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In una mostra a Bologna, la pittura trasforma il tessuto in alfabeto visivo
Mostre
Ogni tessuto si apre come una cartografia, una membrana che trattiene tocchi, saperi, economie e migrazioni; mentre le intessiture inscrivono rotte, i motivi articolano grammatiche e le increspature sedimentano il tempo. In Corpo Tessuto 01, progetto presentato da eXtraBO nell’ambito di ART CITY Bologna 2026, questa dimensione antropologica ed emblematica diventa il punto di partenza per una riflessione pittorica che attraversa geografie e idiomi.
A cura di Federica Fiumelli e Francesco Liggieri, la mostra riunisce una selezione di opere di Simone Miccichè (1989) in cui il tessuto si emancipa dalla funzione ornamentale per tradursi in alfabeto visivo, un codice stratificato e plurale che custodisce culture, conflitti geopolitici e ritualità quotidiane. La mano dell’artista scandisce un ritmo antelucano, quasi liturgico, paziente e minuzioso, abile nel trasformare ogni piega in segno, ogni trama in parola e il corpo in un paesaggio simbolico e mentale. Ogni filo è traccia di un passato interiorizzato, ogni intreccio un dispositivo di risonanza tra il visibile e l’invisibile.
La ricerca dell’artista bolognese trascende la mera rappresentazione insinuandosi in territori linguistici e semiotici per sondare le tensioni che attraversano forma, identità e contesto globale. Una kefiah, un drappo andino, un tessuto nordafricano diventano frammenti di un universo caleidoscopico, un arcipelago di civiltà e impronte che dialogano tra loro plasmando un dispositivo poetico e politico capace di travalicare la cronaca immediata.

La pittura apre così un varco percettivo. Da lontano le superfici appaiono quasi astratte, ritmiche, geometriche, governate da sequenze e reiterazioni che rimandano a un ordine formale rigoroso; mentre, avvicinandosi, il segno rivela una densità materica e simbolica, iperrealista nella precisione ma sempre al servizio della profondità concettuale, entro una dimensione che appare tattile e meditativa.
La profonda consapevolezza del linguaggio agisce qui come un sistema complesso di segni e pattern che rimandano a topografie, appartenenze e attraversamenti. Ciascun ordito funziona come un enunciato, ciascuna piega come una pausa che sospende il senso, che il gesto poi dirama in un discorso costruito per accumulo, prossimità e riverbero. In questo senso, la pittura di Miccichè opera come un palinsesto dove strati culturali differenti convivono senza annullarsi, mantenendo visibili le loro specificità intrinseche.
Il valore dell’arte che abita le pareti di eXtraBO sta nella capacità di creare una composizione raccogliendo dettagli, orchestrando ritmi, rendendo leggibile ciò che il tempo ha depositato nella trama del reale. La lentezza diventa pratica di resistenza contro la convulsione del consumo iconico e la velocità che lacera la percezione contemporanea provocandone la dissoluzione. Ogni tessitura è atto di cura, rito che ricuce il tessuto del pianeta restituendo alla pratica artistica la sua funzione primaria di saggiare, accogliere, trasformare.

Il dialogo con la storia dell’arte figurativa è presente seppur mai citazionista. Il panneggio rinascimentale, la natura morta moderna, il realismo analitico affiorano come echi, come rimembranze incorporate nel tratto anziché come modelli da replicare. Miccichè rinegozia la figurazione trasformando il tessuto in un luogo di contatto tra astrazione e forma visibile, tra immagine e linguaggio. L’opera diventa così un esercizio di responsabilità verso il vedere, un’azione che richiede tempo e restituisce complessità.
Corpo Tessuto 01 offre una prospettiva sulla pittura contemporanea che è insieme intima e universale, storica e radicalmente attuale, in cui il microcosmo del dettaglio si apre a esplorazioni macrocosmiche. Essa diventa espressione, scrittura del visibile, un dispositivo di sospensione tra il globo e la sua rappresentazione.
Simone Miccichè ci invita a leggere il tessuto come mappa di esperienze, culture e memorie, riconsegnando al gesto creativo il potere di evocare, tradurre e far risuonare il mondo nella sua polifonica e iridescente architettura. In un presente saturo di immagini effimere, questa mostra afferma la possibilità di un sentire più profondo in cui la realtà può concedersi di tornare a essere abitabile e condivisa.












