01 gennaio 1970

Senti chi parla Confesso che ho fallito di Giuseppe Stampone

 
Confesso che ho fallito
di Giuseppe Stampone

Con questa lettera aperta l’artista abruzzese spiega le ragioni del suo rifiuto a intervenire su un campo rom vicino Roma

di

Cari amici (scusate il termine Democristo ma forse quello più consono a questo periodo…),
scrivo questa sorta di lettera per una ragione semplicissima, per chiedere a voi/noi artisti, chiamati spesso a interpretare fatti difficili, elargire rappresentazioni efficaci, salvare mondi, convincere rivolte, di come sia impossibile salvaguardare un pezzo di terra infinitamente piccolo. Cinque metri per dieci.  Avete capito bene, non è una metafora. È lo spazio in cui si affollano pensieri, sogni e la vita di alcuni ragazzi di un campo nomadi, termine orribile, derivato da qualche polverosa carta del ventennio. 
Voi/Noi artisti che viviamo di passioni, tensioni, opportunità, che conosciamo gente ricca, gente bella, gente collegata, non riusciamo a risolverlo? Non ci posso credere, non voglio crederci. Qui, adesso vi voglio portare avanti, oltre le pieghe irrisolte e magnifiche della metafora, oltre i segni eleganti e irrinunciabili, oltre la mancanza di presenza, voglio condurvi da dove provengo io. Nel mondo maleducato e sconcertante in cui una parola fuori posto costa un paio di denti e il sacrificio è una parodia, quel mondo in cui non è possibile fermarsi e nemmeno rallentare. 
Il mondo imperfetto e mai uguale, in cui i debiti si pagano con il rumore delle mandibole. 
Voglio invitarvi a seguirmi con le vostre inclinazioni, le vostre capacità, i vostri suoni, le magnifiche possibilità che vi sono state concesse per riuscire a districare un problema di Cinque metri per dieci. Non voglio pensare ad un fallimento, non sarei capace di sopportarlo. 
Andiamo a sentirli, senza educarli, senza supremazie, andiamo a sentire la differenza della nostra specie, quella differenza che spesso restituisce cadaveri ma che è il motivo della nostra esistenza.
Non posso andarmene più, non posso e non voglio che lo facciate voi. 
Vi racconto meglio di cosa si tratta:
Saluti da Castel Romano nasce da un laboratorio rivolto ai minori del Campo Nomadi di Castel Romano, svolto da qwatz, artist in residency programme a partire da Novembre 2013. Curato da Benedetta di Loreto, il progetto è promosso dal Centro per la Giustizia Minorile del Lazio, e dal Centro di Prima Accoglienza di Roma per seguire le minori rom residenti nel campo, sottoposte a misure penali. 
Dopo i laboratori realizzati da Rosa Ciacci, Ciro Natalizio Paduano e Fabio Pennacchia (ora il progetto è concluso e l’aula è stata chiusa) mi hanno chiesto di lasciare un segno in questo spazio partendo dai presupposti del mio lavoro sulla Global Education e dai progetti “Saluti dall’Aquila” e “Greetings from New Orleans”. 
5 metri x dieci 
Mi hanno chiesto di intervenire nel progetto, considerando la casetta – visibile dalla Pontina, la strada che costeggia il campo Rom – un “punto di contatto” visivo con chi passa di fronte al campo e mi è venuto da pensare concettualmente al classico manifesto pubblicitario 6 metri per 4, o meglio, per il contesto in cui è manifesto politico. In effetti la politica ama molto pubblicizzare  il loro ben fatto con questa grande auto-masturbazione. Ho avuto un pensiero, in tutto questo, sulla spettacolarizzazione dell’arte e della società del consumo e qualsiasi cosa avrei fatto dopo l’esperienza laboratoriale con i ragazzi” sarebbe risultata una semplice texture incollata che da testuggine sfatta (EREZIONE FALLICA DELL’UOMO CHE VUOLE CONQUISTARE IL MONDO CHE ESEGUE IL COMPITINO, SPARA QUALCHE FUOCO D’ARTIFICIO E LO SPETTACOLO è PRONTO!!!!) Ops ho dimenticato forse qualcosa? Quei ragazzi, ad esempio? Lo Stato ha fatto il suo dovere, gli insegnanti anche e l’artista, come il Papa, arriva a dare la benedizione. E la sostenibilità di quel luogo? Basta forse ricoprire la facciata con una scenografia mentre dietro rimane tutto come prima? Quando si apre una porta è difficile richiuderla, lasciar credere a quei ragazzi e a quella comunità che è stato tutto uno scherzo. Mi pongo una domanda, quando di solito si apre una scuola è normale chiuderla dopo qualche mese? Cosa può importare a quei ragazzi del mio intervento nella loro ex aula? 
Che cosa può essere di più di una texture con cui rivestire le pareti? 
Davanti a questa richiesta, ho sventolato la mia Bandiera bianca. 
Penso a una teoria del fallimento: l’arte non rappresenta più il nostro mondo, non è TATTILE, non è  Esperienza Formale ma parole, simboli che vengono dall’alto (ops mi correggo, che venivano dall’alto oggi il mondo è più orizzontale, almeno questo sembra a me anche se il mondo dell’arte non se ne accorge) ma oggi le necessità sono cambiate, il mondo è altro, le persone sono altro, l’arte cerca di mantenere l’aura di una verità oggettiva senza pagare il gettone alla dogana dell’esperienza. Il problema non è parlare di arte-politica, arte-sociale, arte-partecipativa , arte-pubblica, bla bla bla , qui il problema è L’ARTE, punto.
La politica è Arte ma è l’Arte che non è più politica. Esperienza madre di ogni certezza.
Ho preferito lanciare un grido agli artisti e non, intellettuali, galleristi, collezionisti ect. e non ho proclamato una mia verità, non ho lasciato solo la traccia di una mia linea. 
Perché penso che la funzione dell’arte e dell’artista, quando si affronta la realtà, sia molto più efficace se comunicata a più gente possibile invece di essere destinata solo ad alcuni privilegiati. Penso che abbia più forza dirompente l’azione e l’impegno etico dell’artista più che la ‘gabbia dorata’. Ho preferito rispettare la forma del silenzio e del dolore che ben mostra la verità oggettività dello stato delle cose rispetto ad una soggettività egoistica d’artista. La realtà in questo caso è molto più concettuale, forte ed incisiva di qualsiasi altra rappresentazione simbolica ed autoreferenziale che si possa fare di un campo nomade.
Mi viene in mente la Foresta di Cristallo di J. G. Ballard dove il protagonista, il dottor Edward Sanders, si reca in Camerun per cercare un’amica, avventurandosi all’interno di una foresta apparentemente normale e solo in seguito si rende conto che nella foresta ogni materia vivente si cristallizza e si trasforma in cosa inanimata. Anche il tempo si ferma. Oggi lo spazio espositivo è stato modificato dall’intersecarsi di spazio mentale e cyberspazio per dare vita ad un’Architettura dell’Intelligenza, cioè, ad un’esperienza che mette insieme i tre principali ambienti in cui oggi viviamo: la mente, il mondo e il network, determinando la profonda rottura della griglia prospettica rinascimentale.
La prospettiva rinascimentale, si è sviluppata a partire da ondate di alfabetizzazione
anche molto lontane, determinando un reset della mente in un nuovo modello di organizzazione dell’uomo all’interno di una ‘gabbia’ prospettica, in un mondo strutturato socialmente e politicamente, volto a immobilizzare, gestire, dirigere e sterilizzare l’esperienza umana. La prospettiva, del resto, non è altro che un medium politico, che ha permesso per cinquecento anni di a “POCHE PERSONE” di FERMARE IL TEMPO per ORGANIZZARE LO SPAZIO DI “TANTISSIME PERSONE ” analizzare e costruire lo spazio gerarchico del potere.
La realtà di oggi è troppo vasta per essere inglobata in questo tipo di volontà politica. Nel cyberspazio certe categorie non esistono più. Saluti da Castel Romano ne è una dimostrazione e penetra, provoca, denuncia al mondo tutto questo grande dramma sociale attraverso il FALLIMENTO DELL’ARTISTA E DELL’ARTE CHE SCESA DAL PIEDISTALLO DEVE FARE I CONTI E RISOLVERE PROBLEMI VERI E NON PIù SIMBOLICI E METAFORICI.
Ops, dimenticavo. Sono nato in una banlieue francese, figlio di immigrati. Ne so qualcosa di questa storia. 

2 Commenti

  1. Giuseppe, un malato di polmonite non conosce necessariamente come curare la polmonite. Come una persona nata nei Quartieri Spagnoli o in una Comunità ROM non conosce necessariamente come risolvere i problemi della sua comunità. Quindi non serve che tu ricordi dove sei nato. Per risolvere certi problemi bisogna studiare a fondo certe problematiche, e poi forse non basta.

    Sostanzialmente dici dice che l’arte non può nulla e quindi preferisci chiedere e interpellare la “comunità dell’arte”. Per poi fare un intervento all’interno del campo. La prima cosa problematica è che all’arte venga richiesto di risolvere problematiche ben più complesse, che non si possono certo risolvere con un workshop o un disegno sulla sabbia del campo nomade.Questa pretesa è INCOSCIENTE.

    L’unico spazio politico, per un cambiamento sostenibile può avvenire solo nel privato di ogni partecipante alla comunità ROM. Ma la comunità ROM vuole cambiare? O siamo noi che pretendiamo e diamo per scontato questo cambiamento? Ci deve pensare lo Stato e la Politica? E cosa direbbero migliaia di cittadini che pagano le tasse, rispetto ad una comunità che viene ospitata? Il problema politico è complesso, e affidarlo all’arte è da incoscienti.

    L’arte può solo offrire una palestra e una laboratorio per allenare e sperimentare modi e atteggiamenti, ma non può risolvere il problema politico in modo diretto. Come se chiamassimo i Dentisti o gli Imbianchini a risolvere i problemi del campo nomadi. E forse potrebbero fare molto di più di un artista!

    Quindi il progetto risulta fallimentare perchè lo è realmente. E la speculazione che fai risulta pretenziosa e accessoria.

    Dimostri che l’artista vive un ruolo malato e anacronistico, e totalmente privo di consapevolezza. E i giornalisti e i critici che non rilevano questo dimostrano che la situazione è ancora più grave. Ma mi piaci perchè ne parli, e tutti siamo in divenire.

  2. ci sono persone EGOCENTRICHE ed altre riservate.Megalomani e modesti. Persone intelligenti ed altre deficienti.Altruisti ed egoisti. Una varietà infinità di tipologie…nella BIODIVERSITA’UMANA. La DOMANDA è : chi è l’artista ..c’è chi fa il “lecca lecca ” e chi non si prostituisce perché CONSAPEVOLE del suo valore.Molteplici sarebbero i punti di domanda…chi è l’artista…e i NOMADI – una realtà che caratterizza il genere umano..- cosa desiderano veramente…

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