22 febbraio 2024

Appunti per un nuovo teatro umanista, partendo dal Piccolo di Milano

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Sempre più umanista e con al centro una tradizione tonificata: regista, attore, membro del cda del Piccolo di Milano, Massimiliano Finazzer Flory ci parla della sua visione di teatro

Ph. Alessia Santambrogio

Già assessore alla cultura a Milano sotto il mandato di Letizia Moratti e ora membro del CDA del Piccolo Teatro di Milano, l’attore Massimiliano Finazzer Flory ci racconta la sua visione di teatro, tra responsabilità culturali e rischio di impoverimento lessicale.

Massimiliano Finazzer Flory © Amin Akhtar

Come membro del CDA del primo teatro pubblico italiano, qual è il ruolo di un teatro pubblico oggi?

«Pensare che ogni spettatore, come direbbe Ronconi, è un pubblico. La responsabilità è già un ruolo, essere una comunità che si riconosce nella “parola”, di essere avanguardia e custodi al tempo stesso in favore di un movimento di donne e uomini soprattutto per i più giovani per il teatro. Dobbiamo essere tutela e promozione di un insieme, di un sistema che ha bisogno del portavoce perché ancora non si è compreso che il teatro è l’Articolo 9 della Costituzione, una drammaturgia dello spazio che salva la vera vita ogni giorno, dai Greci in poi».

Come si immagina il Piccolo Teatro di domani?

«Sempre più umanista con al centro la tradizione tonificata, di un teatro dove l’arte è arte, non intrattenimento, un teatro forse minimalista ma incarnato sulla parola per incarnare metaforicamente l’uomo, capace di interpretare e rappresentare il contesto tecnologico senza essere di esso un algoritmo allucinato.

Se è vero che la conoscenza di un’opera d’arte è un atto affettivo, allora tornare a una poetica teatrale significa prendersi cura del pubblico. L’impoverimento lessicale è il rischio di quest’epoca, la sua barbarie. Da qui il bisogno di ri-confrontarsi con la propria lingua».

Qual è il suo contributo nel CDA del Piccolo?

«Il nostro CDA è una squadra che gioca per vincere. La nostra linea è armonia, ordine e proporzioni di spazi e storie. Penso di portare esperienze e relazioni al servizio di un poter fare che stia insieme a un poter essere. Nel mio caso un’idea di istituzione “sacra” direi religiosa che ha una certa visione di Italia orgogliosa della sua Storia.

Ciò detto va ricordata la missione del Piccolo: promuovere l’internazionalizzazione della scena italiana. Da questo punto di vista l’Articolo 3 della nostra Fondazione indica di favorire il ricorso a giovani artisti e tecnici in particolare alla promozione del sistema Milano, favorendo il riequilibrio territoriale in Lombardia. Ecco, credo che la Regione Lombardia come socio fondatore abbia qualcosa da dire e dare di nuovo in questa direzione».

Nella sua visione, qual è la direzione ideale di un teatro d’Europa oggi in Italia?

«Prima di tutto ripensare l’Europa a partire dalle sue radici, dalle sue sponde, dai suoi esodi, dai suoi errori, dai suoi valori muovendosi intorno a un’identità più profonda.

L’Europa è il volto dell’occidente con tutte le sue meravigliose contraddizioni, ha un portale estetico che sussurra ogni giorno chi siamo e perché siamo quello che siamo.

Per quanto riguarda la nostra produzione penso che le lunghe tenute siano uno degli indicatori che vanno affiancati anche però alla circuitazione inserita strategicamente, coerentemente allo spettacolo in questione. Per Strehler l’Arlecchino era infatti segno della continuità ideale del lavoro ma anche una bandiera. Quale è la nostra bandiera oggi?».

Anche con l’esperienza di ex assessore alla cultura, qual è oggi il rapporto tra politica e cultura nel nostro paese?

Più è diretto il principio di sussidiarietà più è virtuoso l’indotto tra politica e cultura. Io credo che i comuni, gli enti locali siano ancora i migliori alleati di una sfida contro il conformismo consumistico che su grande scala sdrucciolerà sulla superficie di una cattiva globalizzazione. Eppure c’è da fare, per esempio, una cultura di prossimità. Perché abbiamo ancora bisogno dei campielli di Goldoni, di mondi minori, di chiederci “creature, cossa diseu de sto tempo?”».

Venendo alla sua arte, ha portato in scena i grandi geni e miti dell’umanità: qual è il rapporto con queste figure che hanno plasmato la cultura occidentale?

«Per me è la relazione tra maestri e discepoli. Io credo ai maestri. Desidero seguire la luce senza tuttavia avere paura del buio. Quindi è la gratitudine il filo che tiene la trama intesa come il piacere di pensare agli altri, ai tuoi maestri, come secondi padri, di voler fare una famiglia intorno e donare il loro tempo. Restituire vita a queste esistenze è per me dovere e privilegio. Del resto, come ci ha insegnato Strehler: amiamo il teatro perché è umano! Cosa c’è di più direttamente umano del teatro? Il teatro è l’umano che si fa, ogni sera».

Come lavora per immedesimarsi in questi grandi nomi o per affrontare grandi drammi, come il lavoro sulle foibe?

«Devi avere una sensibilità. Sentirla tra le dita. Commuoverti e al tempo stesso avere una vita a credito grazie a una fantasia fatta di esistenze che hai avuto. Fisiche. Ironie che hai cucito addosso ai tuoi personaggi.

Il lavoro sul dettaglio, sugli aspetti banali, apparentemente, sulle differenze come dovere prima personale poi professionale. In altri termini come suggerisce Roth sottraendoti alle generalizzazioni lottando contro l’indifferenza che si presenta quotidianamente. Ma la chiave di lettura è sempre quella, saper origliare dentro la psiche. Il mio prossimo spettacolo teatrale in aprile che è una riprese dello Specchio di Borges avverrà infatti in assenza totale di luce, al buio, per l’Istituto dei Ciechi di Milano, per sensibilizzare socialmente i vedenti a un’intelligenza naturale. Il futuro è senza “trucchi”».

Massimiliano Finazzer Flory © Amin Akhtar
Massimiliano Finazzer Flory © Amin Akhtar

Cinema e teatro, come coniugare questi due mondi?

«Imparando dall’uno e dall’altro ma invertendo gli insegnamenti come correzioni delle loro crisi. Dal cinema si offre al teatro il lavoro collettivo e connettivo a partire, per quanto mi riguarda, registicamente dal fatto di vedere già finito ciò che non c’è e di essere accompagnato dalla fotografia come una domanda. A teatro da attore che va verso il cinema si ha chiara la consapevolezza del testo ovvero che la sceneggiatura è sempre una partitura di lettere, di pensieri che si fanno e disfano ma sempre oggetto della memoria.

In questa prospettiva il mio prossimo docufilm che stiamo girando a Villa Arconati sulla storia del conte Galeazzo Arconati il primo mecenate moderno e la vicenda del suo Pompeo Magno, mi permetterà, grazie alla FAR, di tenere insieme cinema e teatro nello stesso formato, esperimento non solo estetico per contaminare i due generi andando oltre la categoria del docufiction».

Italia e Stati Uniti, cosa lega questi due mondi e quali sono le difficoltà e positività di lavorare in due nazioni così lontane?

«Dopo il Covid le distanze si sono allungate e allagate di cadute di stile. Il vecchio continente si è ulteriormente invecchiato e il sogno americano sta ancora sognando di essere tale. Ma io credo nelle differenze che ci rendono attraenti. A cominciare dall’idea di nazione.

Per quanto riguarda le difficoltà c’è un peso del protezionismo americano che ora abbiamo noi sulle spalle. Per quanto riguarda le positività gli Stati Uniti continuano a essere intelligentemente capaci di unire il fantastico e il realismo.

Prima del CDA era già stato al Piccolo, come artista. Pensa di ritornarci?

«Prima di tutto una premessa. Non sono preoccupato del progresso tecnologico, sono perplesso per il regresso della cultura umanistica. Noi siamo filosofia, noi siamo poesia. Il teatro è ancora una tavola, un legno, della carta, una corda, come diceva Shakespeare “un guscio di noce, mal levigato palco”.  Lo spero, di ritornarci, dove debuttai nel 2006 con L’altro viaggio di Rainer Maria Rilke ma ovviamente dal 2027 da quando finirò l’incarico e soprattutto se lo meriterò. Credo nel consenso degli interessi. Non nel conflitto».

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