12 maggio 2020

Idee per il futuro #10. Parlano gli artisti: Gioacchino Pontrelli

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Una nuova rubrica per dare la parola agli artisti e immaginare, insieme, nuove idee per il futuro, dopo il Covid-19: oggi leggiamo Gioacchino Pontrelli

Gioacchino Pontrelli

Idee per il futuro è la nuova rubrica di exibart, per dare la parola agli artisti e immaginare, insieme, nuove idee per il futuro, oltre che per provare a capire come realizzarlo, dopo l’emergenza Covid-19: l’appuntamento di oggi è con Gioacchino Pontrelli.

La biografia di Gioacchino Pontrelli

Nato a Salerno nel 1966, Gioacchino Pontrelli si è formato all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove vive e lavora. Attraverso la pittura, ha intrapreso una sua personale ricerca nell’ambito dell’interpretazione e della rivisitazione degli oggetti e delle immagini che definiscono la realtà  La pittura diventa così il mezzo per alterare e ridefinire i codici con cui la contemporaneità è percepita. In questo modo, immagini standardizzate, spesso riprese da riviste di interior design, diventano paesaggi privati, carichi di una forte componente psicologica ed emozionale.

Ha esposto in molte mostre personali e collettive in diverse sedi, in Italia e all’estero, tra le altre, alla Galleria Francesca Antonini arte contemporanea di Roma, all’Istituto Italiano di Cultura di Vilnius, da Bernard Chauchet Contemporary Art di Londra, da Tornabuoni Arte a Firenze, alla Galleria Forni di Bologna. Le sue opere sono esposte in varei collezioni pubbliche, tra cui al MART – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto e alla Galleria Comunale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Bedroom, 2016, vista installazione, Macro, Roma

Le idee per il futuro

«Colgo l’occasione per esprimere un pensiero che rivendico da lungo tempo.

Come artisti abbiamo superato varie crisi e per me è diventata una costante e non un fatto eccezionale, il covid-art, che ricordo da quando ho iniziato, è un virus molto italiano. Per uscire dall’emergenza credo che ognuno debba fare la sua parte con molta onestà intellettuale e uscire da dinamiche che hanno portato a seguire chimere di altri luoghi del mondo, forse per colmare il senso di vuoto che vedevamo nel nostro paese.

Quello che mi aspetto dalla fine del lockdown è ritrovare una comunità che forse si era persa. Una comunità fatta di condivisioni e scambi di storie e esperienze. In questi giorni si è visto con chiarezza che gli artisti non esistono per il governo e forse anche per altri soggetti. Esistiamo per aste di beneficienza e poco altro. Ma quello su cui vorrei concentrarmi nel dopo, non è tanto la mancanza di considerazione delle istituzioni quanto la volontà di puntare sul ritrovare facce, persone, miei colleghi e ripartire da noi.

Forse non esistiamo perché ci siamo resi trasparenti negli ultimi anni. Abbiamo navigato a vista, ognuno cercando di salvare la propria zattera. Penso che torneremo ad avere un peso nella società se noi stessi sapremo di possedere un peso. Come comunità e non come singoli. Perché altrimenti resteremo ostaggi di un sistema viziato, che ci mette sempre in fondo a tutto. Siamo un paese dove contano più i curatori che gli artisti. Questo è strano.

Quello che non vorrei più vedere dopo questa quarantena sono i meccanismi che danneggiano gli artisti, e ai quali gli artisti stessi fanno fatica a sottrarsi. Certe edizioni della Biennale di Venezia verranno ricordate con vergogna e fastidio dagli artisti stessi. Che pur di esserci si sono sottoposti a una ridicolizzazione del loro lavoro, quindi della loro stessa vita. Vorrei inoltre veder sparire schiere di esperti che passano il tempo a fare liste e calendarizzare le classifiche della serie A, B e C degli artisti. Liste che, senza un minimo d’inquadramento storico, sociale e politico, mettono gli italiani sempre in coda. Con il risultato di una banalizzazione stupefacente del dibattito, del quale invece ci sarebbe bisogno, se  di livello serio.

In queste giornate crudelmente primaverili, aspetto di uscire e voglio pensare che saremo migliori, che penseremo a tutelarci tra noi stessi. Solo così avremo la forza di pesare e di essere riconosciuti come una necessità sociale. Potremo avere anche un ruolo nelle decisioni dei musei, del sistema dell’arte in generale. Altrimenti passeremo il resto della vita in attesa che qualcosa succeda, che qualcuno si accorga di noi. La nostra arte è la nostra stessa vita. Cerchiamo positività e gioia, ne potremo essere portatori.

Chi mi conosce sa che non scalpito, né corro da una cena all’altra ma so con certezza che, per quanto arretrato, non sono solo. I miei colleghi sono come me e siamo tutti dalla stessa parte. Cerchiamo di restarci, uniti e riconoscibili. Nessuno può prendersi l’arroganza di decidere per noi. Non siamo una razza in via di estinzione, ma piuttosto un polmone che respira e fornisce aria a questo paese. Torniamo a crederlo».

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