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Persa nel mistero profondo dei segni di Carla Accardi, mi interrogo, davanti alle sue tele, sul significato che quei gesti reiterati potessero avere per l’artista. Un segno che ha accompagnato l’intero arco della sua vita pittorica e che si è progressivamente trasformato: dalla tela grezza alle superfici in negativo sul colore nero, dai sicofoil ai telai in legno, privati della loro funzione nascosta di sostegno e resi parte visibile dell’opera. Quali valori, quali scritture, quali porte arcane dischiudesse questo gesto ripetuto, con rigore e dedizione, per oltre sessant’anni? La “pittura di segno”, come la stessa Accardi la definisce, nasce dal desiderio di costruire un’identità autonoma, un linguaggio unico e irriducibile, all’interno di un dopoguerra segnato, da un lato, dal trauma del conflitto e, dall’altro, da una tensione vitale verso la rifondazione dei linguaggi artistici. Un’identità autonoma e femminile, irriverente e di protesta, che si rafforza anche attraverso la sua partecipazione, all’inizio degli anni Settanta, all’esperienza di “Rivolta Femminile”, volta a smantellare le strutture simboliche e culturali del patriarcato. In questo contesto storico, il segno accardiano si configura come un’unità strutturale, elemento primario di una scrittura visiva, un significante il cui significato resta racchiuso nel mistero dell’opera d’arte stessa.

In collaborazione con l’Archivio Accardi Sanfilippo, la mostra presso la Galleria dello Scudo presenta diciotto opere realizzate tra il 1964 e il 1965. Si tratta di un nucleo fondamentale per comprendere una fase cruciale della ricerca dell’artista, segnata da una decisa istanza di «antipittura» con il rifiuto dell’olio, l’eliminazione delle sfumature, la riduzione del linguaggio espressivo a elementi essenziali. Le grandi tele di questo periodo mostrano un processo di radicale semplificazione, in cui il segno viene ripetuto serialmente, incasellato in griglie quadrate, fasce orizzontali o diagonali, assumendo un andamento quasi liturgico, ossessivo, ritmico. «Il segno lo stacco e lo archivio, lo metto in fila, come in una sorta di scrittura», afferma Accardi in un’intervista del 1998. Non a caso, la critica ha spesso messo in relazione il suo lavoro con la tradizione calligrafica araba. Marianne Brouwer parla di un confronto con «un’antica tradizione», evocando mosaici persiani attraversati da scritture infinite e le cupole luminose delle moschee, dove la luce diventa esperienza sensibile e al tempo stesso interrogativo filosofico: immagine di una verità terrena che si manifesta attraverso la visione.

Opere come Argento oro 1, Scacchiera oroverde e Ororosso (Oriente n. 1) mostrano con chiarezza l’uso della bicromia su tela e segnano l’avvio di una sperimentazione cromatica che conduce all’impiego di colori fluorescenti e vernici capaci di emanare luce. La luce, elemento centrale nella poetica di Accardi, che è stata letta da Laura Cherubini come memoria originaria delle saline siciliane, nel loro riflettere il sole fino a diventare esse stesse superficie luminosa. Se nei primi anni Cinquanta l’artista lavorava su fondi neri, generando strutture filamentose che dialogavano con l’astrazione segnica europea — da Hartung a Crippa a Kandinskij— in questa fase il segno viene isolato, archiviato, ripetuto all’infinito. Ne emerge un alfabeto misterioso, esclusivamente accardiano, attraverso il quale l’artista costruisce un linguaggio autosufficiente e insieme radicato nella propria origine culturale: quella Sicilia stratificata di civiltà greche, fenicie, romane, bizantine, arabe, normanne e spagnole.

Il segno, così, diviene enigma espressivo privo di un significato decifrabile, ma carico di una densità simbolica che sfugge alla lettura razionale. È in questo spazio che si colloca l’arte di Accardi, capace di attingere a memorie arcaiche e tradizioni culturali profonde. Come le poesie di Dino Campana, tanto amate dall’artista e spesso richiamate nei titoli delle sue opere: testi densi di mistero, di sinestesie e di ambiguità semantiche, in cui il linguaggio — come nei dipinti di Accardi — si fa talvolta indecifrabile e simbolico, ma sorprendentemente carico di una intensa forza emotiva ed evocativa. «O Siciliana proterva opulente matrona / A le finestre ventose del vico marinaro / Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri / Classica mediterranea femina dei porti: / Pei grigi rosei della città di ardesia / Sonavano i clamori vespertini / E poi più quieti i rumori dentro la notte serena: / Vedevo alle finestre lucenti come le stelle / Passare le ombre de le famiglie marine: e canti / Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea: / Ch’era la notte fonda.»










