01 ottobre 2023

Focus curatori in 22 domande: intervista a Luca Bochicchio

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22 domande per curatrici e curatori, spesso outsider, per raccontare tutte le declinazioni più attuali di un ruolo di responsabilità: la parola a Luca Bochicchio, “curatore critico-storico che mette in scena”

Luca Bochicchio

Prosegue il nostro “FOCUS curatori”, 22 domande (le stesse per tutti) destinate a curatori e curatrici spesso “outsider”, per raccontare attraverso declinazioni personali, caratteristiche, metodologie e modalità proprie della professione curatoriale odierna. Un mestiere relativamente nuovo che, nel corso di qualche decennio, ha cambiato radicalmente forma. Una pratica dinamica, basata su studio, fonti d’ispirazione e conoscenze interdisciplinari. Un ruolo di “cura” e responsabilità nei confronti degli artisti e delle loro ricerche, del pubblico, di attenzione ai cambiamenti nella società, nel dibattito sociale, politico e culturale del momento. La quattordicesima puntata della nostra rubrica ha per protagonista Luca Bochicchio.

Come ti definiresti?

«Storico dell’arte contemporanea, critico e curatore».

Dove sei nato e dove vivi?

«Sono nato e cresciuto a Belluno, vivo tra Savona e Verona».

Dove vorresti essere nato e dove vorresti vivere?

«Belluno (che è comunque terra di visionari) mi ha spinto a cercare altro. Mi ritengo fortunato a vivere in una terra come la Liguria di Ponente. Appena posso mi piace tornare negli Stati Uniti e nel nord Europa, dove ho trascorso più o meno lunghi periodi di studio e lavoro e dove mi trovo bene. Ammetto però che Genova per me le batte ancora tutte».

Quando hai capito che ti interessava l’arte?

«Tardi, alle scuole superiori, ma mi ha cambiato la vita».

Quando hai deciso che avresti fatto il curatore?

«Non l’ho mai deciso in realtà, è capitato mentre ancora dovevo capire bene di cosa si trattasse e cosa volessi fare da grande».

Quali sono i libri che ti accompagnano nel tuo percorso professionale da curatore?

«I libri, insieme alle relazioni, sono tutto alla fine. Difficile isolarne qualcuno, dipende dalle fasi della vita. Saltando un po’ dagli anni della formazione a oggi, posso citare Enrico Crispolti, Come studiare l’arte contemporanea; Carla Lonzi, Autoritratto; Edgard Wind, Arte e Anarchia; John Berger, Sul guardare; Francesca Alfano Miglietti, Identità mutanti; Roberto Marchesini e Karin Andersen, Animal Appeal».

Quali sono le fonti, gli autori e le opere extra-arti visive, di cui ti nutri nello svolgimento della tua attività scientifica?

«Non posso prescindere dall’antropologia culturale, dalla storiografia sociale e politica, dalla geografia umana. Da ignorante di scienze esatte, amo molto anche la divulgazione scientifica. Tra gli autori potrei citare Alan Weisman, Marc Augé, Johnathan Safran Foer, Carlo Rovelli, Roberto Marchesini, poi Don Delillo, David Foster Wallace, Emmanuel Carrère».

 

Qual è la mostra che ti ha segnato e perché?

«The Fluxus Constellation, al Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce di Genova. Era il 2002, avevo appena vent’anni, non sapevo niente dell’arte contemporanea e mi ha spalancato un mondo di possibilità e di dubbi».

Qual è l’opera d’arte che ti ha avviato nei sentieri della professione nelle arti visive?

«La punizione di Marsia, opera ultimativa di Tiziano e oggetto della mia prima tesi di laurea».

Quali artisti contemporanei che hai personalmente conosciuto sono stati importanti nell’avviamento della tua professione? E perché?

«Senza dubbio Franz Stähler e Rebecca Ballestra, perché dall’inizio, quando ero solo uno studente e poi costantemente negli anni seguenti, fino alla loro prematura scomparsa, mi hanno accompagnato e sostenuto, con confronti intellettuali sempre onesti. Karin Andersen è stata un modello per la totalità dell’impegno artistico, teorico, civile e intellettuale (la mia prima recensione fu su di lei!). Emilio Isgrò è stato il primo maestro contemporaneo, affermato e storicizzato, a riconoscermi la bontà di un’analisi critica, così come anche Gillo Dorfles, quando ebbi l’onore di curargli una monografica nel 2012. A dire la verità, per me il rapporto con gli artisti è fondamentale e la consuetudine di frequentarli e frequentare con loro gli studi e le mostre fa parte di un’abitudine necessaria (spesso si tratta anche di amicizia, oltre che di metodologia). In ogni diversa fase della mia vita ci sono state e ci sono artiste e artisti importanti che mi hanno dato tantissimo, e loro sanno a chi mi riferisco, troppe/i da elencare!».

Quali sono stati i tuoi maestri diretti e/o indiretti nella curatela?

«La mia formazione è avvenuta tra la magistrale e il dottorato, tra 2004 e 2009. Studiavo storia dell’arte a Genova, avevo perciò da un lato l’esempio diretto del mio professore Franco Sborgi, che con Enrico Crispolti coltivava la pratica della mostra-saggio. Dall’altra parte, collaboravo con una galleria underground e internazionale: Galleria Studio44, nel cuore dei vicoli della città vecchia. Lì, artisti-curatori come Massimo Palazzi e Michael Blume mi hanno insegnato (con la pratica) le basi e qualche trucco del mestiere. Sempre in quel contesto ricordo poi Viviana Siviero, che mi iniziò alla scrittura per le riviste, così come i miei più giovani professori di allora, Paola Valenti e Leo Lecci. Negli stessi anni a Belluno il festival di teatro urbano Filo d’Arianna è stato una scuola, soprattutto per il rapporto coi pubblici e con gli artisti. I seminari internazionali dell’Ecole du Louvre hanno avuto più importanza di quel che pensassi, l’ho capito in seguito nella pratica museologica e museografica. In anni più recenti, ho potuto imparare molto da Flaminio Gualdoni e, per la parte di gestione e comunicazione, da Mauro Felicori e Serena Bertolucci».

Con quale progetto hai iniziato a definirti curatore?

«La prima vera svolta è avvenuta tra 2009 e 2010. Nell’estate 2009 ho presentato la sezione arti visive del Filo d’Arianna Festival, con sculture ambientali nel centro storico di Belluno. Ero nel frattempo assistente curatore della mia prima mostra storica: Savona Futurista. Esperienze d’avanguardia da Marinetti a Tullio d’Albisola. Tra gennaio e febbraio 2010 avrei infine curato le personali di Franz Stähler ai Jardins des Boulingrins di Monte-Carlo e di Rebecca Ballestra alla galleria di Alberta Pane a Parigi. Poi, nel 2014, con la mostra diffusa per il centenario di Asger Jorn e l’apertura al pubblico della sua Casa Museo ad Albissola è iniziata un’altra storia professionale, che dura ancora oggi».

Qual è la tua definizione di curatore?

«La mia è sicuramente una definizione classica. Per me il curatore parte da una visione critica e storica, che è in grado poi di “mettere a terra” o “mettere in scena” grazie a capacità, strumenti e metodi integrati. Deve cioè saper gestire la comunicazione su molteplici livelli, internamente ed esternamente, e deve costruire relazioni intermediali fra oggetti, linguaggi, architetture e spazi. Infine, e cosa più importante, deve far dialogare gli attori fondamentali di questo bel gioco: artisti, pubblici, stakeholders, collaboratori».

Qual è la tua giornata tipo?

«Passo da un estremo all’altro: da quello che definisco il “frullatore” – ovvero una non-routine fatta di un susseguirsi a perdifiato di riunioni, telefonate, lezioni, consegne, revisioni, sopralluoghi – a giornate sospese, quando riesco a dilazionare gli impegni quel tanto che basta da trascorrere qualche ora in uno stato di ozio (si può anche dire “cazzeggio”), a cercare cose nuove di cui occuparmi. Una sorta di felice nevrosi della ricerca continua, una compulsione che, in un modo o nell’altro, mi fa lavorare tipo sempre, ed è quel che mi piace. Solo quando viaggio mi trasformo in un animale abitudinario, con tutti i riti e piccoli vizi quotidiani di cui una routine è fatta. Credo mi serva a ricreare una sorta di parvenza di comunità e familiarità, per radicarmi nel più breve tempo possibile in un luogo e trovarmi a mio agio».

Hai dei riti particolari quando lavori?

«In fase di allestimento ho dei piccoli gesti che mi accompagnano fin dalle prime mostre: porto con me il vecchio coltello dei miei primi lavoretti estivi da manovale, che poi raramente uso (per scopi pacifici e di carpenteria, tengo a precisare); realizzo sempre a mano una pianta o un plastico dell’allestimento con strumenti terribilmente artigianali; le ultime didascalie applicate rigorosamente durante la conferenza stampa. Ultimamente, anche dileguarmi poco dopo l’opening e godermi la calma surreale per strada, in albergo o a casa, preferibilmente facendo tutt’altro rispetto alla mostra appena inaugurata, lo trovo molto snob e divertente ma, forse, più che un rito è sintomo di vecchiaia?».

C’è uno spazio per l’imprevisto nel tuo lavoro?

«Sempre e continuamente, lo accolgo come lo accolgo nella vita. Se posso trasformarlo positivamente ne sono addirittura felice, anche quando posso scansarlo e risolverlo. Poi può accadere che mi incazzi e basta».

Qual è il progetto, la mostra che hai curato che trovi più rappresentativa del tuo percorso scientifico?

«Sicuramente Piero Simondo. Laboratorio Situazione Esperimento, che ho curato tra 2021 e 2022 in diverse sedi tra Piemonte e Liguria: chiesa di San Domenico in Alba, Accademia Albertina di Torino, Casa Museo Jorn e Centro Esposizioni MuDA ad Albissola, Spazio Simondo a Cosio di Arroscia. È l’esempio più chiaro della mia vocazione (o condanna) a espandere sempre le mostre in senso diffuso, nel tempo e nello spazio (come furono anche quella di Jorn nel 2014, di Fontana nel 2018 e di Salvatori nel 2020). La mostra su Simondo è stata una sfida e una soddisfazione perché io e la squadra con cui lavoravo (in particolare Costanza Vilizzi) avevamo di fronte l’artista più sfuggente e meno definibile tra la compagine che fondò l’Internazionale Situazionista, il cui lavoro artistico era in gran parte inedito, così come quello teorico. Ne sono nate quattro mostre totalmente diverse, ognuna intessuta di rapporti con i diversi territori, accompagnate da un volume collettaneo bilingue (Gli Ori-Albertina Press), composto in buona parte da autori internazionali che mai avevano lavorato su Simondo. Il metodo-laboratorio per me è fondamentale, come nel caso delle residenze a Casa Jorn, cito ad esempio: Salvatore Arancio. Like a sort of Pompeii in Reverse (2019), Ballard in Albisola (2021, in collaborazione con il MAMCO di Ginevra, curata insieme a Paul Bernard)».

A tuo avviso, qual è lo stato della critica d’arte in Italia?

«Per quanto mi pare sia ancora diffusa della pseudo-critica che sottoscrive, incolla, celebra e rilancia, anziché approfondire, problematizzare e costruire senso, in Italia abbiamo moltissime voci critiche competenti che si esprimono sui più svariati media e mezzi di informazione».

Quali sono i tuoi riferimenti critici?

«Ho ben chiari nella mente e nel cuore i maestri che in diverse fasi della vita hanno contribuito ad affinare il mio sguardo critico, e non necessariamente erano o sono curatori».

La mostra di un altro collega che avresti voluto curare?

«Una sola? Praticamente ogni mostra ben fatta e intelligente che mi fa godere e stimare chi la cura. Mi incazzo quando vedo delle mostre superficiali e mal fatte, occasioni perse che bruciano la possibilità di tornare sullo stesso tema per un certo tempo. Per sceglierne una (tra le tante, ribadisco) che avrei davvero voluto curare: Bruce Nauman. Disappearing Acts (MoMA e MoMA PS1, New York 2018)».

Quale ritieni che sia il tuo più grande limite professionale?

«Mi lascio trascinare ancora troppo dalla passione e dall’entusiasmo, che non è sempre un fattore positivo, anzi».

Progetti in corso e prossimi?

«Una mostra che avevo nel cassetto da tanto tempo, e che si è potuta concretizzare questa primavera al Museo della Ceramica di Savona e al MuDA di Albissola Marina: Lam et Les Magiciens de la Mer. Totem Figure e Segni primordiali nella ceramica di Albisola tra anni ’50 e ’70 (fino al 9 ottobre). Un altro sogno divenuto realtà è la prima residenza artistica a Casa Museo Jorn in cui gli artisti hanno abitato letteralmente il museo (A Casa. David Adamo, Giacomo Porfiri, Wolfgang Stähele, fino al 17 settembre). Infine, l’edizione critica delle lettere di Lucio Fontana a Tullio d’Albisola, uscita quest’estate per Abscondita. Tra i progetti futuri: la creazione di un Centro Studi a Casa Jorn, una mostra diffusa di Tommaso Corvi-Mora curata con Irene Biolchini, il catalogo generale dell’opera ceramica di Baj, qualche altro libro che finalmente dovrà uscire. E poi ho diversi progetti (posso solo stare sul vago per ora) sull’arte contemporanea all’Università di Verona, dove ho da poco preso servizio come ricercatore.

Chi è Luca Bochicchio

Luca Bochicchio è storico dell’arte, critico e curatore. È ricercatore e docente di storia dell’arte contemporanea all’università di Verona. Dal 2019 è direttore scientifico del MuDA-Museo Diffuso Albisola, che comprende la Casa Museo Asger Jorn. Tra 2022 e 2023 è stato responsabile dell’area moderna e contemporanea del Museo della Ceramica di Savona. Ha ottenuto il dottorato in arti, spettacolo e tecnologie multimediali all’università di Genova, dove ha collaborato per circa dieci anni con l’Archivio d’Arte Contemporanea, svolgendo ricerche in Italia e all’estero e tenendo corsi di comunicazione dei beni culturali. Nel 2020 ha ottenuto lo US Travel Grant dalla Terra Foundation for American Art. È stato visiting researcher all’Henry Moore Institute (Leeds), alla Beinecke Rare Book and Manuscript Library (Yale University), all’Institut National d’Histoire de l’Art (Paris) e ha collaborato come consulente scientifico o guest curator con MAMCO (Ginevra), Cobra Museum of Modern Art (Amstelveen), Fondazione Piero Manzoni (Milano), MiC (Faenza), Fondazione Pino Pascali (Polignano), Hauser&Wirth (Zurigo-New York), MAR (Ravenna). Ha curato mostre su artisti storicizzati (Enrico Baj, Gillo Dorfles, Lucio Fontana, Asger Jorn, Wifredo Lam, Mario Rossello, Piero Simondo, Nanni Valentini) e contemporanei (Karin Andersen, Salvatore Arancio, Arianna Carossa, Loredana Longo, Nero, Alessandro Roma, Anders Herwald Ruwhald, Andrea Salvatori, Zoe Williams). Le sue ricerche si concentrano sulla scultura, sul futurismo, sulle neo-avanguardie italiane ed europee, sulla ceramica, il cultural heritage, la presenza animale e il post-human nell’arte contemporanea. Tra le pubblicazioni: Lucio Fontana. Lettere a Tullio d’Albisola (Abscondita 2023); Piero Simondo. Laboratorio Situazione Esperimento (Gli Ori 2021); Salvatore Arancio. Like a Sort of Pompeii in Reverse (Vanillaedizioni 2019); Lucio Fontana e Albisola (Vanillaedizioni 2018); Scultura e Memoria. Leoncillo, i Caduti e i Sopravvissuti (Mimesis 2016); Asger Jorn. Oltre la Forma (Genova University Press 2014); Il Lungomare degli Artisti di Albissola Marina (1963-2013). La nascita dell’arte pubblica in Italia (Silvana 2013).

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