12 novembre 2004

fino al 6.II.2005 Caravaggio. L’ultimo tempo 1606 – 1610 Napoli, Museo di Capodimonte

 
Caravaggio torna a Napoli. Impaginato con naturalezza nelle sale di Capodimonte, il racconto degli ultimi quattro straordinari, intensissimi anni di vita e di lavoro del Merisi. Scanditi da un’impareggiabile progressione stilistica ed emotiva…

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Era scontato che fosse straordinaria? Ed è banale dire che lo è? Sarà, ma difficilmente una ventina di capolavori mente. Senza pompa di velluti né are votive -e con una rivoluzione tutto sommato contenuta- nelle sale di Capodimonte s’è apparecchiato il soggiorno di Caravaggio: appeso alle pareti del museo di tutti i giorni, a metà di una linea evolutiva che ribadisce il suo solitario essere spartiacque. Titolo –va detto- conseguito ad un prezzo tutt’altro che modico, saporito d’offese e dinieghi, oppresso dal lezzo del romanzo popolare. Ci si è concesso, perfino, il lusso di (ri)proporre una manciata di nuove attribuzioni che, da sole, meriterebbero una trattazione a parte.
Insomma, quantità e qualità a soddisfazione (questo è un sogno collettivo che dura da oltre vent’anni), tanto da lenire perfino il dispiacere per i grandi assenti, come la Madonna del Rosario, rimasta a Vienna, e la Natività di Palermo, ingoiata dal crimine nel 1969. caravaggio, la resurrezione di lazzaro
Si parte alla grande, coi mesi trascorsi tra il Lazio rurale e il ventre molle di Partenope, che a partire dal maggio 1606 ricoverano il pittore omicida, bandito e fuggiasco. E, tra le Sette opere di misericordia che squarciano la sordida notte dei vicoli, stupisce vedere come la pennellata si faccia netta, tagliente, imperiosa, spesso rapida e sbrigativa, come se fosse passato un secolo dal cesellato Emmaus di Londra, con quel Cristo dai capelli inanellati e la canestra ricolma sulla mensa imbandita, così simile a quella del Borromeo. Tutt’altra storia rispetto alla versione meneghina, dove il Figlio di Dio china lo sguardo su un desco più parco: due foglie di verdura, qualche pagnotta, la brocca di terraglia (pasto d’artista al tempo della fame?).
Complice una regia poco invadente e repressiva, pochi centimetri separano lo spettatore dalla stesura: a sorpresa, gli impasti di luce del maestro si svelano guazzi, sporchi, chiazzati di livido, come nelle mezzelune del costato stecchito del Sant’Andrea venuto dall’America, salvo tornare trionfare nella pelle d’avorio e nei panni di neve dell’angelo annunciante di Nancy, o nel torso del Cristo alla colonna, splendido padrone di casa.
caravaggio, flagellazioneCupa la rappresentanza maltese giunta dalle sponde dell’Arno, coi neri addensati di Amorini dormienti e cavalieri con croci a otto punte, mentre il trittico siculo, qui riunito per la prima volta, denuncia la precarietà dei pigmenti isolani: Santa Lucia sepolta nella sciupata rarefazione del bronzo; Lazzaro restituito alla vita da un frullar di setole; il triangolo dell’Adorazione dei pastori così raccolto da ridurre all’indispensabile perfino le festuche di paglia.
Il dramma precipita dietro l’angolo, in una stanza delle torture disseminata di decollazioni, tradimenti e martiri, dove unica oasi di pace è il San Giovannino Borghese, con quel faccino bruno da scugnizzo e scintille maliziose nelle pupille d’inchiostro. Una Salomé un po’ appassita guarda dall’altra parte, come se il trofeo sul vassoio non le appartenesse, il pavido Pietro mente e il carnefice David compatisce il dolore che gocciola dalla sua vittima. L’epilogo: il pictor praestantissimus innesta il proprio corpo su quello di Orsola trafitta, che si spezza come un giglio reciso dal barbaro dardo. Non un gemito dalle sue labbra, mentre l’armato lucente s’appresta a sorreggerla, inutile la mano (scoperta dal recente restauro) che irrompe a fermare il martirio. Nello spasmo dell’abbraccio finale, Caravaggio le s’incolla, inarcato, proteso a ricevere la catarsi della medesima in-giustizia. Dal seno di vergine sbocciano i petali un anemone vermiglio. È colore, sangue di entrambi.

anita pepe
mostra visitata il 23 ottobre 2004


fino al 6.II.2005
Caravaggio. L’ultimo tempo 1606-1610
Museo di Capodimonte via di Miano 1. Orario: tutti i giorni ore dalle ore 8.30 alle 19.30; lunedì chiuso. La biglietteria chiude un’ora prima. Biglietti: Intero Mostra/Museo: 10,00 €, Ridotto Mostra/Museo: 5,00€, Ridotto e solo Mostra: 5,00€. Catalogo: Electa Napoli. Telefono evento: 848 800 288 (cellulari e estero 06 39967050)


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2 Commenti

  1. Caravaggio. L’ultimo tempo

    Finalmente un’esposizione ampia su Caravaggio in grado di mettere a fuoco perfettamente gli ultimi anni di attività del genio milanese.
    Magistrale poi la collocazione dei dipinti. Essi infatti si inseriscono tra le stanze del manierismo e le stanze del Seicento, quando oramai risulta evidente e palpabile la rivoluzione caravaggesca.
    In questo modo si può vedere lo strappo perpetuato dalla pittura di Caravaggio in una cultura artistica, come quella napoletana che viveva fino a quel momento soprattutto per apporti manieristici esterni. In particolar modo fiorentini come Francesco Salviati e Giorgio Vasari. Si passa dalle pose contorte, dai tagli arrischiati tipici dell’ultimo manierismo ad una pittura che invece si innesta crudamente nella realtà, nella quotidianeità viva di tutti i giorni.
    All’inizio si aprono ai nostri occhi le due grandi Cene in Emmaus, in cui Caravaggio traspone un evento biblico in una cantina malfamata dei primi del Seicento. Mirabili e sorprendenti per vitalità tangibile sono i pezzi di natura morta in cui Caravaggio era campione, vedi la Canestra di Frutta (1597-1598) della Pinacoteca Ambrosiana di Milano.
    Continuando individuiamo lo quarcio luministico del corpo del Cristo nella flagellazione. Caravaggio eleva la sofferenza del figlio di dio e la innalza in un discorso più generale, una sofferenza cioè che tocca l’anima e la condizione miserabile di tutti gli uomini.
    Il percorso continua con le Sette opere di Misericordia. Opera che conferma la grande capacità di Caravaggio di dare una dimensione umana alle rappresentazioni religiose; la luce crea zone d’ombra sempre più profonde, evidenziando le figure con bagliori che accentuano la drammaticità della rappresentazione.
    Incominciano poi le decapitazioni, nelle quali il volto o del Golia o di Oloferne sono sempre degli autoritratti dell’artista.
    Quasi come profetico sentimento della sua prematura morte Caravaggio negli ultimi anni di vita ritorna sempre più di frequente sul tema della morte violenta.
    La crudezza dei particolari e la precisione realistica con cui sono descritte le terribili decapitazioni, corrette fin nei minimi particolari dal punto di vista anatomico e fisiologico, ha fatto ipotizzare che il dipinto sia stato realizzato sotto l’impressione delle clamorose esecuzioni romane di fine secolo di Giordano Bruno e soprattutto Beatrice Cenci eseguita nel 1599.
    Arrestato per errore alla frontiera dello Stato Pontificio a Porto Ercole e liberato due giorni dopo, vaga lungo le spiagge alla vana ricerca, per recuperare i suoi averi, della barca che lo aveva trasportato lì. Colpito dalla febbre, muore il 18 luglio 1610 in un piccolo ospedale, in solitudine, qualche giorno prima che fosse annunciata l’approvazione della tanto attesa grazia papale. La tragica fine di un uomo destinato a cambiare per sempre il corso della pittura e della storia dell’arte. “Morì malamente come
    appunto male aveva vissuto”.

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