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Una kefiah tra realtà e finzione

   
 Il simbolo palestinese diventa motivo ornamentale nelle porcellane di Larissa Sansour, nella sua mostra romana. Una scelta che va oltre la storia, per ritrovare una storia manuela de leonardis 
 
Una kefiah tra realtà e finzione
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Piovono ciotole dal cielo, come foglie d’autunno. Ciotole e piatti di porcellana che arrivano da un passato più o meno remoto, resistenti eppure così fragili, eleganti nella loro semplicità. Oggetti della quotidianità che vengono investiti di altri significati. Intanto, la luminosità neutra del fondo contiene un pattern facilmente identificabile: il motivo intrecciato bianco e nero che fa della kefiah un indumento che non è solo etnico, ma identificativo di un movimento di resistenza. Per i palestinesi è il simbolo stesso del loro legame con la Palestina. 
Anche per Larissa Sansour (Gerusalemme Est 1973, vive e lavora a Londra) - ha partecipato alle Biennali di Istanbul, Yinchuan, Busan e Liverpool – la kefiah è un elemento chiave per continuare la sua ricerca che, fin dall’inizio, è sempre stata orientata in una direzione estetico-politica. 

Particolare della mostra, ph. Yamina Tavani (Courtesy Montoro 12 Contemporary Art)

In the Future, They Ate From the Finest Porcelain (fino al 4 marzo 2017) è la sua seconda personale nella galleria romana Montoro 12 Contemporary Art e, come nella precedente Nation Estate (2015), il suo lavoro interdisciplinare che spazia tra fotografia, video, installazione e performance, conduce lo spettatore oltre le barriere di prevedibilità, luoghi comuni e banalità.
Il presente, in particolare, sembra incapsulato tra i due estremi temporali di passato e futuro. Ma, se in alcune opere precedenti come il noto video A Space Exodus (2009) in cui l’artista stessa indossava i panni di un’astronauta (donna) che nel fissare la bandiera palestinese sulla luna restituiva dignità e diritti al suo popolo, nel video che dà il titolo a questa nuova mostra l’atmosfera è ancora più fantascientifica e guarda a ritroso nella storia giocando sulla giustapposizione tra realtà e finzione. L’ambiguità dello slittamento temporale è insita già nella forma verbale contenuta nella frase In the Future, They Ate From the Finest Porcelain ("nel futuro mangiarono dalla migliore porcellana”, in italiano) che, per l’appunto, mette in relazione la parola futuro con il verbo mangiare coniugato nella forma passata. 

Veduta della mostra, ph. Yamina Tavani (Courtesy Montoro 12 Contemporary Art)

«Ho utilizzato immagini d’archivio - spiega Larissa Sansour - che provengono dalla Library of Congress, dall’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) e anche da collezionisti privati di Betlemme. Vedendole sono rimasta colpita dalla loro chiarezza, ma anche dall’idea di come attraverso di esse possa cambiare l’immagine della storia, di come venga  interpretata attraverso la propria emozione, della possibilità stessa di manipolazione». 
Sansour parla anche di interferenze all’interno di questo racconto che non segue un andamento cronologico lineare, soffermandosi davanti alle tre grandi stampe fotografiche a colori montate con il metodo Diasec su acrilico che ne garantisce stabilità e durevolezza. Immagini in cui viene sintetizzata la storia della Palestina, evocata dalla presenza di figure anonime all’interno di uno scenario popolato di archeologi del futuro. 
Ci sono soldati inglesi, scouts, pellegrini russi dell’Ottocento, soldati ottomani, un ragazzo americano della setta dei samaritani, qualche soldato israeliano, una beduina che indossa l’abito tradizionale e anche un uomo con il turbante e la barba lunga che con il suo sguardo diretto intercetta quello dell’osservatore, invitandolo ad entrare nella scena. C’è anche un ritratto di gruppo in cui i protagonisti indossano abiti di foggia occidentale, di moda negli anni ’30-’40. Una famiglia come tante coinvolta nella nakba, l’esodo palestinese del 1948. Alle loro spalle un orizzonte di tende: non quelle dei beduini, come si  potrebbe pensare ad un primo sguardo, ma quelle dei campi profughi che ospitano ancora oggi i palestinesi che furono obbligati a lasciare la loro terra. «Persone che sperano di tornare un giorno a casa, ma non succede mai. Almeno finora non è mai successo».
«Le foto originali sono in bianco e nero, ma abbiamo cercato di riportarle in vita, aggiungendo più colori e nel film anche il movimento». Dalla pipa della donna beduina, ad esempio, il fumo diventa una scia ondeggiante. «Interventi che ci ricordano come possa cambiare il corso della vita».

Veduta della mostra, ph. Yamina Tavani (Courtesy Montoro 12 Contemporary Art)

L’artista palestinese usa il plurale, perché l’intero corpus nasce dalla collaborazione con il marito, lo scrittore danese Søren Lind che ha firmato anche la sceneggiatura del video. In the Future, They Ate From the Finest Porcelain (2015) che è stato selezionato, tra gli altri, dal BFI London Film Festival 2016 - Experimenta Strand, Berlinale 2016 e Palestinian Film Festival - Australia 2016.
«Anche se sembra strano - continua Larissa Sansour - queste immagini, con i loro effetti visivi, sono state realizzate circa un anno prima che finissimo il film. Molte cose sono cambiate. Quelle ciotole palestinesi, che in un certo senso rappresentano la Palestina come identificativo politico, cadono in un modo fantasmagorico. Per i futuri archeologi sono la prova evidente dell’esistenza della Palestina. La domanda è come si relazionano gli archeologi con questa evidenza e rispetto alle informazioni degli israeliani che rivendicano la loro appartenenza alla terra? Rinforzano la narrativa dell’identità palestinese, questo è certamente il tema centrale del film, ma ci sono poi altre questioni su cui pure vengono indirizzate altre riflessioni». 
Nelle fotografie la figura femminile con l’outfit fantascientifico (è la stessa artista ad averlo disegnato), con il volto celato dal cappuccio è sempre lei: «Le foto sono state scattate appena prima che trovassimo un’attrice. All’inizio la mia presenza nei lavori dipendeva dal fatto che non avevo soldi per pagare qualcuno, ma credo anche che sia forte l’idea della mia presenza fisica dentro il lavoro per rafforzare la mia stessa esistenza. C’è un doppio livello che è anche quello di un individuo che appartiene ad una nazione di persone in via d’estinzione».

Veduta della mostra, ph. Yamina Tavani (Courtesy Montoro 12 Contemporary Art)

Nella galleria Montoro 12 Contemporary Art la continua giustapposizione tra realtà e fiction è sottolineata anche dalla presenza di due piccole sculture in bronzo della serie Archeology in Absentia (2016) che ricordano la leggiadra preziosità delle uova Fabergé se non fosse che, in realtà, sono delle repliche in miniatura delle bombe nucleari russe usate durante la guerra fredda. All’interno di ognuna sono incise le coordinate gps dei luoghi in Israele e Palestina (Haifa, Betlemme, Tiberiade, Jaffa, Gerusalemme, Nazareth Mar Morto…), dove l’artista ha interrato i piatti di porcellana con il motivo della kefiah. A memoria dell’intento performativo del lavoro sulle pareti si sussegue una serie di fotografie in bianco e nero (stampe digitali su carta baritata) in cui la documentazione di oggetto-luogo-azione avviene in maniera sistematica. Tra i luoghi c’è anche il Palestinian Museum, inaugurato a Ramallah nel maggio 2016. 

Sopra e in home page: Larissa Sansour, In the Future, They Ate From the Finest Porcelain, 2016 (Courtesy The Artist e Montoro 12 Contemporary Art)
 


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