23 aprile 2004

Perché salvare l’Ala Cosenza

 
di luigi prestinenza puglisi

A proposito di una vexata quaestio che continua ad alimentare polemiche. Quella del concorso per ampliamento della Gnam di Roma, del progetto Diener&Diener e della distruzione dell’Ala Cosenza. Storia di un progetto che sembra non piacere né a conservatori né ai progressisti…

di

Cominciamo da un apparente paradosso: si sono opposti al nuovo progetto per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna firmato da Diener & Diener -che prevede l’abbattimento dell’ala progettata da Luigi Cosenza – sia coloro che predicano concezioni conservatrici dell’architettura, sia coloro che si muovono sul terreno dell’innovazione e dell’avanguardia.
Detto con una battuta è un intervento che è stato giudicato troppo progressista dai tradizionalisti e troppo reazionario dai progressisti.
Non mi sento di appartenere alla prima categoria, cioè dei conservatori quali – mi rendo conto che semplifico, accomunando posizioni tra loro diverse – Giorgio Muratore, Paolo Portoghesi, Renato Nicolini e Franco Purini. Credo, infatti, che occorra abbattere il vecchio in molte circostanze. Rifiuto di considerare la distruzione dell’ala Cosenza alla stessa stregua dell’abbattimento della teca di Morpugo dell’Ara Pacis. Non avrei mosso un dito se ad essere demolito fosse stato il palazzo che ospitava il collegio Massimo, trasformato in un cattivo museo dopo lavori durati decenni e a costi proibitivi. Non credo, inoltre, che l’opera di Diener & Diener sia un segno della società dell’immagine e dello spettacolo e di un progressivo disfacimento dell’architettura di Roma portato dall’avanguardia. Non credo che gli stranieri non debbano lavorare in Italia, anzi ritengo che il loro apporto sia fondamentale per svecchiare un clima sonnolente.
E’ per altre ragioni che non ritengo giusto che Diener & Diener abbiano il diritto di distruggere un’opera dignitosa, quale l’ala Cosenza, a loro certamente superiore.
Credo che qualunque intervento intelligente avrebbe dovuto rispettare, esaltare, dialogare o reinterpretare l’ala Cosenza, l’unico pezzo decente di tutto il complesso Gnam.
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L’Ala Cosenza era infatti un edificio a mio parere significativo e sicuramente più interessante di quello adiacente di Bazzani, che invece viene tutelato e trattato come un tabù. Se si voleva abbattere qualcosa –semmai- era quest’ultimo a dover essere sacrificato. E ammesso che si volesse demolire a tutti i costi l’ala Cosenza, credo che -anche in questo caso- sarebbe dovuto valere il criterio generale che per abbattere una cosa di valore occorra sostituirla con una di valore maggiore. Se no, l’operazione è in perdita.
Questo è il criterio per il quale la teca di Morpurgo , che ha valore zero, può, a mio avviso essere abbattuta senza problemi e – dico per solo fare un esempio- Piazza del Campidoglio, che difficilmente può essere migliorata, dovrebbe porre molti problemi anche per una piccolissima trasformazione. Nessun isterismo conservativo quindi, ma solo un giudizio di valore. Quel giudizio che oggi è mortificato da criteri che hanno senso solo burocratico, basati cioè sull’antichità del reperto e non sul suo interesse storico e culturale.
Perché l’operazione Cosenza fosse in attivo e non in perdita, ci voleva una giuria coraggiosa che scegliesse progettisti di valore. La giuria ha invece selezionato architetti appartenenti a un panorama culturale moderato se non dichiaratamente passatista. Nessuno in grado di proporre un progetto degno di una istituzione che vuol guardare in avanti senza eccessive nostalgie. Tra i selezionati –inoltre- il progetto scelto come vincitore brillava per ottusità. Tradizionale nell’impianto, nella scelta dei prospetti, nell’idea balzana di mettere le statue in esposizione lungo un prospetto. Nel modo di attaccarsi all’edificio di Bazzani. L’edificio di Diener, insomma, esprime a mio avviso un modo di porsi ottuso. Mettere qualche stilema moderno -Piacentini insegna- non vuol dire essere moderni. Se poi questo stilema appartiene al repertorio del neominimalismo zurighese e alla scuola -oltretutto degenerata- di Aldo Rossi: Dio ce ne liberi.GNAM_diener diener_progetto per l
Voglia di punire ciò che è veramente contemporaneo per mettere al suo posto uno pseudo-contemporaneo. Del resto basta vedere come Sandra Pinto, la direttrice del museo, nella sua Galleria ha arredato le sale dell’Ottocento – in stile fintoottocento- e come abbia trattato le opere di Duchamp del fondo Schwarz ecc…, per capire che il disegno di Diener & Diener rappresenta il coronamento di un modo -per usare un eufemismo- ben poco contemporaneo di vedere l’arte moderna.
Ecco il punto: questo progetto era non solo scarso di per sé, ma rappresentava una precisa volontà, anzi direi voluttà, di restaurazione. Serviva a fare piazza pulita di quanto di moderno ancora restava nella Gnam.
Torniamo all’architettura. Il progetto di Diener & Diener rappresenta in maniera pedantemente brillante quel piacentinismo culturale che oggi sta passando come ricetta accademica del moderno. Cioè un apparente rinnovamento linguistico per giustificare un reale tradizionalismo figurativo. Sono stranieri i Diener ma il loro progetto ha molti più risvolti italiani di quello che a prima vista si può pensare. L’avrebbe potuto fare un Del Debbio, a suo tempo. Classico e moderno quanto basta. E non è un caso che tra i molti firmatari pro Diener & Diener vi siano alcuni utradizionalisti che oggi perseguono questo progetto culturale. E che esaltano i compromessi dell’italietta fascista che faceva un passo avanti verso l’innovazione e due indietro verso la tradizione e la mediterraneità.
Vi è poi il problema dello spreco di risorse e delle colpe della non manutenzione dell’Ala Cosenza. Possibile che si voglia abbattere un edificio finito pochi anni fa? Sembra questo un aspetto solo economico. Ma dietro credo si nasconde un problema di moralità. Tralasciamolo, ma solo per brevità.
Per tutte queste ragioni credo che una critica al progetto di Diener & Diener debba venire da chi ha a cuore l’architettura contemporanea. Certo è stato vinto un concorso e l’edificio si dovrà fare. Oramai –oltretutto- siamo fuori tempo massimo per invertire il corso degli eventi. L’ho già sostenuto: credo che dobbiamo fare autocritica per non essere intervenuti a suo tempo. Credo che oggi la realizzazione di Diener si possa arrestare solo se si scoprono colpe gravi nell’espletamento del concorso stesso. Ma non mi sembra che emergano allo stato dei fatti motivi tanto gravi. Semmai vedo le procedure adottate sinora un po’ furbette in certe ambiguità. E anche su questo occorrerebbe riflettere, a futura memoria, ricordando il latinorum dell’azzeccagarbugli. Tante osservazioni fatte da Portoghesi, Muratore, Purini, Nicolini sul modo scaltro in cui è stato scritto e gestito il bando non mi sembrano -devo dire- prive di fondamento.
Per riassumere: avrei voluto un edificio meno mortifero e culturalmente più stratificato. Più coraggioso, non pavido come questo che rifiuta di porsi i problemi e l’unico tema che sviluppa è quello della immagine bloccata dell’istituzione. Ma poichè ho sempre predicato che il vecchio non è un feticcio, devo accettare che oggi si distrugga l’Ala Cosenza. Pazienza. Anche se vedo con amarezza che viviamo in un Paese dove si conservano capannoni o ruderi che non valgono nulla, dichiarandoli patrimonio della collettività, dove si blocca modificandolo in peggio il progetto dell’Auditorium per quattro mura romane e adesso si ignora una delle poche cose del razionalismo tardo a Roma, di un protagonista dell’architettura moderna. Non sempre si può vincere e bisogna accettare le sconfitte, se vengono da un processo legittimo, da un gioco democratico.
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Ma bisogna anche saper riflettere sulle sconfitte. Dunque rifiuto di legarmi con le catene all’opera di Cosenza, dunque rifiuto di bloccare il progetto, ma non posso non parlarne. Non posso farmi ingannare dall’equazione Diener = nuovo, Cosenza =vecchio. La vera opera reazionaria, intimamente reazionaria è il progetto di Diener.
Lo ripeto: nella scelta del programma, nell’impianto, nell’immagine, nel non rispetto dell’Ala Cosenza. D’altronde anche durante il fascismo si abbattevano edifici, si facevano concorsi, si dava largo ai giovani, si costruivano palazzi nuovi con forme apparentemente contemporanee, ma realmente bacate.
Se fare un concorso è meglio che non farlo, se dare l’incarico a degli stranieri è un fatto positivo che ci svecchia, ciò non basta a fare in modo che l’opera scelta sia un avanzamento per la cultura e la disciplina. Sono -come dire-condizioni necessarie ma non sufficienti. Bisogna evitare che passi come importante una cosa che non lo è, anzi che è negativa. Soprattutto in un momento come questo in cui si tende a far passare per valore tutto e il contrario di tutto e per contemporaneo qualsiasi cosa che abbia qualche aspetto stilistico che ricorda il moderno.
Abbatteranno l’Ala Cosenza? Bisogna saper perdere, dicevo. Ma credo che non bisogna mai abdicare alle proprie responsabilità, tacendo. Le battaglie nella lotta delle idee per l’egemonia culturale -anche se si sa che saranno perdute, anche se si sa che sono già perse- devono essere combattute.

luigi prestinenza puglisi
www.prestinenza.it

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3 Commenti

  1. Ho conosciuto Cosenza nel 1969-70.
    Era allora un anziano ancora entusiasta.
    Apprezzavo la Villa di Posillipo: più per il luogo che per l’Architettura.
    Ero sconvolto dal Suo studio condotto presso l’Università di Napoli, Istituto di Edilizia, con il figlio, mi sembra, su manufatti-mattone in griglie di piccoli profilati in ferro prefabbricati per muratura in elevazione e portanti: lo conservo ancora come assoluta ignoranza del cantiere e dei suoi costi, non giustificabile per un architetto.
    La risposta a chi parla bvene del progetto in questione sta nella foto e nei disegni pubblicati in questo sito.
    Chi parla ancora di assonanza del razionalismo con il neoclassicismo fuorvia una ragione di fondo che è politica, in tutti i sensi, e scarsamente architettonica.
    I signori che invece la decantano non hanno mai avuto una semplice risposta: era e rimane un bruttissimo progetto e se l’autore sia stato grande non vuol dire che quel progetto sia da conservare.
    Paragoni con Morpurgo e l’Ara Pacis sono scandalosi per chi dice di Architettura e del suo dialogo con il contesto urbano, sky line incluso.

  2. …ti faro’ sapere dell’ultima manifestazione Assab One ex tipografie GEA tenuta a Milano a cura di Pinto,quadri di Federico Pietrella..

    ti invito a seguire le gesta dei due fratelli “Artisti”..

    cordialmente
    Francesco Pietrella

  3. Vittime di un complesso coloniale

    Appare ridicolo dover essere qui a discutere di questi problemi, tuttavia ritengo doveroso intervenire al dibattito per far riflettere sull’assurdo complesso coloniale che ancora attanaglia personaggi come Prestinenza-Puglisi, e che vede l’erba del vicino sempre più verde della nostra. Appare desolante pensare che, sempre a causa dello stesso complesso, si bandiscano dei concorsi di progettazione viziati sin dalla stesura del bando, concorsi che servono a promuovere un unico linguaggio “edilizio” che nulla ha a che fare con la nostra tradizione ma che, agli occhi miopi dei politici e dei loro tecnici-consiglieri irresponsabili può servire a dare un segno di modernità alle nostre città. Nel caso in oggetto, la cosa ridicola è che si stia combattendo, o si finga di combattere, in nome della conservazione o dell’innovazione, parlando di un edificio orribile, deturpante, anonimo e decontestualizzato che, se vogliamo, rappresenta esattamente il solo interesse per l’EDILIZIA piuttosto che per l’ARCHITETTURA, tipico dell’architetto che lo concepì e di tutta quella larga schiera di colleghi che, con le fette di prosciutto sugli occhi, hanno visto l’esempio francese, tedesco, americano (in una parola, Internazionale) come la svolta per la modernità. La loro miopia gli ha impedito di accorgersi che quello che propugnavano era solo MODERNISMO (aberrazione del termine modernità) e mai MODERNITÀ.
    Chiunque abbia semplicisticamente deciso di tagliare i ponti con il presente ed il passato non ha prodotto nulla di evoluto, e questo perché si è rifiutato di ricercare quel trait-d’union dato dal buon senso che ha sempre guidato gli architetti ed i costruttori fino all’avvento del Modernismo, quel buon senso che ha fatto grandi le nostre città.
    Edmund Burke scrisse: «Una civiltà sana è quella che mantiene intatti i rapporti col presente, col futuro e col passato. Quando il passato alimenta e sostiene il presente e il futuro, si ha una società evoluta».
    Leggendo l’opinione di Prestinenza-Puglisi sul caso GNAM si è avvolti da un profondo senso di sconforto, specie quando si permette di asserire: « Credo che qualunque intervento intelligente avrebbe dovuto rispettare, esaltare, dialogare o reinterpretare l’ala Cosenza, l’unico pezzo decente di tutto il complesso GNAM. L’Ala Cosenza era infatti un edificio a mio parere significativo e sicuramente più interessante di quello adiacente di Bazzani, che invece viene tutelato e trattato come un tabù. Se si voleva abbattere qualcosa – semmai – era quest’ultimo a dover essere sacrificato».
    Indipendentemente dal fatto che sarebbe opportuno che egli esprimesse le sue scuse nei confronti del progetto di Bazzani e si vergognasse per l’assurdità della posizione, penso che per tutti noi sia obbligatorio domandarsi: come mai chi deve progettare il nuovo padiglione dovrebbe essere rispettoso della porcheria di Cosenza esaltandola e dialogando con essa mentre al Cosenza venne consentito di evitare ogni possibile relazione col progetto di Bazzani e con la tradizione romana?
    I concorsi di architettura, così come oggi sono strutturati, sono una truffa: si fa credere che siano garanzia di qualità, ma nella realtà sono solo uno specchio per la allodole: giudicati e giudicanti si alternano vicendevolmente dando vita ad un circolo vizioso; specie oggi che si è vittime di una normativa assurda che prevede come conditio sine qua non l’obbligo di dimostrazione da parte dei partecipanti di possedere un volume d’affari stratosferico e numero di dipendenti che solo i vecchi baroni – che hanno fatto la loro fortuna non per meriti ma grazie al sistema clientelare – possono dimostrare: in tutto ciò l’”opnionista” Puglisi auspica uno “svecchiamento”.
    Quale futuro ci può essere per i giovani architetti se le leggi vengono fatte per tutelare solo i vecchi baroni e le mega società d’ingegneria internazionali?
    Penso che l’unico modo per “svecchiare” – se vogliamo continuare ad usare una terminologia datata che ci rimanda all’epoca in cui riviste come Moderne Baumformen, l’Architettura, Quadrante e Casabella condannavano la ricerca sulla tradizione operata dai giovani architetti del primo novecento romano – sia quello di iniziare a defenestrare dalle Facoltà di Architettura tutti quei professori, figli – e vittime – dell’ideologia modernista, che si rifiutano di accettare che la loro generazione ha fallito e che, non domi di questo, continuano a dittare la loro edilizia lobotomizzando gli studenti e convincendoli che quella sia la medicina giusta per il rilancio della regina delle arti.
    Vorrei ricordare, a chi lo avesse scordato, che tutto il mondo ammira la nostra nazione ed invidia la capacità che Roma ha avuto, fino ai “colpi di piccone” dati dai progetti voluti dalla giunta Rutelli, di tutelare il centro storico dagli scempi che hanno mortificato le altre città a seguito dell’avvento modernista e della conseguente cementificazione indiscriminata. Le nostre città sono amate per la loro logica costruttiva basata sul buon senso, sul rispetto dei cittadini e sul rapporto di complicità instaurato tra costruito e natura. Non è una questione di stili o di epoche, ma una questione di rispetto. Quando gli architetti italiani si arresero definitivamente al bombardamento delle faziose riviste summenzionate, e interruppero i loro studi sulla tradizione, l’architettura italiana morì. Il quartiere della Garbatella di Roma segna in maniera chiarissima questo parabola.
    È interessante far notare che, la maggior parte delle imprese e delle banche che investivano sulla costruzione della nuova Roma non fossero romane: esse provenivano proprio da quei Paesi stranieri, o da quelle città del nord di Italia che pubblicavano quelle riviste faziose. A questo punto appare dunque chiaramente la ragione per cui, nell’interesse dei loro sponsor queste riviste che erano dirette agli “addetti ai lavori” (architetti, università, costruttori, politici, ecc.) raccontassero che la tradizione, la decorazione, i materiali durevoli, l’artigianato fossero “il male” e che lo zoning, la standardizzazione, il cemento, la tenso-struttura, la perdita di ogni “fronzolo” fossero “la cura”.
    È da notare che, prima di questi eventi, in Italia era in uso bandire concorsi di architettura interessantissimi – una rapida lettura dei numeri della rivista Architettura e Arti Decorative di quegli anni aiuta molto nella cosa – i cui vincitori risultavano spesso giovanissimi e totalmente sconosciuti ai più. Questi giovani architetti non avevano certo le assurde credenziali richieste dalle leggi attuali, eppure progettarono e costruirono una Roma molto più grande di quella che gli era giunta dopo più di duemila anni di storia, e i loro progetti ben si integrarono col paesaggio, costruito e non. Basti per esempio pensare all’età ed al background di un Felice Nori quando vinse – e costruì – l’ampliamento del Senato in via della Dogana Vecchia!
    È interessante oggi vedere i tanti turisti che si soffermano a fotografare edifici come quello suddetto, scambiato per un edificio storico della città … anche se ha solo 80 anni.
    Quando Gustavo Giovannoni e i suoi amici fondarono la Facoltà di Architettura di Roma vollero che essa si basasse ricerca sulla tradizione. Durante la sua ultima lezione alla Scuola di Ingeneria nel 1943 il Giovannoni ammoni: «ed io, che non mi riconosco altro vanto che quello di non aver mai vacillato nella difesa della tradizione e della bellezza d’Italia, riterrò, la mia opera appassionata di studioso e d’insegnante non sarà stata spesa invano, se avrà contribuito al riconoscimento della gloria dell’Architettura nostra nel passato, all’avviamento di affermazioni degne nell’Architettura nostra del presente e dell’avvenire».
    Il suo intento è oggi stato completamente dimenticato da parte di chi insegna: ci si fa belli nell’università parlando di lui come di un grande del restauro, di un grande conoscitore dell’architettura e delle tecniche costruttive di Roma antica ma, MAI, ci si ricorda che, se oggi esiste una scuola di architettura a Roma, lo si deve a lui, che la voleva intimamente legata alla grande tradizione italiana.
    Oggi, a causa del sogno modernista, continuiamo a veder morire le città, Roma inclusa che, dopo anni di dura resistenza si è vista imporre violenze quali il Museo dell’Ara Pacis di Meier, il Museo Trasgressivo della Decq, il Museo di Arte Contemporanea della Hadid, l’Auditorium di Piano e l’ampliamento della GNAM di Diener & Diener. addirittura c’è stato chi, traendo vantaggio dalla disgrazia avvenuta al Palazzo delle Esposizioni, ha avuto la sfacciataggine di prendersela con l’edificio di Pio Piacentini – definendolo vecchio e quindi attribuendogli le colpe per l’accaduto – dimenticando, volutamente, sia lo scempio operato al suo interno da Costantino Dardi che l’idiozia di chi, durante i lavori in corso, abbia depositato sul solaio un carico 10 volte superiore a quello sopportabile.
    La sindrome coloniale che vede l’architettura italiana come la Cenerentola del XXI secolo è ancora dura a morire, ma, si spera, ancora per poco!
    Ben venga allora la demolizione dello scempio di Cosenza, ma non per mano di Diener & Diener, né di coloro che si rifiutano di progettare nel rispetto dei luoghi e delle tradizioni locali: Roma non è un luogo qualsiasi, è il cuore culturale del mondo, è la biblioteca vivente ove tutti hanno diritto di studiare, è un patrimonio che non può e non deve essere violentato; per dirla con Ferdinando Gregorovius, “… Roma, che tra le rovine dei secoli sorge bella e triste, nemesi mutilata della storia, stringendo nella mano il volume su cui sono descritti i destini dei popoli”. Né Meier, né i Diener né altri che non vogliano impegnarsi a leggere quel “volume”, avranno il diritto di scarabocchiare o strappare le pagine in esso contenute!

    Ettore Maria Mazzola

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