29 ottobre 2001

Taccuino Liftgallery: vernissages condominiali a Roma Roma, ascensore condominiale

 
Una mostra d’arte nell’ascensore di un condominio: geniale o banale? Riflettiamo insieme sul perché quest’iniziativa è apprezzabile...

di

“… ho disegnato a matita il volto di un bambino immaginario e quindi ho replicato l’immagine fotocopiandola 120 volte. Ciascun foglio è stato disegnato a pastello, e proprio nell’attenzione rivolta al segno e al gesto della mano sulla superficie della carta ritrovo la mia maniera di lavorare … raffigura un volto che ricorda vagamente il volto Nkosi Johmson (NdR bambino sudafricano morto di AIDS assurto a simbolo della lotta contro questo flagello), immerso in un paesaggio dai colori delicati, paesaggio della mente, carte colorate, tante carte colorate, come facevo da ragazzino …” (Giuseppe Tabacco)
Le immagini rivestono tutta la superficie di un angusto ascensore dalla forma strana, stretta e lunga, a stringere coma la morsa di una tenaglia. Così quando si entra, da soli o al massimo con un singolo complice, al primo impatto di curiosità per l’insolita ripetitività di queste immagini in colori tenui ed apparentemente distensivi, segue una sensazione di malinconia. Si percepisce quasi immediatamente la somiglianza di questo volto con il bimbo stroncato dall’AIDS, e si abbassano gli occhi sotto il suo sguardo che circonda.
Giuseppe Tabacco, Senza titolo, 1991 Reti metalliche, vetroresina e cemento su legno; cm 300×400
Fin qui la mostra, ma vogliamo parlare anche dell’iniziativa. Il suo valore diventa evidente quando finita la corsa dell’ascensore ci si trova, sui pianerottoli dei vari piani, nel bel mezzo di una festa. Sviluppando quest’idea un condominio come tanti si è scrollato di dosso la noia del vivere i rapporti di vicinato tra false cortesie e beghe. L’anonimato, l’alienazione, lo scollamento … sintomi diffusi tra le tante porte della città dormitorio, sono stati sconfitti da inquilini che sono diventati abitanti del loro territorio comune. Una comunità nasce attorno ad uno spazio che permette l’identificazione: nel condominio di Via Tola 42 attivisti e passivi sono ormai uniti dalla fierezza di avere superato la carenza di significati del loro spazio sociale. Hanno cominciato con opere di interesse personale, ed ora annoverano in calendario nomi di tutto rispetto, con punte di livello internazionale. Non è detto che tutti i fabbricati debbano raggiungere questi gradi di successo, ma se almeno si diffondessero questi stimoli di riappropriazione del territorio da parte delle comunità di abitanti, il valore condiviso sarebbe già inestimabile.

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Marco Felici



Dal 24 al 31.X.2001
Giuseppe Tabacco x Lift Gallery
Via Pasquale Tola 42
Roma
Info 06.78346462
www.liftgallery.it
info@liftgallery.it

In collaborazione con www.rivistadiequipeco.it
E “il pennino” associazione culturale

Prossimamente:
Enrico Pulsoni 21/28 novembre
Vettor Pisani 19/26 dicembre


[exibart]

35 Commenti

  1. Calderon Della Barca, già ospite di quel secolo opulento che fu il ‘600, ci descrisse come il Barocco era soprattutto desiderio di stupire. Un volo ardito dell’euritmìa verso lidi immaginifici fino ad allora inespressi. Uno stupore di colori, di forme e di immaginazione.
    Ma il desiderio Barocco di stupire aveva come strumento l’Arte, la “genuinità” della performance.
    Al giorno d’oggi, essendo che oggi come mai fu prima l’Arte è a disposizione del godimento di tutti, molti credono che il godimento di tutti sia arte.
    Ebbene, miei non disincantati amici, così non è.
    L’idea di una “esposizione artistica” in un ascensore è, come evento, persino carino.
    Così come lo può essere una foca giocoliera al circo o il nostro bebè di 3 anni che dice una tremenda parolaccia.
    Dopo un poco, però, torniamo a pensare alle cose serie, come l’Arte per esempio.

    Non mi riferisco (questo per i maligni) al contenuto dell’esposizione, anche se immagino Giuseppe Baracca nel suo scritto abbia voluto intendere che il fanciullo africano è “assurto” e non “assorto” a simbolo della lotta contro il flagello dell’aids in Africa.
    E visto che siamo di strada, che dire al Sig. Carlo Felici quando individua le categorie dell’Arte in attivisti e “passivi”?
    Qui Freud fa una festa; naturalmente sono invitati tutti.
    A dire la verità, io una mostra tenuta nell’ascensore di un condominio dove, per usar le parole del Sig. Carlo Felici, “un condominio come tanti si è scrollato di dosso la noia del vivere i rapporti di vicinato tra false cortesie e beghe”, non ci andrei proprio (e non oso immaginare dove il Nostro autore abiti).
    A meno che non sia espressamente e goliardicamente invitato, magari ad una festa in terrazzo per cui l’ascensore è solo una burla propedeutica ad una mega festa organizzata dall’autore, dal curatore, dai suoi amici eccetera.
    Ovviamente, in questa “baroccata”, che qui assume pienamente uno dei suoi significati, (chè non fu solo Calderon Della Barca a dar definizione del Barocco, altri dissero che era pessimo gusto, imperfezione, prodromo del kitch), non vedo nulla di sostanzialmente riferibile all’Arte.
    Vedo molto desiderio di stupire, di incontrare il godimento di tutti.
    Di questi tempi godere è la cosa più semplice, comprendere che è così è la più difficile.
    Non chiedo “che senso ha… ?”. Sarebbe più idiota dell’idiozia.
    Vi domando invece:
    C’è proprio bisogno di voler trasformare una festa di condominio in mostra d’arte per renderla interessante?

    Il Sig. Carlo Felici aggiunge: “Non è detto che tutti i fabbricati debbano raggiungere questi gradi di successo, ma se almeno si diffondessero questi stimoli di riappropriazione del territorio da parte delle comunità di abitanti, il valore condiviso sarebbe già inestimabile”.
    Già lo vedo ballare nudo in cerchio sulle rive di un fiume che getta petali di fiori.
    Forse siamo già all’Arcadia.
    Ciao, Biz.

  2. Caro Biz,
    premetto che non amo i giochi di parole, e questo vale sia per gli storpiamenti dei nomi, sia per l’uso improprio che fai del termine “Barocco” (pensavo che tale visione denigrante fosse ormai estinta).
    Riguardo il tuo gratuito commento in merito alla mia casa, preferisco non scendere in dettagli … Ma occorre avere la capacità di guardare la realtà che ci circonda, oltre i muri della nostra casa, e dei musei.
    Documentati su cosa significa “riappropriazione del territorio da parte delle comunità di abitanti”, e capirai che in queste teorie non si parla di figli dei fiori.
    Altra precisazione: quando parlo di “attivisti e passivi” non individuo categorie dell’Arte, bensì raccolgo in un gruppo (che è poi diventato associazione) chi si è attivato da subito per sostenere l’iniziativa, e chi si è lasciato coinvolgere solo in corsa.
    Tornando alla mostra, l’opera di Tabacco merita rispetto, e la sua collocazione la valorizza sia per la forma dello spazio ospite, che per la sovrapposizione di funzioni che ne nasce.
    Da ultimo, ti ringrazio per la segnalazione dell’errore di digitazione nella Nota di Redattore.

  3. Caro Marco Felici,
    premetto che non sono assolutamente interessato al fatto che tu ami o meno i giri di parole, e nemmeno alla comprensione impropria che fai delle parole altrui.
    Le definizioni del Barocco che trovi nel mio intervento non sono mie; ti assicuro che anche se ho quasi 40 primavere sono decisamente più giovane di Calderon Della Barca o di altri che del Barocco hanno dato quelle definizioni.
    Quanto all’opera di Giuseppe Tabacco (mi scuso davvero di averlo chiamato involontariamente Baracca, è stato un vero lapsus non intenzionale e chiedo venia), noto che non è servito a nulla dire (ai maligni) che il mio intervento non era riferito al contenuto dell’opera.
    A quanto pare l’immaginazione ti fa difetto.
    D’altra parte cosa aspettarsi da chi allestisce una mostra in un ascensore?
    Di contro, posso dirti che il “commento gratuito” che ho fatto della tua casa è virgolettato ed ho usato le tue parole.
    Non si capisce infatti perché i condomini degli altri debbano essere pieni di litigi e di beghe, così, in generale, mentre dove abiti tu vi è la “riappropriazione del territorio da parte degli abitanti”.
    Su una cosa siamo d’accordo: l’opera di Tabacco merita rispetto.
    Se fossi in te gli troverei una collocazione un pochino più degna di un ascensore.
    Ciao, Biz.

  4. Tesoro, fatti un giretto nel sito di lift gallery e scoprirai, con somma meraviglia, che la mostra nell’ascensore non l’ha ideata e realizzata il caro Marco Felici…che serietà sarebbe promuovere e recensire un avvenimento di cui si è i curatori?!?Informati prima di dare fiato….forse potrebbe diventare più interessante leggerti. Forse.

  5. (per BIZ)
    premessa: non sono il curatore della mostra, ne abito in detto condominio, bensì sono un redattore di exibart che l’ha visitata e ne ha discusso con gli allestitori.
    Riguardo l’ascensore, continuare a considerarlo un luogo indegno, come i WC vittoriani nascosti nel sottoscala, è alquanto limitativo (tanto quanto continuare a giudicare il Barocco secondo definizioni storicamente angolate)

  6. JessiKKKa, con tutte le K che vuoi.

    Ti rassicuro sul fatto che non provo alcun fremito nell’essere letto, io scrivo per me stesso, anche se devo confessare che ormai mi è impossibile impedire a centinaia di migliaia di persone nei cinque continenti di leggere le mie pubblicazioni.
    D’altra parte, se consideriamo che metà della cultura di ogni civiltà dipende da ciò che non bisognerebbe leggere, mi sento in buona compagnia.
    Ma temo che chi usa le K al posto delle c tutto questo non lo possa comprendere.
    Son ben felice di non averti tra i miei lettori.
    Ciao, Biz.

  7. Caro Marco Felici,
    non desidero polemizzare oltre con te perchè sento che sei un’ottima persona, di piacevole scrittura e d’animo davvero gentile.
    La bonomìa e l’eleganza delle tue risposte mi hanno conquistato.
    Parlaci un pò ancora di quel che la tua anima ha visto, vuoi?
    Grazie, Biz.

  8. la K è una soltanto…e il piacere è tutto mio.
    Un’ultima cosa…i tuoi commenti sono diventate delle pubblicazioni? Complimenti!

  9. Grazie a Marìca, JessiKa, zak manzi e Biz per i loro pareri.
    Alcune precisazioni per Biz:
    L’edificio ospitante la Lift Gallery non è la casa del Sig. Marco Felici, bensì dell’associazione culturale Lift Gallery.
    Dell’immaginazione dei suoi componenti ed ideatori gradirei si desse giudizio meno affrettato, comunque suffragato dalla conoscenza di quanto finora prodotto, materiale che ti invierei davvero con piacere.
    Giuseppe Tabacco ha considerato più che degna la collocazione nel nostro ascensore della sua opera (non è quella apparsa nell’articolo) visto che l’ha ideata espressamente per quel luogo.
    E’ vero, siamo sostenuti da una dinamica centrifuga, barocca appunto, che ci porterà a tessere una rete di lift gallery, non solo a Roma. A proposito, c’è l’ascensore nel tuo palazzo?
    Ciao a tutti e grazie di nuovo.
    Pino Rosati, Lift Gallery.
    info@liftgallery.it

  10. Gentile Signor Pino Rosati,
    devo insistere sul fatto che non sono attratto verso un’esposizione allestita all’interno di un ascensore.
    Ma questo è dovuto, come lei ben sa, da un mio specifico pregiudizio.
    Pregiudizio, si.
    Cos’altro può essere che mi spinge a giudicare un lavoro senza averne una chiara esperienza, se non un pregiudizio?
    E fin qui, credo, siamo d’accordo.
    Quello che porto come pegno di questo mio giudizio è, come dire, cinicamente, il prezzo che l’Arte nella sua selezione naturale deve soffrire.
    Intendo dire che non sono esattamente un imbecille.
    Ergo, accetto con entusiasmante piacere la tua offerta di inviarmi del materiale, sono certo sia materiale di estremo interesse.
    Ma questo corrobora la mia tesi; diventiamo amici e possiamo fare mostre anche dentro un barattolo da caffè.
    Voi l’avete fatta, sicuramente interessantissima, dentro un ascensore.
    Ma tiratela fuori subito per favore.
    Grazie, Biz.

  11. Una mostra d’arte nell’ascensore è un’idea particolare, può far pensare che chi l’ha ideata sia amante dell’arte ma anche che sia un’idea per vendere quadri.
    L’ascensore non è luogo dove poter avere raccoglimento per respirare la spiritualità del messaggio che l’artista ci invia, penso che non sia possibile nel salire e scendere nell’ascensore.

  12. Invece questa cosa dell’ascensore fa riflettere. Ci sono luoghi metropolitani che, pur essendo pubblici, consentono di recuperare una dimensione privata e perciò si prestano ad essere violati proprio nella loro dimensione pubblica e riconquistati come spazio intimo. Le cabine del telefono, i bagni pubblici, gli ascensori, i muri di periferia. Lì scopriamo infinite violazioni, scritte clandestine, tracce che, anche se solo per un attimo, quegli spazi sono stati riconquistati. Che l’arte si appropri di questi spazi ambigui, queste terre di mezzo, mi appare curioso ed interessante.

  13. Caro Edgar,
    sono d’accordo con il concetto base della tua opinione, ma non con la sua applicazione in questo caso.
    Gli artisti “metropolitani” si appropriano di spazi pubblici e aperti, quali le cabine del telefono, i bagni pubblici, gli ascensori, i muri di periferia e quant’altro ma hanno, da parte loro, una caratteristica peculiare che non scorgo nell’esposizione qui sopra: la spontaneità, la naturalezza, l’assenza di artificio.
    Gli artisti metropolitani dipingono muri, strade e bagni pubblici perchè non hanno altri spazi.
    Trovo sia offensivo nei confronti loro e dell’Arte considerare che sia la stessa cosa.
    Non c’è posa peggiore che voler essere naturali a tutti i costi.
    In tutto questo vedo un che di paternalistico, di artificioso, di poco sano.
    Chissà se i signorini e le signorine che si sollazzano in questo ascensore visiterebbero mai un grafico colorato in un cesso di una puzzolente stazione di Bucarest.
    Caro Edgar, in questo caso, più che di una riappropriazione di spazi mi sembra si tratti di un’invasione degli stessi.
    Gli ulivi pugliesi sono davvero un’opera d’arte della Natura, ma è disgustoso sapere che alcuni ricchi signori li espiantano per poi interrarli nei giardini delle loro ricche dimore di Milano.
    L’ulivo resta sempre bello, ovvio, come lo è l’arte di Tabacco, ma non si può proprio trovare una più idonea sede espositiva?
    Comunque sia, questa cosa non mi convince, ma resta una mia opinione personale.
    Ciao, Biz.

  14. Nel riprendere contatto con Exibart (in ritardo, me ne scuso) ed i suoi lettori, trovo degli ulteriori pareri su Lift Gallery, ringrazio e parto subito da un riscontro.
    Nessuno, tra i partecipanti allo scambio di opinioni (tranne Jessika, citando il sito web), riferendosi a LiftGallery ha usato questo nome. “Cosa”, “idea”, con questi termini – in quei termini – è stata commentata.
    L’attribuzione del nome è un atto funzionale al meccanismo del gioco, al compimento della trasformazione. Lo sa bene il bimbo Adriano che ha ri-rinominato l’ascensore “Bartolomeo”, lo sapeva bene il rabbino Loew, creatore del Golem. Lift Gallery vive di quelle magie. Altrimenti rimane materia inanimata e, quel che è peggio, indistinta: una mostra nell’ascensore…
    Lift Gallery, please. Poi, ognuno la racconti come gli pare.

    Cara Maria Pezzica,
    Lift Gallery non è solo “un’idea particolare”, è anche una storia particolare. Storia che poteva concludersi, dopo un intero anno di mostre “condominiali”, com’era iniziata: di notte, nel silenzio (v. catalogo narrato su http://www.liftgallery.it). Invece è continuata, clamorosa, facendosi esperimento e dichiarato progetto di un insieme quantomai eterogeneo di persone. Senza per questo perdere autenticità. Anche se, l’aspetto certo singolare, curioso di quest’esperienza, può aver fatto pensare alla bella trovata o addirittura ad un’astuzia con secondi fini. Così non è. Comunque (oltre a non definirmi un amante dell’arte), credo non ci sarebbe nulla di male nel vendere dei quadri, finora non è accaduto ma, ci fosse l’occasione, venderemmo pure l’ascensore.
    Ho colto sincera commozione, una sera, nel commento di Maria Teresa al lavoro di Giuseppe Tabacco. Spiritualità? A me capita, invece, di pensare ai lavori esposti nella Lift Gallery quando sto per addormentarmi. E, come i bambini con i regali (o come un imbecille), provo una piccola gioia nel rivederli al mattino. Ciao

    Mister Biz,
    complimenti per il bel film, ma alcuni fotogrammi vanno messi a fuoco meglio, se vogliamo fantasticare su Lift Gallery.

    – Certo, c’è qualcosa di “poco sano” nei nostri intenti. Infatti, lungi da noi l’idea di sanare, guarire o bonificare alcunchè. Anzi. Lift gallery esibisce, in tutto il suo grigiore, la scrostata, cigolante, reumatica carcassa che chiamiamo ascensore, quando, durante l’inaugurazione si procede (ritualizzando il gesto originario) all’installazione dell’opera. Il “curatore” vi partecipa, sadico, affondando nel legname chiodi e viti.

    – Le uniche “pose” che volentieri assumiamo, per niente naturali sennò che pose sarebbero, son quelle davanti ai fotografi dei giornali che stanno raccontando di noi.

    – Non intendo darti dell’imbecille ma devo ripetere che nessuna opera degli artisti partecipanti è stata espiantata dai loro studi, caricata su camion, innaffiata, e deportata alla Lift Gallery. Come supposto dalla tua evangelica metafora degli ulivi.
    L’arte di Tabacco non è soltanto un prodotto a cui trovare idonea collocazione, consiste anche nella scelta di coinvolgimento, di confronto con uno spazio (al pari di una tela, secondo me) che l’artista compie. E’ una qualità legittimante ogni luogo, anche un ascensore.

    – “Chissà se i signorini e le signorine che si sollazzano in questo ascensore visiterebbero mai un grafico colorato in un cesso di una puzzolente stazione di Bucarest.”
    Demograficamente aggiungo: neonati, bambini, vecchi, trentenni, quarantenni e di mezza età. Single, sposati e conviventi. Studenti, lavoratori, pensionati e disoccupati. Pazzi, sani, malati e handicappati. Negri e bianchi. D’ambo i sessi. Infine, due cani e una gatta. Tutti quanti ci sollazziamo nell’ascensore (non solo gli stronzetti annoiati di cui vagheggi). Tutti quanti abbiamo la possibilità di ammirare, ogni santo giorno, le opere esposte, la voluttà di toglierle dopo una settimana, di privarcene per aumentare il prossimo godimento (godimento, peraltro, corrisposto dagli espositori). Roba che manco Sgarbi si concede. Altro che invasioni!
    Ed infine, siccome tra i suddetti “signorini” figuro anch’io, ho deciso di risolvere empiricamente il tuo retorico dubbio: vado a Bucarest (treno diretto, partenza ore 23,40 da Trieste Centrale, 1 giorno e 7 ore di viaggio, arrivo ore 07,10 a Bucuresti Nord). Ci vado, faccio la dovuta pisciata, una foto al misterioso “grafico colorato” e torno. Quindi spedisco la foto a Exibart, per eventuale pubblicazione a testimonianza. Periodo: gennaio / febbraio. Gradite sponsorizzazioni.

    Ciao a tutti
    Pino Rosati

  15. Ho aperto per leggere il contributo di Pino e scopro che mi sono lasciato sfuggire un commento di Biz. Scusami per la distrazione. Vorrei dirti che ho dei seri dubbi che gli spray artisti che per alcuni imbrattano i nostri muri metropolitani lo facciano per mancanza di spazi. Ricordo di aver assistito, più o meno un anno fa a dun dibattito padovano in cui era stata fatta la proposta di destinare uno spazio pubblico per la spray art. Alcuni artisti presenti hanno fermamente rifiutato questa che appariva come una sorta di segregazione perché il problema della riappropriazione dello spazio urbano va inteso come necessità di affermazione della propria identità e della libertà di espressione.
    A questo proposito vorrei segnalare, come contributo teorico sulla questione, le opere di Paul Graham esposte nella recente Biennale: stampe fotografiche che riprendevano null’altro che le pareti violate da scritte, frasi, numeri telefonici e rappresentazioni erotiche disegnate sulle pareti di bagni e locali pubblici.

  16. Mister Pino Rosati,
    mi scuso se il bel film aveva dei fotogrammi sfocati, probabilmente è dovuto al fatto che l’ultimo l’ho visto dentro un ascensore, luogo davvero suggestivo ove fantasticare; infatti, occorre molta fantasia per trovare qualcosa d’artistico in un montacarichi.
    Complimenti.
    Apprendo con piacere che non avete pose naturali, e che le uniche pose che assumete sono quelle davanti ai fotografi dei giornali che raccontano di Voi.
    Certo deve essere davvero triste pensare che il solo fatto di essere fotografato da un giornale renda artistico un allestimento.
    Sarà il frutto della Vostra strabiliante fantasia. Ancora complimenti.
    Mi pare di ricordare che anche Ilona Staller pensasse qualcosa del genere.
    Ma nessuno è perfetto.

    Ma il punto è un altro: Voi siete liberi di fare e dire quel che Vi pare.
    Anche io.
    Ma chi ammette che oltre ai quadri venderebbe anche l’ascensore… beh… meno male che non avete allestito dentro il Palazzo degli Uffizi, anche se certo avreste guadagnato di più.
    Guadagnare poco è così poco artistico!
    Sono certo che la Vostra fantasia escogiterà qualcosa di nuovo per ovviare a questo spiacevole inconveniente.
    Faccio un breve inciso per renderLa edotto sul fatto che quella mia degli ulivi non era una metafora, ma qualcosa di reale e ben circostanziato.
    E’ davvero un peccato che in questo caso la Vostra fantasia Vi abbia fatto difetto.

    Inoltre mi accorgo che è il caso di tornare, brevemente, sull’argomento.
    L’arte di Tabacco non è in discussione;
    il mio era un invito a trovargli una collocazione meno volgare, che non ci rammenti la volgarità di certi curatori di mostre.
    Di quelli che pensano ai soldi e che parlano di soldi come risposta alle critiche verso il loro lavoro.
    Sono certo che qualcuno lo conosce.
    La mia non è una critica al Mercato ma, come dire, ai fast food.
    Credo che l’Arte di Tabacco, e tutta l’Arte, meriti di meglio. E’ davvero così arduo comprendere questo semplice concetto?
    Temo di costringerLa a dar fondo a tutta la Sua fantasia per afferrarlo.
    Ebbene caro Signor Pino Rosati,
    l’attendiamo al Suo ritorno da Bucarest con (per usar le sue parole) la fotografia della Sua “pisciata”.
    Sarà certamente una “pisciata” artistica, Le auguro di venderla.
    Ciao, Biz.

  17. niente da fare e da dire contro l’ottusità e la chiusura mentale…l’ultima parola deve essere di Biz (i bambini viziati sono abituati così)e noi lasciamogliela dire…

  18. Per Biz: forse mi sono spiegato male. Con l’espressione “contributo teorico” intendevo dire che Paul Graham, con le sue opere, probabilmente ha spiegato meglio di quanto possa fare io la questione della riappropriazione indebita dello spazio pubblico, di fatto rappresentandola, rendendola autoreferenziale e dandole la dignità di opera d’arte. Ha in qualche modo gettato un ponte tra spazio museale e non, rivendicando la possibilità di invertire i ruoli dell’uno e dell’altro.

  19. Caro Edgar,
    sulla questione mi trovi assolutamente d’accordo con te, e questo mi fa davvero molto piacere poichè ti stimo molto, moltissimo.
    Tuttavia, non credo sia qui applicabile, ma soprattutto credo si tratti di ben altra cosa rispetto all’iniziativa “liftgallery” di cui si parla in quest’occasione.
    Ti ringrazio per i tuoi interventi sempre precisi, competenti e illuminanti.
    Ciao, Biz.

  20. Ho appreso e letto di questa mostra, mi si é aperto il cuore, perché questa cosa é un miracolo che ridá speranza. Poi ho letto il mare di parole attorno ai commenti infelici di sto Biz, che mi fa pensare agli occhi stralunati e sgangherati della moglie di noto e corpulento personaggio pubblico. Ma ne val la pena di spendere tante importanti energie mentali? Sono solo provocazioni allucinate o in cattiva fede.
    Arte é una parola abusata oggi e usata a sproposito. Questo ascensore é come il marciapiedi di un viale alberato. Si vorrebbe limitare la vegetazione ai margini, ma le radici spaccano l’asfalto e fuoriescono proprio lá, dove la teoria dell’uomo voleva fare posto solo alle suole della gente, forse per la paura inconscia del pensiero. Questo ascensore é un fiore, che mi fa pensare alla ginestra di Leopardi. Tenero e debole rispetto alle pendici del vulcano, eppure lá a dimostrare la forza poetica della sua bellezza vera.
    Grazie
    Maurizio

  21. a Biz … ma come ci si sente a parlare e giuducare cose che non sperimentate in prima persona? Mi sembri l’inquisizione che processò Galileo Galilei per avere osato affermare che le tesi vanno sperimentate …

  22. Roger,
    credi forse che Democrito, nel V° sec. a.c., abbia dovuto farsi una passeggiata attorno al globo prima di affermare che la terra è rotonda?
    O pensi abbia avuto un microscopio quando scoprì gli atomi?
    Ad ogni modo il tuo esempio non calza, qui non vi è nulla di scientifico.
    E Galileo era uno scienziato, non un’artista.
    Se confondi l’Arte con la Scienza la puoi confondere con qualsiasi altra cosa.
    Di questo passo si finirà per allestire mostre dentro gli ascensori e lubrificare argani nel mezzo delle sale nobili di un museo.
    Quanto all’inquisizione, lascia stare.
    Qui l’unico ad essere inquisito sono io per il semplice fatto che non approvo quest’iniziativa.
    Vuoi dirmi che tutti coloro che l’apprezzano l’hanno visitata?
    Nutro seri dubbi al riguardo.
    Ciao, Biz.

  23. Gentile e brillante Biz, attento agli esempi. Su Democrito, gli atomi e la scienza nel V sec. a.C. leggiti “La Repubblica Cosmica” di A. Capizzi. Poi ne parliamo

  24. Gentile e importuna Sara Magister,
    Le confesso che il mio intervento su Democrito non era un “esempio”, bensì una metafora, ironica, sarcastica, ma sempre una metafora.
    Per il semplice fatto che, anche secondo il volume del Capizzi da Lei citato, la Scienza del V° secolo a.c. non ha alcuna analogia con la scienza di Galileo.
    Indice questo del fatto che, a quanto pare, del libro di Capizzi Lei non deve avere compreso molto, ammesso che lo abbia letto.
    In secondo luogo la informo che trattavasi di un inciso e che la discussione verteva su altro.
    E’ una pessima abitudine, fin troppo diffusa, quella di estrapolare una frase da un discorso più articolato, per poi parlare delle poche cose che si sanno, o che si crede di sapere.
    Ergo la invito, prima di indirizzare la sua attenzione verso libri più complessi, a imparare a leggere le cose più semplici come i messaggi di un commentario.
    Dovremmo parlare di cosa?
    Non mi dilungo oltre; non vorrei costringerla a fatiche disumane per comprendere ciò che ho appena scritto.
    Ubi maior, minor cessat.
    Ciao, Biz.

  25. Precisazioni:
    – Curatore delle mostre è il sig. Carmine Mario Mulière. Non io.
    – Le foto da Bucarest riguarderanno, come già detto, il “grafico colorato”. Non altro.
    Ricordo, a chi interessato, la mostra – ultima per quest’edizione della Lift Gallery – di Vettor Pisani. Dal 19 al 26 dicembre.
    Grazie e ciao.

  26. A Biz,
    poiché sono una sporadica lettrice di Exibart, ho letto solo ora la sua risposta alla mia notazione su Democrito. Mi fa molto piacere che anche lei conosce entrambi i libri di A. Capizzi, il quale ha dato una lettura a mio parere giusta ma decisamente controcorrente, almeno nel panorama romano, sulla questione. Tuttavia mi dispiace che una mia osservazione, consapevolmente marginale rispetto al tema dominante su cui verteva la discussione, sia stata presa da lei così seriamente. Indubbiamente internet impone una lettura veloce, spesso superficiale, ed entrambi abbiamo forse male interpretato le nostre reciproche parole. Ma credo che né il suo anonimato né l’argomento in questione la possano autorizzare a dare giudizi così perentori e, quelli sì, importuni sulla mia persona o sulle mie facoltà mentali. Ma forse fa parte del personaggio e dunque “the show must go on”…
    Al di là di tutto vorrei cogliere l’occasione per complimentarmi con chi, come spesso lei, con osservazioni argute e puntuali e anche con una, quando costruttiva, verve polemica, contribuisce a rendere vivo e arricchente il dibattito sull’arte.

  27. Gentile Signora Sara Magister,
    Accetto di buon grado la critica che mi rivolge.
    Ciò che mi aveva recato fastidio non era il suo commento ma l’inciso finale “poi ne parliamo”.
    Spero di poterLa leggere ancora, mi piace molto il Suo distacco.
    Se ho qualcosa per cui porgerLe le mie scuse, La prego di accettarle.
    Ciao, Biz.

  28. Simpatico Biz,
    ma ci mancherebbe! Lei è una persona stimabile, almeno per quel poco che ho avuto modo di capire da quanto scrive. L’importante è “patti chiari, amicizia lunga”! a presto, Sara

  29. Perche questa iniziativa non è stata per niente divulgata e pubblicizzata a a livello nazionale? La trovo una iniziativa notevole.

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