29 marzo 2026

Hallyu e fashion system: Cho Sungmin racconta l’altra faccia dell’Onda coreana

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Il fenomeno della Korean Wave raccontato dall'esperienza del fashion designer Cho Sungmin, per una riflessione sul mondo della moda e sul rapporto tra visibilità globale e autonomia estetica

Negli ultimi 20 anni la Corea del Sud ha costruito uno dei più efficaci dispositivi di produzione culturale della contemporaneità. È quella che viene comunemente definita “Hallyu”, la Korean Wave, un fenomeno più complesso di ridefinizione simbolica: un soft power estetico che attraversa cinema, musica, televisione, beauty, arte e moda, trasformando Seoul in uno dei nodi più dinamici dell’immaginario globale. Dal riconoscimento internazionale del cinema coreano con opere come Parasite alla pervasività globale del K-pop, incarnata da gruppi come BTS e BLACKPINK, fino alla viralità delle narrazioni seriali come Squid Game, la Corea ha progressivamente trasformato la propria cultura in un linguaggio esportabile e altamente riconoscibile.

All’interno di questo ecosistema, la moda occupa una posizione ambigua e particolarmente interessante. Se da un lato Seoul è diventata uno dei contesti urbani più accelerati e competitivi dell’industria globale dell’immagine, dall’altro molti designer coreani stanno sviluppando pratiche che interrogano proprio questa logica di velocità e iperproduzione. Più che un semplice riflesso della Korean Wave, la moda coreana contemporanea sembra quindi funzionare come uno spazio di negoziazione tra visibilità globale e autonomia estetica, tra partecipazione al sistema internazionale e costruzione di un linguaggio situato.

È in questa tensione che si colloca il lavoro di Cho Sungmin. Fondatore del brand Jaden Cho, costruisce il proprio progetto come una sorta di contro-ritmo rispetto alla velocità del sistema moda: produzioni limitate, modelli made-to-order e una forte attenzione alla materialità del capo come oggetto carico di tempo. Più che inseguire la crescita tipica dell’industria, il designer privilegia un processo in cui costruzione, memoria e dimensione emotiva diventano parte integrante del linguaggio dell’abito. In un contesto come quello di Seoul, caratterizzato da consumo rapido e continua produzione di immagini, il suo lavoro introduce una forma di resistenza silenziosa, in cui la lentezza diventa un gesto estetico e politico.

In occasione della presentazione del suo lavoro a Milano, abbiamo parlato con lui di sistemi produttivi alternativi, della posizione dei designer coreani all’interno delle gerarchie europee della moda e della tensione tra romanticismo, disciplina e struttura che attraversa le sue collezioni.

Cho Sungmin

Come fondatore stai costruendo un sistema attorno alla tua estetica. Cosa hai dovuto limitare, crescita, visibilità, controllo per preservare la coerenza del tuo brand?

«All’inizio ho dovuto accettare che il brand non potesse crescere secondo le logiche tipiche del sistema moda. Invece di produrre grandi quantità, ho scelto di lavorare con un modello made-to-order o con produzioni molto limitate. Non è stata soltanto una scelta filosofica: agli inizi è stata anche una strategia di sopravvivenza. Col tempo, però, questa decisione è diventata parte integrante dell’identità di JADEN CHO. Quando produci meno puoi dedicare maggiore attenzione ai materiali, alla qualità artigianale e alla costruzione del capo. Mi piace pensare che ogni abito sia realizzato per una persona specifica e non esista come eccedenza di magazzino».

L’ecosistema della moda a Seoul è estremamente competitivo e accelerato. Come si protegge la profondità in un contesto che premia l’immediatezza?

«Seoul si muove a una velocità straordinaria. Esiste una forte cultura dell’immediatezza e del consumo rapido, soprattutto nella moda. Per me la profondità nasce quando l’abito diventa un oggetto che contiene tempo. Mi interessano capi che portano con sé lavoro, memoria ed emozione attraverso il modo in cui sono costruiti. Quando qualcosa richiede settimane o mesi per essere realizzato, oppone naturalmente una resistenza alla velocità del sistema».

Soul Threads colloca designer coreani all’interno di una narrazione curatoriale. Hai mai la sensazione che questo tipo di inquadramento collettivo semplifichi la complessità individuale? Cosa significa per te essere posizionato all’interno di una narrazione condivisa su Seoul?

«Le presentazioni collettive sono sempre una questione di equilibrio. Da un lato, ogni designer possiede una voce e un processo molto specifici. Dall’altro, essere presentati insieme contribuisce a costruire una narrazione più ampia su Seoul e sulla moda coreana contemporanea. Se un progetto permette al pubblico internazionale di cogliere questa complessità attraverso prospettive diverse, allora diventa davvero significativo».

Presentandolo a Milano, il tuo lavoro entra in una gerarchia della moda europea con una lunga storia di potere e legittimazione. Questo influisce sul modo in cui percepisci la tua posizione?

«Gli anni di studio a Londra mi hanno reso molto consapevole delle strutture del sistema moda europeo. All’inizio avvertivo una forte pressione ad allinearmi a quella tradizione. Con il tempo, però, ho capito che cercare di imitare quel contesto non è particolarmente produttivo. Esistono già molti designer che appartengono naturalmente a quella storia. La mia posizione diventa più chiara quando accetto che il mio punto di vista nasce da Seoul. Presentare a Milano è interessante proprio perché mette in dialogo queste storie diverse. Non si tratta di competere all’interno della stessa gerarchia, ma di introdurre un’altra prospettiva».

Il tuo lavoro appare disciplinato e trattenuto. È un’estensione del tuo temperamento o una strategia per creare stabilità in un’industria instabile?

«Probabilmente entrambe le cose. A livello personale sono piuttosto introspettivo e nostalgico e il mio lavoro riflette spesso questo senso di misura. Allo stesso tempo, l’industria della moda è estremamente instabile sul piano finanziario, emotivo e strutturale. Avere un linguaggio visivo disciplinato aiuta a creare una forma di stabilità all’interno di questo contesto. Il brand ruota attorno a idee come romanticismo, felicità e tempo. Nella vita quotidiana, soprattutto in una città come Seoul, queste dimensioni spesso mancano. Forse gli abiti diventano un modo per immaginare o costruire quegli ideali».

La tua ultima collezione sembra definire ulteriormente il tuo linguaggio visivo. In che modo si collega al tuo lavoro precedente e dove introduce uno spostamento?

«Per me ogni collezione non rappresenta una rottura netta, ma piuttosto un’evoluzione graduale dello stesso linguaggio. Mi interessa costantemente la relazione tra materiale, ornamento e silhouette. Motivi floreali, quilting e costruzioni scultoree tornano spesso perché mi permettono di esplorare contemporaneamente texture e struttura. A cambiare, stagione dopo stagione, è soprattutto il tono emotivo. Alcune collezioni sono più trattenute, mentre altre lasciano spazio a maggiore luminosità o gioco. Nel lavoro più recente volevo indagare la tensione tra delicatezza e struttura: superfici morbide e romantiche accostate a silhouette e costruzioni più definite. Questo contrasto riflette qualcosa della stessa Seoul, una città in cui eleganza e intensità convivono costantemente».

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