro delle associazioni grenzART, Kulturvernetzung NÖ e Kunstraumarcade (Austria) e del Centro Arte LuPier (Italia). Curatrice di mostre fotografiche per il sito internazionale VASA.

Il suo lavoro spazia dalla fotografia (principalmente autoscatti) al video, dalle installazioni e sculture alla poesia. Le opere di Stefania Zorzi sono finestre sul mondo interiore, sui passaggi esistenziali e sulle confessioni intime dell’artista, una spinta verso la ricerca del sé, rendendo il legame tra arte e vita sempre più stretto. Utilizzando metafore e simboli, Zorzi rappresenta nelle sue opere le relazioni tra le influenze circostanti – reali, immaginarie o sociali – e le emozioni. Particolare attenzione è data al corpo, agli spazi, agli oggetti, ai ricordi e alle relazioni, e a come essi siano connessi dentro e fuori di noi. Identità, comunicazione espressiva e trasformazione sono temi centrali nella sua ricerca.

 

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