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Non posso narrare la mia vita, l’omaggio di Andò a Enzo Moscato
Teatro
Una vecchia radio, un pianoforte con sopra uno spartito sgualcito, dei libri sparsi a terra, alcune sedie da vecchio cinema, due tavolinetti, delle sdraio vicine ad una vera piscina al centro del palcoscenico allungato su una parte della platea, e, frontale, una lunghissima scalinata. In alto, sospesi, dei balconi con finestre. Uno spaccato cittadino di Napoli del Dopoguerra. È quanto si apre al nostro sguardo nel bellissimo spettacolo Non posso narrare la mia vita, omaggio del regista Roberto Andò a Enzo Moscato, il drammaturgo, regista, attore, poeta, scomparso due anni fa, capofila e voce profonda di quella nuova drammaturgia napoletana che, a partire dagli Ottanta, ha inciso nella carne viva della sua città.

Davanti alla statua di Sant’Antonio che campeggia imponente alla fine del grande scalone, il protagonista – impersonato da un generoso Lino Musella – inizia il suo racconto di bambino ammalato e miracolato, e di un voto fatto dalla madre al Santo. Parte da quel primo ricordo il memoir di Moscato, della sua infanzia vissuta nei Quartieri Spagnoli, e del veloce approdare al teatro, a quella lingua napoletana reinventata, barocca e degradata, colta e popolare, che lo ha reso inconfondibile cantore di una Napoli reale e onirica, contraddittoria, misterica e appariscente.

Basato sul libro autobiografico Gli Anni Piccoli, una raccolta di frammenti scritti in periodi diversi, e con citazioni da altri testi di Moscato, lo spettacolo ci immerge attraverso la mente del protagonista e gli episodi della sua vita, nella geografia di una città varia, caotica, livida, umana, sopravvissuta alla guerra, con delle cicatrici-rovine da mostrare nella sua inguaribile vitalità. «Sono agglutinazioni visionarie – spiega Andò – sprazzi di vita ripercorsi con l’occhio e l’orecchio dello sciamano. Buchi, faglie, crepe di una memoria a brandelli e solo a posteriori rammendata. Il diario di uno scrittore che odiava le imposizioni della realtà. E che alla realtà preferiva la vita fantasticata, la musica della rêverie».

Ed ecco prendere vita, scendendo e risalendo dalla scalinata, un campionario di personaggi che affollano i mitici Bagni Eldorado dove artisti famosi si bagnavano con il popolino, trasformata poi in balera dove tutti potevano ballare – struggente quell’allegro ballo interrotto improvvisamente dal grido di una donna con in braccio il corpicino avvolto del figlio morto –; evocare gli spiritelli dei compagni di scuola morti suicidi; immaginare la propria madre alla Standa di via Toledo; mostrare le due anziane signorine del vicinato misteriosamente scomparse; e assieme a questi, e molti altri, citare i tanti luoghi del peregrinare fantasticato dell’adolescente Moscato: Piazza del Gesù, la Speranzella, Via Capitelli, Via Croce, Calata Trinità Maggiore, la Biblioteca Nazionale, le chiese dei santi.

Accompagnato dalla figura fantasmatica di un cameriere, testimone e contrappunto alla sua narrazione, e dalla presenza intermittente di Tanino Taiuti con bastone – sorta di Tiresia visionario precorritore -, Moscato-Musella con la sua inconfondibile voce, lontana, dolente, quasi familiare, affonda il suo sguardo onirico e umanissimo in quel vitale sottomondo partenopeo mostrato in tutta la sua paradossale ingenuità e purezza. Accanto a lui, tra le varie voci e i molti corpi che affollano la città, Lello Giulivo, Flo, e Giuseppe Affinito.

Lo spettacolo, prodotto dal Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, dopo il debutto al Teatro Mercadante è in scena al Piccolo di Milano dal 16 al 25 gennaio.











