23 settembre 2020

Da Tommaso Calabro “Casa Iolas. Citofonare Vezzoli”. Intervista al gallerista

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Alla vigilia della nuova mostra meneghina, Tommaso Calabro racconta a exibart il presente e il futuro della galleria. Ben ancorati in un passato fatto di grandi galleristi e di artisti da riscoprire

William E. Jones (1962), Villa Iolas (Max Ernst, Greek Torso), 1982/2017 stampa a getto d’inchiostro rifinita a mano 40.6 x 50.8 cm., Edizione di 6 con 2 prove d’artista (Inv# WJ 17.020.2), Photo: Lee Thompson Courtesy of David Kordansky Gallery, Los Angeles and The Modern Institute, Glasgow, Scotland

Continua l’avventura della Tommaso Calabro Gallery, il prezioso spazio milanese in Piazza San Sepolcro che dal 2018 propone mostre originali, ricercate, sempre arricchite da una personalissima contaminazione tra gli interessi del suo fondatore. Twombly, Tancredi, Dubuffet, Rosso, Morandi, Ziegler, ma anche galleristi, moda e design. Tommaso Calabro (Feltre, classe 1990) ci accoglie nel suo studio e si racconta attraverso progetti passati, presenti e futuri. Incluso Casa Iolas. Citofonare Vezzoli, che inaugura il 24 settembre sotto il cielo di Milano.

Tommaso Calabro, foto di Riccardo Gasparoni
Tommaso Calabro, foto di Riccardo Gasparoni

Intervista con il gallerista Tommaso Calabro

Partiamo da una domanda un po’ psicologica. Come la Tommaso Calabro Gallery rispecchia il tuo carattere?

«È eclettica, questa è la cosa più importante per me. Quando ho aperto la galleria, ho scelto di dar vita a progetti interdisciplinari, filologicamente accurati, incentrati su artisti e grandi galleristi – come Cardazzo e Iolas – attraverso cui abbracciare gli ambiti più vari. Poi ci sono le interconnessioni con la moda e con il design, che avvicinano un maggior numero di persone rispetto alle mostre più tradizionali. A me interessano le storie, mi piace sentirle, raccontarle».

Se quindi mi dovessi dire qual è il filo rosso delle tue mostre?

«Sono passioni che ho coltivato nel corso degli anni. La mostra su Iolas deriva dal mio interesse per i cataloghi che lui produceva negli anni Sessanta, Settanta. Questo mi ha spinto a informarmi sulla sua figura e così è nato tutto. Qualcosa di simile è accaduto quando, studiando Cardazzo, ho scoperto che Dubuffet avesse fatto dei dischi con lui. Sono molto aperto, le mie mostre nascono dai miei studi, dalle mie conoscenze, da interazioni anche recenti, come nel caso di Incontri e di Palomba. Il fil rouge di tutto è la mia curiosità».

Francesco Vezzoli, GOD IS A WOMAN (AFTER CONSTANTIN BRÂNCUȘI), 2019, Statua di Giove in marmo romano (circa I secolo d.C.), bronzo, basamento in pietra fossile
86 x 42 x 24 cm (scultura)
50 x 60 x 62 (basamento)
136 x 60 x 62 cm (dimensioni totali) Pezzo unico, Foto: Riccardo Gasperoni, courtesy Tommaso Calabro
Hai invece mai pensato di aprire le porte della tua galleria alle giovani leve? Oppure le vedi più come un azzardo che come una scommessa?

«Come ti dicevo, adoro le storie, mi piace raccontarle, ma questo significa che debba anche passare del tempo prima di poterlo fare. Io non voglio rappresentare artisti, è un’enorme capacità che però è nello stile delle gallerie del mercato primario, quelle che fanno fiere, che danno visibilità museale ai loro artisti. Tutto questo non rispecchia il mio profilo attuale. A me ad esempio non piacciono le fiere…».

Per questo hai deciso di non partecipare a Miart? 

«Miart mi piace e ci tengo a supportare Milano, ma voglio farlo a modo mio, tramite una mostra su Iolas. È una figura storica interessante sotto molteplici prospettive».

Alexandre Iolas ed Eliseo Mattiacci alla mostra personale dell’artista, Iolas-Jackson Gallery di New York, 1983. Courtesy Studio Eliseo Mattiacci Photo courtesy Luca Mancini
Mi racconti qualche dettaglio su di lui?

«Alexander Iolas nasce ad Alessandria d’Egitto, all’inizio è ballerino, ma negli anni trenta scopre de Chirico a Parigi e inizia la carriera di gallerista: si trasferisce a New York, dirige la Hugo Gallery – dove si tiene la prima mostra di Andy Warhol – finché non sceglie di aprire la sua galleria. All’apice della carriera ne avrà ben sei. Proprio recentemente l’artista Fausta Squatriti mi raccontava di questa figura un po’ dandy e dei suoi rapporti straordinari con artisti, collezionisti, nomi come Yves Saint Laurent. Nella sua villa, oggi abbandonata e completamente vandalizzata, aveva creato un’atmosfera incredibile. Non voglio sembrare troppo di parte parlando solo positivamente di Iolas, ha ricevuto anche molte critiche, soprattutto in merito al modo in cui recuperava i reperti archeologici. Io e Francesco Vezzoli però amiamo entrambi la sua storia…».

Da qui, l’idea della mostra.

«Esatto. Ne parliamo da quando, a Londra, dirigevo la Nahmad Projects. Finalmente siamo riusciti a trovare nei rispettivi calendari un punto di incontro per dar vita a una mostra scenografica, sviluppata su più livelli (dai mobili che Iolas avrebbe amato, alle opere d’arte, ad aggiunte peculiari di Vezzoli). Ed è importante anche dal punto di vista dei prestiti, con opere che provengono da fondazioni o da collezioni private, italiane e internazionali».

Eliseo Mattiacci, Roma, 1980-81. Casa di Alexandre Iolas, Atene, Photo courtesy: Studio Eliseo Mattiacci
Torniamo alla tua galleria: un bilancio complessivo?

«Dall’apertura a oggi abbiamo sviluppato otto o nove progetti, portando in mostra artisti, opere e confronti che non è scontato vedere qui a Milano. Quindi direi che sono molto contento. Adesso abbiamo in mente idee altrettanto belle…».

Parliamo dei progetti futuri, allora.

«Vorrei fare una mostra su Sol LeWitt, poi su Luigi Boille, collaborare con Alberto Salvadori e con Paola Nicolin… Ho un bel programma in cantiere. C’è anche un’artista italiana contemporanea molto brava che seguo con interesse, spero di organizzare presto qualcosa insieme».

Per concludere, qualche consiglio ai giovani che vogliono seguire le tue orme. 

«Io sono stato molto fortunato, desidero lavorare in questo ambito da sempre. Il mio consiglio è di capire il prima possibile cosa si vuole fare e poi concentrare subito le energie in quella direzione. Siamo in un mondo in cui le occasioni non mancano, ma bisogna anche sapere creare opportunità ex novo. La galleria è stata una scommessa, non l’ho aperta con la certezza che il progetto funzionasse. Bisogna crederci. Il rischio nel buttarsi, secondo me, è inferiore a quanto si possa perdere posticipando le decisioni della vita».

William E. Jones (1962)
Villa Iolas (Kenneth Noland, Niki de Saint Phalle, Roman Glass), 1982/2017, stampa a getto d’inchiostro rifinita a mano 40.6 x 50.8 cm., Edizione di 6 con 2 prove d’artista (Inv# WJ 17.007.1)
Photo: Lee Thompson, Courtesy of David Kordansky Gallery, Los Angeles and The Modern Institute, Glasgow, Scotland

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