15 marzo 2024

Ionesco, la folle lezione del potere: lo spettacolo al Teatro Basilica di Roma

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Antonio Calenda porta al Teatro Basilica di Roma La lezione di Eugène Ionesco: una raccapricciante commedia sulla ripetitività del potere, per leggere i nostri tempi

La lezione, foto di Tommaso Le Pera

La lezione: ripetizioni di linguistica, matematica e sottomissione. Antonio Calenda dirige al teatro Basilica di Roma un atto politico che ha lo stesso sapore di 70 anni fa. È La lezione di Eugène Ionesco (coproduzione Tradizione e Turismo, Centro Di Produzione Teatrale, Teatro Sannazaro, Teatro Stabile Del Friuli Venezia Giulia e Accademia Perduta Romagna Teatri), una divertente e raccapricciante commedia priva di senso, ma ricca di spunti.

Calenda sceglie di restare aderente alla versione originale, senza rimaneggiamenti o attualizzazioni. Non serve: se voglio vedere il vero volto dell’Italia del 2024 devo seguire il filo che mostrava Ionesco nel 1951. Lui ricordava il suo ieri, non per analizzare il passato, ma per illuminare i meccanismi che a quel passato avevano portato e che a quel passato erano sopravvissuti. Un testo esilarante e inquietante che fa ancora riflettere, una sorta di indovinello non ancora risolto.

In scena un bravissimo Nando Paone, che completa la sua recitazione con notevoli qualità mimiche. Ricorda, nelle fattezze, un incrocio tra Nosferatu di Murnau ed Edward mani di forbice, un po’ Cesare de Il gabinetto del dott. Caligari, “un povero diavolo sbiadito” come richiesto dallo stesso Ionesco nelle didascalie.

La lezione, foto di Tommaso Le Pera

«Durante il corso dell’azione, però, egli perderà gradualmente la sua timidezza. I lucciconi lubrici dei suoi occhi finiranno per diventare una fiamma divorante, ininterrotta; d’apparenza più che inoffensiva al principio dell’atto, egli diventerà sempre più sicuro di sé, nervoso, aggressivo, dominatore, tanto da giocarsi a suo piacere l’allieva, diventata, nelle sue mani, una povera cosa». Questo richiede espressamente Ionesco e questo realizza la regia di Calenda.

È l’evoluzione del potere. L’affabilità iniziale del docente, a tratti servile nell’eccessiva accondiscendenza nei confronti dell’allieva, ignorante ma pagante, sembra quasi rappresentare quello che oggi amiamo definire con il termine underdog: nel caso, l’uomo adulto, acculturato, costretto a campare dando ripetizioni a una giovane ignorante benestante che i genitori hanno deciso debba ottenere “la libera docenza totale” (“I miei genitori hanno molti mezzi; sono fortunata. Essi potranno aiutarmi a lavorare, a seguire degli studi molto superiori”).

Nei panni dell’allieva Daniela Giovanetti. Danza sulle note fluttuanti del testo: disinvolta, dispiaciuta, brillante, lusingata, incantata, sofferente, spaurita. Il popolo che orgogliosamente sceglie chi lo annienterà. La domestica è Valeria Almerighi. La connivente del potere che si volta dall’altra parte. Colei che copre le tracce dei misfatti del potere malato. Che fa il male semplicemente scegliendo di non fare il bene. Entrambe valide nei rispettivi ruoli.

Il professore è dapprima compiacente nei confronti dell’allieva ignorante che, non in grado di capire, analizzare, ha imparato a memoria i risultati di tutte le addizioni e moltiplicazioni illudendosi di essere intelligente. Lusingata dal professore, scivola passo dopo passo in uno stato si sottomissione e negazione dei suoi diritti elementari. Ma è stata l’alunna a scegliere il professore. Ci sono dittatori che sono andati al potere col consenso del popolo, vincendo le elezioni. La ragazza si vede poi negare anche le cure per il mal di denti: urla che soffre, ma viene zittita. Ignorata come chi rivendica quanto sancito, ad esempio, dalla nostra costituzione che “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo”.

Con La lezione, Calenda porta in scena la lucida follia del male e la sua ripetitività: uccisa un’allieva, tutto ricomincia esattamente nello stesso modo con un’altra; la scena che apre è la stessa che chiude. A distanza di 100 anni, chiuso un fascismo un altro torna in auge. E ancora l’inerzia di chi assiste all’assurdità dei fatti; l’assoluta mancanza di qualità umane come l’empatia e la compassione. Il fascino che i grandi discorsi, ancorché senza senso, esercitano sulle menti fragili; la manipolazione della comunicazione; l’insensatezza delle dittature. La grande menzogna che un potente privo di qualità non sia pericoloso, ma carismatico. La morte della cultura e della politica. La morte della scuola attraverso lezioni (programmi ministeriali) senza senso.

La lezione, foto di Tommaso Le Pera

Ne La lezione, materie che richiedono spirito di ricerca, come la matematica e la filologia, vengono distorte, trasformate in dialoghi dell’assurdo, diventano simbolo di incomunicabilità. Sembra di leggere una conversazione sui social, dove non c’è nesso tra tema trattato e reazioni, tra commenti degli utenti. Conversazioni tra sordi che sfociano in violenza. Esattamente come nell’epilogo della commedia ioneschiana. Soprattutto, va in scena la deresponsabilizzazione dei colpevoli. “è morta…. mor-ta…È stato il coltello…”, balbetta il professore davanti al corpo esanime dell’allieva.

IL PROFESSORE: Non sono stato io… Non sono stato io…Maria…No…Ti assicuro…non sono stato io, mia buona Maria…

LA GOVERNANTE : E chi allora? Chi? Io?

IL PROFESSORE: Non so… forse…

LA GOVERNANTE: O il gatto?

IL PROFESSORE: Potrebbe darsi… Io non so…

Ed ecco che la fida governante corre in aiuto al professore tirando fuori una fascia da mettere al braccio, con una croce uncinata nazista: il potere dittatoriale mostra il suo vero volto. “Se ha paura si metta questo, non avrà nulla da temere. Diventa una faccenda politica”, recita la governante. È la ragion di Stato. Rappresentata anche nelle scenografie di Paola Castrignanò, con due enormi armadi della vergogna in fondo alla scena.

Nella sua regia, Calenda fa però coprire il cadavere dell’allieva con una grande bandiera del Reich. Il popolo morto sotto l’ideologia della dittatura. O il libero pensiero ucciso dall’ignoranza del pensiero unico. Nel testo, Ionesco fa dire al professore: “Cadono soltanto le parole soggette a un significato, appesantite dal loro senso, le quali finiscono sempre per soccombere, crollare nelle orecchie dei sordi”.

In quali orecchie saranno cadute le parole dello spettacolo di Calenda?

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