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VENICE / COLLEZIONE PINAULT

   
 COM’È DURA LA PELLE
Negli spazi di Palazzo Grassi Luc Tuymas colpisce a colpi di pittura. Definendo il trend “post-gigantismo”
 eva basso 
 
VENICE / COLLEZIONE PINAULT
pubblicato

Nell’ambito del programma di mostre monografiche dedicate ai grandi artisti contemporanei, Palazzo Grassi presenta la prima mostra personale in Italia di Luc Tuymans (Mortsel, Belgio, 1958), curata da Caroline Bourgeois. Considerato uno degli artisti più influenti nel panorama internazionale, Tuymans ha accettato la sfida della pittura interrogando la sua capacità di rappresentare il carattere multiforme dell’esperienza contemporanea. Con le sue opere scava nelle viscere della storia e della nostra società, in un gioco di sfuggenti allusioni, indizi e topoi ricorrenti, per portarne alla luce solo la superficie: La Pelle. È il mondo delle ombre, quello della "banalità del male” di Hannah Arendt che l’artista belga rappresenta, sospeso tra significante e significato, apparentemente calmo in un silenzio che amplifica, invade e pervade. I suoi lavori spingono il nostro sguardo a immergersi sotto una superficie pittorica piatta, fredda ed inespressiva, per meglio raggiungere le sue pieghe nascoste. Sono immagini diafane, apparentemente lontane ma al contempo familiari e perturbanti, basate sul registro dell’«inquietante estraneità». 
Ad accogliere il visitatore nell’atrio di Palazzo Grassi l’installazione site-specific dal titolo Schwarzheide (2019), un mosaico in marmo di oltre 80 metri quadri. L’opera, che riproduce un piccolo dipinto dell’artista del 1986, prende il nome da un campo di concentramento tedesco dove alcuni detenuti realizzavano segretamente dei disegni che poi venivano tagliati a strisce per farli sfuggire alla confisca. Lo spostamento dalla verticalità del quadro all'orizzontalità della pavimentazione cattura la nostra percezione, in un intrigo di tessere ed interstizi, dove lo sguardo si muove tra le macchie di colore scuro degli alberi che contrastano con lo sfondo chiaro sul quale si stagliano delle linee rette. Siamo così spinti ad adottare diversi punti di vista per ricomporre solo in un secondo momento l’immagine. 

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From left, Murky Water, 2015; and Le Mépris, 2015, by Luc Tuymans. © Palazzo Grassi. Photography: Delfino Sisto Legnani and Marco Cappelletti

Salendo la scalinata ci si imbatte nel primo degli oltre 80 dipinti esposti in mostra, realizzati tra il 1986 e i giorni nostri: Secrets (1990). Un piccolo olio su tela che rappresenta il ritratto di un uomo con gli occhi chiusi. Uno sguardo assente la cui contestualizzazione viene rimandata ad un altrove, un fuori campo, che non conosciamo. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima Tuymans ci preclude l’opportunità di penetrare questa immagine e legarci empaticamente al soggetto. È il titolo dell’opera stessa a richiamare però la nostra attenzione ponendoci delle domande sui terribili segreti che aleggiano dietro questa figura impenetrabile. Così scopriamo che l’uomo ritratto è in realtà Albert Speer, architetto capo del Partito nazista e Ministro agli Armamenti e alla Produzione bellica del Reich. Lasciandoci soli e senza appigli in una foresta oscura di segni ed indizi da codificare, Tuymans ci invita a scoprire la verità minacciosa nascosta sotto un velo di pittura. È proprio questa condizione di libertà, nel proiettare noi stessi e il nostro vissuto su queste "false realtà”, che rende i suoi lavori così disturbanti nel sovvertire le usuali reti della significazione. In questo viaggio incontriamo sguardi vacui (Issei Sagawa, 2014), assenti (A Flemish Intellectual, 1995), minacciosi (Pigeons, 2018) o nascosti dietro montature riflettenti (Me, 2011), corpi mutilati come quelli della serie Der Diagnostische Blick (1992), trattati alla stregua di oggetti, in un ambiguo rapporto tra vita e morte, naturale e artificiale. Sono immagini che lasciano affiorare le tracce di una violenza silente, nascosta o le cicatrici di traumi collettivi sottostanti al rapporto dicotomico tra patologia e potere. Da questi brandelli Tuymans fa emergere le patologie nascoste, non solo del corpo malato, ma dell’intera società e guerreggia col nostro sguardo offrendoci il disincanto dettato dalla perdita dell’innocenza. I suoi soggetti, come in un telefono senza fili visuale, evidenziano l’ambivalenza tra il potere di colui che si appropria dell’immagine reinterpretandola e la memoria dell’originale insita nella sua riproduzione. 

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Allo! I, 2012, by Luc Tuymans. Photography: Studio Luc Tuymans, Antwerp

Abbracciando la relazione della sua generazione con la televisione e con un mondo di informazioni visuali, Tuymans attinge ad un repertorio di immagini provenienti dalla sfera personale e pubblica – dalla stampa, da fotografie o dal web - per creare quelle che lui stesso definisce delle «autentiche falsificazioni». Nell’esplorare questa realtà mediata, con una sensibilità cinematografica, ci regala narrazioni sospese tra un prima ed un dopo, come in Pillows (1994), dove percepiamo il passaggio della presenza umana nei segni della sua assenza e nel trascorrere di un tempo che non ci è dato conoscere. Gli oggetti delle sue mise-en-scène fluttuano nello spazio del dipinto come ombre strappate dal vuoto che le attanaglia. Ed è proprio questo afflato di vita in procinto di svanire a costituire il seme dialettico dei suoi lavori. Basti pensare a Still Life (2002), opera presentata a Documenta 11, edizione curata da Okwui Enwezor, dove un soggetto intimo come una natura morta risulta spiazzante nella dimensione monumentale del quadro. Questi oggetti a noi familiari ed apparentemente insignificanti, come una brocca d’acqua, dei piatti e della frutta, scaturiscono in realtà dagli avvenimenti dell’11 settembre. L’opera che si fa custode dell’inesprimibile e abbraccia il vento del disgelo per ritrovare la vita, testimonia la determinazione umana a guardare avanti nonostante tutto. In questi tempi provocatori l’opera di Luc Tuymans ci invita a guardare alla realtà e alla sua rappresentazione con disincanto, costringendoci ad alzarci dal comodo divano dal quale abitualmente osserviamo lo spettacolo del mondo. Nel vivere questa complessità siamo colti da vertigine di fronte all’ambivalenza delle immagini che resistono ad ogni tentativo ermeneutico di decifrazione. Nulla è contestualizzabile o facilmente comprensibile aprendoci ad un universo di molteplici significazioni. Visitando la mostra siamo abbandonati a noi stessi, nell’interrogarci sulla capacità del nostro sguardo di analizzare le immagini, su ciò che vediamo e su ciò che invece ci rifiutiamo di vedere o abbiamo rimosso. Un gioco di scatole cinesi in bilico tra realtà e rappresentazione, dove possiamo essere vittime di inganni e manipolazioni. Ed è in questo tortuoso labirinto di immagini che il dubbio attanaglia l’intelletto, regalandoci più domande che risposte. Nello scrivere questo articolo mi interrogo anche sulla capacità della parola nel rappresentare testualmente la sfida alla quale siamo chiamati dall’artista, nella consapevolezza dell’impossibilità di tracciare una via univoca in questo viaggio che non è solo rivolto all’esterno ma che ci spinge a scavare in profondità ricordandoci che in fondo siamo sempre alla ricerca di noi stessi.

Eva Basso

 


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