06 aprile 2021

Sumac Space: arte contemporanea in Medio Oriente e attualità. Intervista ai curatori

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Apre oggi "Unconquered Spirits", la quarta mostra di Sumac Space, piattaforma online dedicata all'arte contemporanea del Medio Oriente, che in questo nuovo appuntamento riflette su discriminazione, violenza e abuso di potere in prospettiva internazionale. Gli ideatori del progetto ci hanno raccontato il progetto e la nuova mostra

James Gregory Atkinson, Power Balance, 2012, video still © l'artista e Sumac Space

Al via da oggi “Unconquered Spirits”, la quarta mostra di Sumac Space. Art practices of the Middle East, progetto online iniziato a ottobre 2020 e dedicato all’arte contemporanea al Medio Oriente, ideato e curato da Katharina Ehrl e Davood Madadpoor.

La nuova mostra vede la curatrice Didem Yazıcı prestare lavori di nove artisti, 6 donne e 3 uomini: Noor Abuarafeh, Ulf Aminde, James Gregor Atkinson, Hanan Benammar, Mustafa Emin Büyükcoşkun, Cansu Çakar, Istihar Kalach, Rojda Tuğrul e Ülkü Süngün. «Nelle opere qui presentate – hanno spiegato i curatori – gli artisti invitati si confrontano con la discriminazione e la violenza, mettendo in discussione l’abuso delle dinamiche di potere e stravolgendo le strutture razziste interiorizzate».
La mostra sarà visibile fino al 1 giugno sulla piattaforma del progetto, che potete raggiungere da qui.

Katharina Ehrl e Davood Madadpoor, curatori e ideatori di Sumac Space © photo OKNOstudio

Intervista a Katharina Ehrl e Davood Madadpoor, curatori e ideatori di Sumac Space

Partiamo da Sumac Space: come è nato e quali sono i suoi obiettivi? Quanti artisti ha già coinvolto fino ad ora e come sono stati scelti gli artisti invitati?

«La prima mostra di Sumac Space è stata presentata l’8 ottobre 2020.  Successivamente si sono aggiunte nuove sezioni tra cui i dialoghi con ospiti curatori, critici e artisti provenienti sia da Oriente che da Occidente, che vivono e lavorano in città quali Tehran, Vienna, Dubai, Berlino e anche Firenze. Questo chiarisce la nostra convinzione che la piattaforma nasce proprio per invitare le persone a collaborare per creare un dialogo in una prospettiva internazionale che possa offrire spunti e soluzioni per riflettere sul genere umano e sulla funzione dell’arte e del lavoro degli artisti. Le soluzioni innovative emergono proprio quando il dialogo diviene protagonista.

Fino ad oggi abbiamo ospitato 29 artisti nelle prime quattro mostre, presentate da quattro differenti curatori. Sono stati pubblicati 17 testi che hanno coinvolto 13 art practitioners e questo numero aumenta quasi ogni giovedì con un nuovo testo. Inoltre, abbiamo curato On Ongoing, 5 panel di conversazione che hanno coinvolto 14 artisti e 5 curatori internazionali esperti sul Medio Oriente, degli approfondimenti sul tema delle mostre presentate».

Noor Abuarafeh, Observational Desier on Memory That Remains, 2014, Heinrich Bunting’s Map of the World (1580s) © l’artista e Sumac Space
Sumac Space si concentra sull’arte contemporanea del Middle East. Quali sono secondo voi gli aspetti più interessanti della scena artistica del Middle East in questo momento?

«Nonostante circostanze sociali e politiche sempre difficili, il Medio Oriente ha visto un notevole rafforzamento artistico. Negli ultimi vent’anni è iniziato un processo di emancipazione che ha prodotto una nuova generazione giovane e provocatoria di artisti che non solo espongono nel mondo arabo, ma sono anche arrivati sulla scena internazionale del mondo dell’arte. Le scene artistiche nei diversi paesi del Medio Oriente sono giovani e attive, ma naturalmente, come i singoli Paesi, anche molto diverse. Ma questa diversità la rende eccitante. In generale l’arte di questa parte di mondo è molto intellettuale, provocatoria ma allo stesso tempo riflessiva su molti temi quali la cultura, la società e anche la politica, e spesso caratterizzata da un desiderio».  

Veniamo a “Unconquered Spirits”: in che modo e da che punto di vista analizza un tema ampio e complesso come «la discriminazione e la violenza, mettendo in discussione l’abuso delle dinamiche di potere e stravolgendo le strutture razziste interiorizzate»?

«Rispondiamo a questa domanda usando le parole della curatrice della mostra Didem Yazici «La maggior parte delle opere in mostra sono basate su esperienze personali e testimonianze degli artisti. Quindi, per rispondere in breve: dalle prospettive degli artisti. Per esempio, l’artista Ülkü Süngün, un’artista di origine turca che vive in Germania, ha molta familiarità con la discriminazione verso le persone in Germania con un passato di migrazione. Per lei è molto naturale lavorare con i rifugiati in Germania, perché conosce le strutture e le difficoltà. Nel suo lavoro di fotoromanzo che è rappresentato nella mostra, ha lavorato con una coppia di rifugiati della Georgia, Sergo Pipia e Marina Tsertsvadze, che vivevano in una piccola città vicino a Stoccarda, in Germania, prima di ritirare la loro domanda di asilo e tornare, disillusi, alla loro patria».

Mustafa Emin Büyükcoşkun, Set Off, 2019 © l’artista e Sumac Space
Gli artisti invitati in questa quarta mostra sono nove, che cosa accomuna le loro ricerche o che cosa le rende particolarmente vicine a questo tema?

«Anche qui dobbiamo affidarci alle parole della curatrice Yazici: «Le opere degli artisti Noor Abuarafeh, Rojda Tuğrul e Ülkü Süngün si svolgono tutte in luoghi e storie specifiche e si occupano di questioni sotto-rappresentate. Ognuno dei tre artisti si concentra su storie particolari nelle città con cui hanno un legame personale – Gerusalemme, Batman (Hasankeyf) e Stoccarda – e ognuno di loro si basa sulle proprie curiosità individuali guidate da argomenti trascurati. Nelle opere video Power Balance (2012) di James Gregory Atkinson e Body,Theory, Poetics (2018) di Ulf Aminde, entrambi gli artisti affrontano il tema delle strutture di potere sociale, ed entrambi hanno scelto di usare il proprio corpo in modi diversi. Coinvolgendo direttamente i loro corpi, le opere alla fine diventano più personali e più feroci».

Rojda Tuğrul © l’artista e Sumac Space
Il progetto si svolge interamente online. Quali sono le maggiori potenzialità che individuate in questa formula?

«Abbiamo scelto lo spazio digitale per essere in grado di lavorare oltre i confini e fornire accesso al maggior numero di persone possibile. Al centro del nostro approccio di programmazione e pubblicazione c’è l’obiettivo di far sentire voci diverse. Scegliendo questo mezzo, siamo inoltre in grado di riunire artisti che altrimenti non potrebbero avere questa opportunità.
Oltre alle mostre, Sumac Space ha altre due importanti componenti che costituiscono la piattaforma: le Artists’ Rooms e i Dialogues.

Le Artists’ Rooms sono architetture digitali create interamente dagli artisti stessi che sono qui per permettere la connessione con il loro processo di pensiero e di ricerca, al di là delle opere d’arte presentate.

I Dialogues sono un luogo per discutere e confrontarsi. Qui, autori e artisti si riuniscono in conversazioni, interviste, saggi e forme sperimentali di scrittura.

Naturalmente, la presentazione digitale dell’arte pone anche delle sfide.
La maggior parte delle opere non sono fatte per essere presentate in uno spazio digitale e questo richiede di ripensare le possibilità insieme ad ogni singolo artista. ma questo è esattamente ciò che rende ogni mostra emozionante e mostra le potenzialità che questa forma di espressione pone.

Siamo fortemente convinti che lo spazio virtuale non è un sostituto delle mostre fisiche, ma piuttosto un complemento. I vantaggi saranno sia la permanente disponibilità – adatta ai nostri tempi – sia un’accessibilità trans-nazionale.
Ciò che intendiamo è continuare la nostra ricerca online sulla piattaforma e, quando il mondo tornerà alla normalità continueremo a lavorare nello spazio virtuale e aggiungeremo anche le  mostre in presenza».

Come proseguirà il progetto nei prossimi mesi?

«In occasione della nostra ultima mostra Unconquered Spirits che sarà online fino al 1° giugno, ospiteremo 3 panel di conversazione. In programma per quest’anno ci saranno altre tre mostre a cui altrettanti curatori stanno già lavorando.
La nostra sezione Dialogues verrà arricchita con un contributo settimana che coinvolgerà come sempre curatori, artisti e critici.
Per il prossimo anno stiamo anche lavorando alla possibilità di progettare anche mostre fisiche parallele,  dato che quest’anno è ancora tutto troppo incerto a causa della pandemia».

Istihar Kalach, I Eat Romulus and Remus, 2020, Oil and acrylic on canvas, 40×30 cm © l’artista e Sumac Space

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