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 La celebrazione di un’amicizia e di una appassionata relazione con il nostro Paese. Le opere di Kiki Smith e Betty Woodman sono a Roma alla galleria Lorcan O’Neill
 Valentina Martinoli 
 
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pubblicato

La produzione di Kiki Smith spazia nell’utilizzo di materiali molto diversi: dagli splendidi arazzi, quasi una finestra sul mondo naturale, si passa alle sculture in argento e bronzo, fino ad arrivare ai disegni su carta. L’utilizzo di materiali molto eterogenei porta a chiedersi se Kiki Smith non voglia dare messaggi diversi a seconda del medium utilizzato, o se voglia creare un contrasto tra il materiale a volte fragile che utilizza (come la carta o la porcellana) e la potenza espressiva di ciò che vi è rappresentato. Un’osservazione alla quale lei replica così: «Forse molti anni fa il materiale usato aveva un significato particolare, ora è semplicemente un mezzo che posso usare; materiali diversi conducono ad esperienze diverse, e questo è interessante».

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Quello che sembra arrivare dalla sua opere, e dalle affermazioni stesse dell’artista, è un processo di semplificazione, una volontà di purezza che fa sì che tutto il fare artistico si svincoli dalle sovrastrutture culturali, simboliche o analitiche, per tornare ad un grado zero dell’espressione creativa. I suoi lavori, spesso caratterizzati dalla presenza di elementi tratti dal regno naturale ed animale, emanano una forte spiritualità, intesa come vibrazione primordiale. Animali quali il lupo, l’aquila, il cerbiatto, fanno parte di un mondo legato alla fiaba, alla mitologia, al folklore. Allo spettatore possono ricordare dei simboli, o rappresentare delle emozioni che vengono dal ruolo che questi animali hanno assunto nelle discipline menzionate. Ma è una chiave di lettura non prevista dalle intenzioni dell’artista. «Hanno un significato culturale, ma rispondono anche a sé stessi. Non voglio fare analisi culturali o prendere delle posizioni, mi limito a focalizzarmi su ciò che cattura la mia attenzione. Via da tutto questo linguaggio, rappresento tutto quello che vedo intorno a me, ci sono molti di questi animali dove vivo, rispondo a quello che ho intorno», spiega lei. L’artista è quindi una cassa di risonanza dalla sensibilità privilegiata, in grado di catturare il richiamo del mondo circostante esprimendolo nella sua opera. È proprio questo passaggio diretto attraverso la sua neutralità a far si che gli esseri ritratti mantengano il loro palpito vitale, quasi fossero catapultati direttamente dall’ambiente originario a quello espositivo; uno sguardo che si fa materia.

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Tutto ciò fa sorgere una riflessione: siamo forse noi spettatori a non essere più in grado di bearci semplicemente della visione di ciò che è rappresentato, senza cercare delle simbologie o dei significati dietro di essa? «Mi limito a focalizzarmi su quello che cattura la mia attenzione», puntualizza Kiki Smith. Occorre quindi instaurare un rapporto diretto, senza la mediazione di nessun altro tipo di elemento, per tornare a vedere, nel senso originario del termine, senza speculazioni accessorie che possano contaminare l’esperienza estetica, sembra suggerire l’artista. 
Betty Woodman vive da anni in Italia; l’esplosione calda ed avvolgente delle cromie delle sue ceramiche, dei dipinti e degli interessanti combine paintings, ha risentito indubbiamente dell’influenza del sole e dello spirito del nostro paese. «È stata una lunga storia d’amore», risponde alla domanda sul perché abbia scelto di restare qui. «Credo che sia interessante come qualcuno si possa innamorare di un luogo. Sono venuta per la prima volta nel 1951; visitare Firenze e la Toscana fu un’esperienza incredibile... i panorami, le persone...vedere alcuni edifici maestosi che non avevo mai visto altrove. Sono tornata dieci anni dopo con mio marito, ed abbiamo continuato a viaggiare in Italia sempre più spesso, ed ogni volta era più difficile andarsene. Chi ci vive non si rende conto della ricchezza che offre questo Paese, e chi viene da fuori coglie dei dettagli che gli abitanti non vedono, ossia sceglie di mettere da parte ciò che non vuole vedere e riesce a vivere un’esperienza davvero ricca», ci dice Woodman. 

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Se per anni è stata identificata come ceramista, solo in una fase molto matura della sua carriera Betty Woodman ha deciso di mettersi in gioco e di tentare nuove sperimentazioni artistiche. Integrando pittura e scultura, realizza dei lavori estremamente interessanti, una sorta di collage tridimensionali, creando dei quadri pop-up, dove l’oggetto esce letteralmente fuori dal quadro, che diventa supporto e basamento. Woodman utilizza diversi materiali con una certa curiosità, quasi con un desiderio di apprenderne i segreti: «È interessante scoprire quale rapporto si possa stabilire con il materiale usato, cosa abbiamo da dirci l’un l’altra, quali sono le sue potenzialità». Il vaso è un elemento base della sua produzione, sia in quella passata che nelle attuali ricerche. «È un simbolo universale, da sempre presente nella storia dell’arte italiana, europea ed asiatica: è una costante», afferma. Gli interni rappresentati nelle sue opere catturano lo sguardo dello spettatore accogliendolo come un ospite piacevolmente atteso; la freschezza del gesto pittorico e i toni vivaci lo mettono a suo agio, in un’esperienza immersiva e coinvolgente. Un mondo tattile, corposo, fatto di elementi che compongono la nostra quotidianità, quello illustrato dall’opera di Betty Woodman. 
La scelta di far dialogare le due artiste è interessante. Entrambe affermano di essere sollecitate da ciò che vedono, seppure in contesti differenti. E la loro opera lo rappresenta in modo diverso: l’amore per il sole e la nostra cultura sgocciola dalle pennellate luminose di Betty Woodman, come ad averne succhiato l’essenza profonda togliendone il simulacro materiale. Assistiamo quindi a una elaborazione della visione fino alla sua resa artistica. Kiki Smith invece si fa canale diretto dell’impressione visiva, ciò che aggancia il suo sguardo viene riprodotto, con delle fattezze immediatamente riconoscibili. La visione non viene quindi elaborata, ma comunicata in maniera lineare. Entrambe però ci portano a guardare, e ad apprezzare ciò che vediamo in maniera spontanea, arricchendoci dell’esperienza vissuta.

Valentina Martinoli

 


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