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Con Boulder, la Galleria Michela Rizzo chiude ufficialmente il proprio percorso espositivo negli spazi degli ex birrifici alla Giudecca: è la conclusione di un lungo percorso ricco di mostre, momenti conviviali e linguaggi condivisi. La mostra collettiva, inaugurata il 15 novembre 2025, segna l’ultimo capitolo di questa lunga stagione, ma l’attività della galleria continua a Palazzo Palumbo Fossati, dove è ora in corso la personale di Andrea Mastrovito. A fare da filo conduttore per l’esposizione giudecchina è l’opera Boulder di Hamish Fulton, artista britannico che da decenni ha fatto del cammino un linguaggio artistico e del paesaggio un’esperienza etica prima ancora che visiva.
Non si tratta, però, di una mostra celebrativa o retrospettiva: Boulder assume piuttosto la forma di un dispositivo corale, in cui il masso — elemento primario, resistente e apparentemente immobile — diventa una figura simbolica capace di tenere insieme pratiche, generazioni e approcci differenti. In Fulton, del resto, la natura non è mai oggetto di rappresentazione: è un campo di esperienza attraversato, misurato e interiorizzato.

Attorno a questa idea si articola il dialogo tra gli artisti invitati. Michael Höpfner e Antonio Rovaldi condividono con Fulton un rapporto diretto e meditativo con il camminare, inteso come strumento di conoscenza e di ascolto del paesaggio. Disegni, fotografie e installazioni restituiscono l’esperienza del passo come unità minima di relazione tra corpo e territorio, trasformando l’attraversamento in una forma di scrittura del mondo.
Più laterali, ma profondamente affini nella tensione poetica, sono i lavori di Mariateresa Sartori, Matthew Attard e Ivan Barlafante, capisaldi della scuderia di Michela Rizzo. Sartori presenta, in quest’occasione, una grande installazione a frottage dedicata a sassi e sabbie, in cui la materia viene registrata come superficie sensibile, quasi fosse una pagina da leggere con il corpo. Attard, invece, attraverso il disegno e l’uso del pen plotter, traduce scansioni tridimensionali di massi in tracciati grafici che fondono precisione digitale e intervento manuale, mettendo in crisi l’idea stessa di immagine come restituzione fedele del reale.

Attorno a questi nuclei si dispongono pratiche che ampliano la riflessione sul rapporto tra uomo, natura e spazio. David Rickard indaga le relazioni materiali e percettive tra architettura e ambiente; Ryts Monet, Maurizio Pellegrin e Cesare Pietroiusti aprono il tema del paesaggio a slittamenti concettuali e simbolici. Francesco Jodice, con un’opera di grandi dimensioni tratta dal progetto WEST, trasforma il territorio in archivio: città nate durante la corsa all’oro e oggi abbandonate diventano tracce di utopie fallite, resti di un futuro che non si è mai compiuto. Completano il percorso i lavori di Silvano Tessarollo e Claudio Tesser, in cui la natura si manifesta nella sua fragile concretezza, tra memoria, tempo e trasformazione.
A tenere insieme l’intero progetto sono i due wall painting di Hamish Fulton — Glacial Boulder e Revisiting The Boulders — che occupano lo spazio con una presenza misurata ma strutturante, conferendo ritmo e respiro alla mostra.
In filigrana, Boulder racconta anche la storia di uno spazio espositivo che ha saputo essere laboratorio, luogo di attraversamento e piattaforma di pensiero. La scelta del masso come immagine conclusiva non è nostalgica, ma programmatica: qualcosa che resta pur trasformandosi. Alla Giudecca, Boulder è così un approdo e una soglia insieme: l’ultimo passo prima di rimettersi in cammino, portando con sé il peso — e la memoria — di ciò che è stato.











